Carteggio II

Sicilia_antica_Abraham_Ortelius_1580
Sicilia antica, Abraham Ortelius, 1580

di Gianluca D’Andrea

Carteggio II

Cari,
più mi sforzo più non trovo un ricordo distinto sull’evenienza dello scrivere in versi, non trovo neppure un’identità definita, neanche me ne stupisco essendo siciliano. Sì, perché la Sicilia non ha un’identità, è lo specchio di se stessa. Circondata dal suo mare, l’isola è stata sempre soggetta alle invasioni più disparate, diventando crogiolo indefinito, metamorfosi di culture, diversificazione che ha prodotto ambivalenze, le quali hanno un riscontro nei caratteri del tipo “siciliano”: ribelle ma disposto al compromesso, eclettico, sensuale e gelidamente aristocratico. Vanitoso, arrogante e in ugual misura servile. Insomma tutto fuorché stabile. C’è un fondo di risentimento, a mio avviso, che segna qualunque attività siciliana compresa la scrittura. Ad esempio: «prenderli con la forza/ qui legarli/ questi miti della primavera/ a rinsecchire e annerire/ a mostrare la vera scorza» o «mi domando perché non debba esserci/ una distinta dei prezzi/ reni polmone cuore/ e un mattatoio/ e un pubblico spaccio/ di carne umana/ docile dolciastra facilmente/ assimilabile/ divorata da sempre/ dietro una trasparenza di metafora» (B. Cattafi). Il risentimento di cui sopra traspare dalla volontà, quasi violenta, di spostare nella scrittura il reale col solo scopo di non lasciarlo fuggire. Il risultato della forzatura è la trasfigurazione dell’esistente, un’immaginazione che, combattendo la fine, tende a mitizzare, a eternare. Il referto di questa potenza che vuole liberare il movimento, trasformandolo in tensione costante tra possesso e abbandono, è il risentimento di cui parlo e, a mio avviso, la costante dell’opera cattafiana, ma non solo.
Le metafore, leggendo le vostre scritture, non posso non costatarlo, agiscono sempre in funzione di uno svelamento. Ecco, questa necessità di squarcio dipende sempre dal luogo in cui si è originata la nostra scrittura, nonché dalla sua ambigua evoluzione antropica e sociale. L’isola diventa dimora senza radici, abbagliata dalla sua possibile autosufficienza, difficilmente disposta a quel dialogo che sembra esserle stato strappato, dai continui insediamenti, dalle continue forzature appunto. Come vivere un’offesa continuamente ripetuta, accogliere lo straniero in casa ha conformato un atteggiamento sociale che si maschera d’ospitalità, alibi di sussistenza. Quest’offesa e questa impostazione relazionale sono alla base della messa in scena, della teatralità, della pomposità barocca e mi sembra inutile, adesso, ribadire il concetto attraverso riferimenti alla nostra tradizione letteraria (basti Pirandello su tutti). Nel tentativo di ricostruire il dialogo perduto nella forzatura violenta, chi nasce e cresce in Sicilia risponde con un’altra forzatura, l’autoesilio. Certo, le necessità pratiche spesso s’impongono, occorre partire per ottenere un lavoro consono alle proprie scelte, verso lidi più felici, civilmente non abituati al paradosso della lotta continua, intavolata per non dover arrivare a svendere il proprio sé alla pura sussistenza. L’altra tendenza, che non esclude la prima, è la chiusura, o meglio la clausura, si resta ma è come essere immersi in una perenne autodifesa. Questo esigere ha del sacrificale e del masochistico e produce una nostalgia profonda, ctonia, per richiamare un termine caro a Enrico. A una lettura di versi, svoltasi a Roma nel 2003, una signora, di cui ricordo l’acconciatura arricciata e simpaticamente sontuosa, accennò al mio sguardo triste paragonandolo a quello di altri siciliani. Quest’episodio minimo mi ha spinto a riflettere su questa tristezza che accompagna i nostri sguardi sul mondo, mi ha ricondotto a quella nostalgia che deriva dal dovere lasciare. Anche ritornando, dopo tanti anni, si è colti dalla sensazione di aver perduto l’isola, la nostra individualità, la certezza che la nostra fortuna (il nascere in un luogo ricco da un punto di vista naturale, ma povero perché depredato e poi auto-depredato), nella sua illusorietà, può essere completa solo in una casa che vive nella nostra immaginazione, e solo nell’illusione che ne deriva (ancora quel risentimento che crea favole).
«Le sognanti, lontane ombre che sono/ dietro le tue parole» (Lucio Piccolo), le nostre parole, diventano i nostri realia, e, a mio avviso, in questi limiti si gioca la differenziazione di chi scrive dall’isola rispetto al resto d’Italia; i veri oggetti sono le ombre e occorre passare dalla conquista delle stesse per affondare le nostre radici, solo nella lotta con esse si può realizzare l’eterna «promessa d’un ritorno» o, detto altrimenti, l’infinità dell’origine.

(Febbraio 2014)

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