Carteggio XVI: Il Totem dalle mille piume (2ª parte)

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Lorenzo Perrone, Totem 150, 2011

di Gianluca D’Andrea

Il Totem dalle mille piume (2ª parte)

Parlare e non avere nulla da dire ma vivere con la parola la vicenda che sta accadendo (discendendo?) sulla regione, sulla localizzazione, porzione di mondo in cui, anche noi immersi, avvicendiamo lo scambio, la relazione. Micro-sistemi di accoglienza e distanze che si dileguano al momento e poi riappaiono, facendo la storia dell’evento. Alla parola originaria si sovrappone il linguaggio storico, eppure il ricordo non può essere espulso, a meno di rinunciare alla scrittura dell’evento.
Sarà paura di lasciare la parola al suo oblio ma l’esperienza della poesia è il sintomo di una dispersione bloccata, un aumento del mistero della parola che non possiede il suo discorso, anzi pertiene – per non dire trattiene – la sua rinuncia.
La lingua della poesia è la resa alla fissione del nucleo della scomparsa, una storia che spera proprio nel ricordo della possibilità d’oblio, quasi evenienza messianica come in Benjamin – e non attrito tra scomparsa e ricordo come in un’interpretazione dello stesso Benjamin condotta da Giorgio Agamben (il riferimento è al piccolo saggio Lingua e storia – Categorie linguistiche e categorie storiche nel pensiero di Benjamin, conferenza tenuta a Modena nell’aprile 1982, pubblicata in Aa. Vv., Walter Benjamin. Tempo storia linguaggio, Editori riuniti, Roma, 1983; ora in G. Agamben, La potenza del pensiero – Saggi e conferenze, Neri Pozza, Vicenza, 2010², p. 36).
La poesia, anzi, occorre precisarlo, vive nella tensione continua tra sopravvivenza e oblio, laddove la prosa manifesta il desiderio d’affabulazione e trasmissione, quasi in una forzatura continua della tradizione.
La stessa tradizione non è dimenticanza dell’estinzione, per questo la poesia recepisce dalla prosa proprio le potenzialità affabulatrici del linguaggio, riformulando l’epica attraverso il canto tensivo della distanza, la trasparenza della parola sempre a un passo dalla sua fine.
L’ambivalenza del linguaggio può risolversi nella sua “non soluzione”, nel movimento continuo tra parola e storia, tra distanza insignificante e presenza che forza la sua significanza: l’imprescindibilità del ricordo e la consapevolezza dell’imponderabile, cioè la scomparsa.

(Agosto 2014)

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