Spazio Inediti (18): Piergiorgio Viti – di Gianluca D’Andrea

piergiorgio
Piergiorgio Viti

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (18): Piergiorgio Viti

“E’ che non ci sono più letti” dice
l’infermiera, mentre nello stanzone
i pazienti restano seduti
aggrovigliati alle flebo
e parlano mozzicando le parole
dei figli del mare del tempo…

Di questo tempo che ha sempre fretta
e non conosce riposo,
tranne quando fai la chemio,
allora sì, tutto si ferma
per due tre a volte quattro ore.

I respiri si fanno più larghi,
i ricordi spaccano come una noce
una Croce
su questo presente di dita tremanti,
tendinoso,
di tapparelle abbassate
su questa città che sembra remota
e invece è qui sotto
con le sue manovre,
i suoi traffici elettrici.

Anche mamma è seduta
e si guarda intorno,
è bella anche se ha settant’anni,
le labbra socchiuse che sembrano
confidare un segreto,
e gli occhi terrosi,
ubbidienti…

E nello stanzone
ci siamo pure noi,
parenti familiari
impigriti dall’afa.
Aspettiamo con loro che la flebo finisca
e immaginiamo prati
spiagge e cieli stellati,
dove niente e nessuno ha un’età,
dove ogni cosa dura per sempre
e tutti si danno del “tu” subito,
siamo insomma ancora più fratelli
che quasi ci abbracciamo
senza saperlo.


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Giovanni Rizzoli, Dipingere con una flebo – veduta della mostra presso Federico Luger, Milano 2013

Sia l’immagine di un desiderio o la volontà di un risarcimento immediato, questo inedito di Piergiorgio Viti proposto per Carteggi Letterari, sposta sul piano del contingente e della semplicità il messaggio. Non che la semplicità sia un valore assoluto, anzi spesso accade che l’accessibilità riduca la prospettiva, minimizzi e sterilizzi il contenuto su una forma piatta e scontata, come accade in molti tentativi in versi della nostra contemporaneità. A rassicurare, per un attimo, in questo testo di Viti è il senso di accoglienza che si spera come risoluzione di un contatto, quello con la madre malata e con il “noi”, certo molto referenziale, dei parenti un po’ “distratti” dalle proprie sensazioni o necessità («parenti familiari/ impigriti dall’afa»). Forse proprio questa “riduzione” dei soggetti, questo distanziamento dalla contingenza, dovrebbe far riflettere sul mutamento in atto: la scomparsa della referenza, per cui l’unico modo per dire “io” è la constatazione del suo appassimento “desiderante” in direzione di una passività nei confronti degli eventi. L’unico protagonismo plausibile è quello che evidenzia la non necessità del proprio fare. Lo scenario utopistico del finale, visto in questa prospettiva, annulla proprio quel senso di “fratellanza” e consuetudine («e tutti si danno del “tu” subito») che il testo voleva trasmettere e che invece presume.

(Novembre 2015)


Piergiorgio Viti vive nelle Marche. Nel 2010 ha pubblicato Accorgimenti, per L’Arcolaio editore. Sue poesie sono state tradotte anche in spagnolo dal giornalista e scrittore argentino Jorge Aulicino e in rumeno dall’italianista Geo Vasile. Autore di un saggio critico sulla figura del pittore Pietro Annigoni, ha scritto una fiaba, La fiabola di Virginio e Virgilio, interpretata da Tosca (2012) nell’ambito del Festival di Musica da Camera “Armonie della Sera”. Una serie di monologhi ispirati alla vita del musicista Ray Charles, I sogni di Ray, sono stati interpretati alla Casa delle Culture di Roma nel 2014 dall’attore Carlo Di Maio.

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