Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

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Andrea Inglese

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

Tutto questo, tutte queste forme prese dalla natura muta, è tutto terribile e insieme assurdo, scoraggiante, e però vive, si abbellisce, continua.

F. Ponge

… nell’area particellare di ciò che nasce…

G. D’Andrea

Potenze del mondo, nonostante. Il tempo sembra diventare ossessione nei due inediti di Andrea Inglese. La bomba biologica tenta di rinnovare – secondo la poetica del risveglio insita nel materialismo fenomenologico di Francis Ponge – la dimensione generazionale, l’apporto “informativo” (“choses entre les choses”) della nascita della figlia, nell’apparenza del distacco, riflette non tanto la “trasmissione” dei messaggi (a-referenzialità vs contrazione del senso) ma, con più vigore, la forza centripeta del corpo infantile, il vero carico gravitazionale per chi genera. Tutto in attesa della conflagrazione di quello stesso corpo, che sconvolgerà – forse, in un futuro e stavolta con carica opposta, centrifuga – la vita di chi è presso. Epifania della distruzione del tempo, della sua linearità, in una nuova deformazione – eternamente presente – per cui «Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere». E soprattutto ombre.

***

La bomba biologica

Di Andrea Inglese

L’informazione che mia figlia, viva da un solo mese, ha portato fino a me è questa: il futuro non conta più, non conta più per me, seppure con difficoltà debba prenderne atto, malgrado alcune fasi più critiche della mia esistenza, io come ogni essere umano mediamente illuso, abitato da fantasmi di felicità, ho voluto credere che il futuro fosse la mia garanzia, un’assicurazione nei confronti del presente, quel presente non organizzato, lacunoso, fitto di mancanze, di recuperi, quel presente così povero, ripetitivo, ma il futuro – mi dice mia figlia – non esiste più, non ha più risorse, giacimenti segreti, santuari in cui assistere all’ultima teofania, il futuro è consumato, esso prepara crateri, isolamenti, demenza, e il mio cadavere. Quindi ciò che mia figlia mi dice, quando riversa a pancia in su, con gli occhi appena spiritati, la bocca socchiusa, scuote senza controllo le gambe, è questo: il presente – dice – è tutto quello che ti resta, poiché io sono colei che è venuta a distruggerlo, io sopravvivrò al tuo presente, esso lascerà qualche traccia in me, troppo debole, perché io mi ricordi come mio padre viveva, nei minuti iniziali del giorno, o in quelli finali, o in qualsiasi altra piega diurna.
Mia figlia viene per incendiare, con il suo possente oblio, tutto quanto io ho raccolto, adibito a orizzonte, sistema, ambiente. Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere.
Mia figlia, d’altra parte, malgrado noi – sua madre ed io – la si voglia addomesticare con nomignoli affettuosi, con dolciastri vezzeggiativi, lei, la cosiddetta carotina, ranocchiona, la Louskj Malouskj, la Louloutte, è in realtà, sotto i suoi divini sorrisi, una semplice bomba biologica, la vita si carica lì dentro, nel suo pancino, nelle gambette gonfie come pneumatici, nella sua potente pompa-boccale, che tutto risucchia verso un pozzo invisibile, nelle manine da puttina rinascimentale. La sua bomba biologica è già ovviamente esplosa, ma si tratta di un’esplosione prolungata, con una protervia autoasseverativa che si rinnova ogni mattina, lei è lì, attrezzata a portare avanti il suo programma minimo ma ferreo: agitare gli arti periferici, succhiare il ciuccio per ore, ingoiare i suoi 150 grammi di latte sei o sette volte al giorno, cacare e pisciare a dovere, ruttare, tirare testate a destra e a manca, senza alcuno scampo, tregua, ripensamento. Il suo è un programma minimo, ma non negoziabile, e cresce complicandosi di giorno in giorno: non s’interrompe mai, varia e si arricchisce, moltiplica i suoi punti di sfondamento, i suoi accessi sul reale, è un’invasione disinvolta e imprudente. La bomba biologica non possiede i caratteri dell’indugio, né un’organizzazione rinunciataria, ritrattile; lei, dal margine circoscritto da cui compie la sua esplosione, è sempre pronta ad affrontare tutto: il bagnetto, il cambio di pannolini, lo spostamento dentro e fuori il passeggino, la denudazione e il vestimento, le creme sul sedere, le siringate di vitamine in bocca.
Se da un lato questa bomba biologica a scoppio continuato e crescente rade al suolo il mio futuro, me lo risucchia negli interstizi di una cura ripetitiva, giorno per giorno, dall’altro, e in modo contraddittorio, spara fuori un getto potentissimo di futuro, lo ricrea ogni notte, e me lo ripresenta al risveglio, mia figlia emette futuro, a raggi ampi, d’intensità sempre maggiore, e pone me, sua madre, le nonne, tutti quanti in affanno: come riusciremo a stargli dietro, chi potrà seguire, per ogni tornante il suo futuro? Chi sarà in grado di tenersi in piedi, in equilibrio mentale, con un bilancio economico in attivo, un’energia erotica non episodica, fino a che lei avrà prodotto, e di conseguenza bruciato, una quota significativa del suo futuro?
Chi sarà all’altezza del suo futuro rinnovabile?


