Spazio Inediti (10): Marco Malvestio – di Gianluca D’Andrea

marco malvestio
Marco Malvestio

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (10): Marco Malvestio

Su due quadri di Alexander Adrieanssen e Willem Claesz

Tra la polvere che in questi miei giorni
col silenzio concorre in eruzioni
cutanee ad infierire sui miei ozi
e lo specchio infedele che mi filtra
spettrale attraverso le lenti
dell’occhiale, e i versicoli d’amore
e le prose non già di romanzi
ma degli strutturalisti,

i cumuli di pesce ordinati
sugli argenti, immobili, egualmente
e gelidi, i pallidi limoni,
i calici di liquidi placati,
l’assurdità serena degli artropodi –

compongono un paesaggio lunare
di simboli precisi e commestibili
cose che altrimenti vivremmo
come votate alla carneficina
del tempo, certe visioni di morte
che si acconciano, nel semplice miracolo
dell’occhio, in leziosa eternità –
l’invidia.


Uno studio sulla visione: si parte dal rispecchiamento che non concorre al riconoscimento, anzi, permuta le prospettive personali – intese come deformanti, in negativo – con le indecisioni e gli accanimenti sul sé (tutta la prima strofa è implicazione del soggetto che tenta di autodefinirsi nelle sensazioni e luoghi del momento, infatti, il «silenzio concorre in eruzioni/ cutanee ad infierire», vv. 2-3, così come «lo specchio infedele che […] filtra/ spettrale attraverso le lenti dell’occhiale», vv. 4-6, ci dice la trasformazione, quasi colpevole, delle visuali mobili, mai fisse). Probabilmente l’accanimento visivo – ripresentato nel movimento ecfrastico della seconda strofa, con cui si descrivono alcuni dettagli dei quadri richiamati dal titolo del componimento – tenta un orientamento, una nuova definizione prospettica. I riferimenti alle nature morte fiamminghe, alla vanitas, riflettono la tensione alla ridefinizione di un senso in risposta alla nullificazione dello stesso, leggiamo che gli oggetti descritti nei quadri (che la poesia ri-descrive): «compongono un paesaggio lunare/ di simboli precisi e commestibili/ cose che altrimenti vivremmo/ come votate alla carneficina» (vv. 14-17). Questa ricreazione del paesaggio (che infierisce sugli ozi personali dei primi versi) è il risarcimento, il recupero possibile di una volontà che sposta la sua attenzione al quadro esterno, distogliendo lo sguardo dai riflessi continui (deformanti nella prima strofa). La visionarietà dell’inizio tradiva l’accanimento narcisistico del soggetto, la visuale modificata della parte centrale apre a un esterno che, però, è il dipinto, cioè il quadro sempre circoscritto, che neutralizza l’esistere (inteso come vanitas) in un gioco di velamento, per cui la percezione minuziosa dei dettagli è stemperata da una visione monocorde (o monocromatica).
Il dettato tradisce la riflessività ossessiva, una fuoriuscita dal sé è un accenno, certo positivo, riscontrabile nel distanziamento dalla scientificità mortuaria della visione: i simboli non sono solo «precisi» ma anche «commestibili», la materia può essere sentita nel «semplice miracolo» della sua presenza, e questa vista, non asfissiata dall’oggetto osservato, cioè dalla realtà riflettente esclusivamente il sé, può ribaltare definitivamente lo sguardo impreciso, l’ottica bieca dell’«invidia», cioè di quel sentimento di chiusura solipsistica che distoglie il soggetto dall’alterità.

(Aprile 2014)


 Marco Malvestio è nato a Padova nel 1991, dove ha conseguito la maturità classica e sta laureandosi in lettere moderne.
Ha pubblicato la raccolta Depurazione delle acque (La vita felice, 2013).

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