Carteggio XXII – Marianne Moore

800px-Marianne_Moore_1948_hires
Marianne Moore

di Gianluca D’Andrea

Marianne Moore

What Are Years?

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt,—
dumbly calling, deafly listening—that
in misfortune, even death,
encourages others
and in its defeat, stirs

the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.

So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.


Che cosa sono gli anni?

Che cos’è la nostra innocenza,
che cosa la nostra colpa? Tutti
sono nudi, nessuno è salvo. E donde
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
l’intrepido dubbio, –
che chiama senza voce, ascolta senza udire –
che nell’avversità, perfino nella morte,
ad altri dà coraggio
e nella sua sconfitta sprona

l’anima a farsi forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua prigionia si leva
sopra se stesso, come
fa il mare dentro una voragine,
che combatte per essere libero
e benché respinto
trova nella sua resa
la sua sopravvivenza.

Così colui che sente fortemente
si comporta. L’uccello stesso,
che è cresciuto cantando, tempra
la sua forma e la innalza. È prigioniero,
ma il suo cantare vigoroso dice:
misera cosa è la soddisfazione,
e come pura e nobile è la gioia.
Questo è mortalità,
questo è eternità.

Questa poesia così carica di saggezza mi fa ricordare il niente che siamo, che l’unica traccia è l’opera, il lavoro che sfuma nel tempo e può riaccendersi all’improvviso. Scontri, incontri, personalità che tentano di urlare o silenziosamente scomparire, ma il lavoro, il percorso è l’unico manifestarsi di una libertà sempre in sordina, perché un “Io” presume di esistere quando invece è vissuto e, a volte, subisce i pensieri che crede propri.
Il percorso, la linea non lineare, il segnale che rischia continuamente di essere perso di vista e che all’improvviso si ritrova, sono possibilità e annichiliscono definitivamente il soggetto.
Anche l’archivio è una traccia, una potenzialità che si allontana dagli individui che se ne occupano.
Tutto esiste perché scompare – “questo è mortalità, / questo è eternità”.
Nessuno esclude nessuno, anche la letteratura finisce, la “parola” può sempre riemergere, anche nel detrito, nella deriva più sconcertante, ma è sempre necessario correre il rischio della sventura. Essa – la “parola” – non ci appartiene e, come il fantasma di ogni accensione momentanea, sola “trova nella sua resa / la sua sopravvivenza”.

(Novembre 2014)

 

SalvaSalva

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...