La vita confusa sottolinea il disagio. Non più neutrale, il soggetto vive la dissoluzione della linea temporale. Cronos morto, resta la luce fiacca del disorientamento, quella dell’ultimo Wallace Stevens, cadente: «Weaker and weaker, the sunlight falls/ In the afternoon». Eppure nella caduta a vortice di tempi diminuiti, di uomini incompiuti (o in continua mutazione, che è lo stesso), è possibile la selezione, anzi indispensabile la scelta, barlume di una volontà disillusa che presenzia la sua stessa disillusione «nella scaduta grandiosità dell’annichilimento» (ancora Stevens). Niente di nuovo oltre il cammino che ricrea la «grande noncuranza del camminare».

***

La vita confusa

Di Andrea Inglese

Per alcuni anni è come se la mia vita fosse stata molto confusa, e questa confusione della vita dura ancora, ma io credo di meno, ed è per questa diminuzione della confusione che mi sono imposto, da qualche tempo, e con aiuti esterni, di fare ordine, e sopratutto ordine temporale, perché la confusione non è solamente spaziale, ma è del tempo. I giorni non si capisce bene per che verso passino, perché come i mesi o gli stessi minuti, anche i giorni, con la loro durata media, bonaria, debbono passare, ed effettivamente si muovono, ma non so mai bene per quale verso, se io sia in una fase di ritorno da qualche giornata, o se stia andandomene via da qualche giornata, le giornate hanno strani modi di avvolgersi o di ritirarsi, di venire incontro, di cercare l’impatto, ma non si sa mai se si è dentro la loro bonaria durata, sulla via del ritorno, o se stiamo andando davvero altrove.
È evidente che io avrei bisogno di scendere nei fatti della mia vita, perché è in qualche modo certo che questi fatti esistano, ed esistano come fatti della mia vita, ed essi – io lo immagino con facilità – sono connessi variamente, magari non tutti, nessun fatto è connesso con tutti gli altri, anche se a volte immagino che sia così, cioè immagino che nella mia vita quello che non va dipenda da un’eccessiva connessione di tutti i fatti tra di loro, e sento come questa iperconnessione maniacale dei fatti tra di loro non possa portare nulla di buono, o possa al massimo portare qualcosa di molto intricato, e che questo intrico lo si può portare, poi, solo per qualche tempo, intendo dire portare avanti, farlo evolvere, perché l’intrico suggerisce un problema inerziale, un eccesso di nodi e spigoli, e tutto questo annodamento e intreccio non può che rallentare fino quasi al raffreddamento e alla quiete malsana il cammino. Ma è per mia fortuna, io credo, che i fatti della mia vita siano collegati tra di loro in modo incompleto, in modo massicciamente incompleto e approssimativo, tant’è che più che un intreccio problematico, piuttosto che l’inerzia, il problema del mio cammino è quello del disorientamento, poiché nulla tiene nulla all’interno della mia vita, e il movimento è talmente facile, che esso assomiglia a uno scivolare quasi senza attrito, ad un glissare, o forse addirittura ad un cadere.
La confusione temporale della mia vita, che ad essere precisi è una confusione sia temporale che spaziale, dipende senza dubbio dalla difficoltà di tenere i fatti della mia vita uniti, agganciati tra di loro, abbastanza uniti e agganciati almeno, senza per forza mirare all’iperconnessione molto pericolosa di tutti i fatti con ogni altro, anche perché quel tipo di massiccia e pervasiva connessione non può che portare ad un incremento di senso, ogni fatto risuonerebbe con ogni altro, e così simultaneamente catene di fatti risuonerebbero tra loro producendo un immenso frastuono nella mia testa, è quindi bene che solo alcuni fatti ed alcuni altri possano essere tra loro solidali, ossia agganciati l’uno all’altro, in modo da resistere a quelle pressioni che la mente confusa produce, a quelle spinte alla divaricazione, alla dispersione, a quelle spinte che, insomma, portano ogni fatto alla deriva rispetto ad ogni altro, creando questa grande noncuranza del camminare, poiché si cammina così facilmente al di fuori di qualsiasi tessuto di fatti, seppure parziale e provvisorio, si cammina così bene, che sembra alla fine di correre, di scivolare via, di cadere nel vuoto.

(Aprile 2015)

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Hans Grundig, “The Sign of the Future”, 1935 (Pushkin Gallery)

Andrea Inglese (1967) vive a Parigi. È poeta, saggista, traduttore. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Tra i suoi libri di poesia: Inventari (Zona 2001), Colonne d’aveugles (Le Clou Dans Le Fer, 2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), il prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011; premio Ciampi), Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, nell’edizione italiana (Italic Pequod, 2013) e francese (NOUS, 2013), e La grande anitra (Oèdipus, 2013). Tra i testi in prosa: Prati / Pelouses (La Camera Verde, 2007) in parte confluiti nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2011) Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazioneindiana. È nel comitato di redazione di “alfabeta2”. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per una itinerante & collettiva installazione poetica.

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