Scartafaccio VIII

(Teorizzazione apparsa in «Ali», 4, primavera 2010, pp. 75-77, con un titolo differente)

REGGERE piuttosto Resilienza

LINGUA

Il punto di rottura o collasso, l’intercapedine non regge, a reggere sarà la rottura, posizione o invasione.

Strati di dati incastrati a formare relazioni, connessioni, connettivi ravvicinati, messaggi lanciati in distanze, un campo magnetico, forze, bilanciamenti.

La scarpata (il linguaggio al momento dell’avvio) è incisa dall’impulso, tanto è esposta la corteccia cerebrale, le difese ancora fragili. L’età di un trapasso invasivo, invasione che sostiene uno stile (una personalità). Vaso incrinato che scopre le sue ferite, crepe dilatate, vuoto-fisima della zona infranta. Area di Broca tempestata di impulsi incomprensibili, giocabili.

Lingua è fisima, scarpata perenne. Mi affaccio, m’imposto al mondo esponendo la mia fragilità cerebrale, strutturale, semplice. La rete neurale, non labirintica piuttosto leggibile nella sua ormai constatata semplicità, converge sul punto ferito, dove l’invasione è scoperta – area compresa nel dolore inferto dalla lingua in momenti sociali distruttivi (presa di coscienza di un esterno, estraneo, alieno) – l’Area di Broca è sbrecciata e diviene punto di convergenza di una sofferenza (fisima = gonfiore). Niente è naturale, piuttosto difensivo e dunque artificiale (un lavoro di costruzione, una muratura). Occorre una ramificazione comunitaria per inficiare forze avverse all’equilibrio di sostentamento, la purezza del lavoro (muri, fossati, argini, limiti invalicabili sostenuti da una concezione morale impaurita, difensiva, identitaria). Saremo liberi nel momento dell’autoafflizione o più semplicemente dell’invasione condivisa.

La ferita indirizza, brucia nel momento in cui avviene e il dolore diviene una struttura sistematica delle esperienze. Una reazione affettiva si distingue rendendo l’estraneità. L’alienazione muta la prospettiva e l’implicazione morale si trasforma in difesa sociale, inibisce le sfaccettature molteplici degli organismi. Il corpo è, chiaramente, la residenza (precaria) di numerosissimi elementi. L’impulso ad una diversificazione collettivizzante è la sola prospettiva visibile. L’alienità è il sé e solo il sé realizza, è reale.

Reggere è resistenza all’autodifesa (il processo continua sistematicamente, reticolarmente ma muta prospettiva e la visuale è nient’altro che la visione morale). Non essere è la plausibilità rispetto ad ogni preconcetto legato alla parola vita. Ogni simbologia si sviluppa dove il corpo riflette l’offesa in maniera irreversibile, per potenza d’impatto. La ferita è un nucleo palpitante, rimarginarla richiede la pazienza di un ritorno irrealizzabile, la mutazione, il taglio sono definitivi. Autismo collegato a un’iperemotività, la rovina è il fraintendimento, il volo è un rischio reale.

Colpire il dolore è lo stesso colpo e nessun’altra implicazione. Siamo assestati in una modificazione. Rendere modale la non effettività del nostro essere, paura di attendersi in quanto sparizione.

UN PENSIERO

Come per la vita, la lingua si impone dove è più esposto il dolore. L’estraneità sentita, il diverso come continuazione per soluzione. Nessun’altra conferma che la nostra difformità rispetto ad ogni presa di coscienza. Lingua, libertà neutra e aggressiva (come in Zanzotto la polarizzazione Artaud/Mallarmé tende all’unificazione), formalismi ed esplosioni magmatiche del materiale linguistico tendono alla naturale ricomposizione, ma in relazione alla scienza delle reti secondo i risultati della quale ogni gerarchia cognitiva s’installa in un circuito non polarizzato ma intersecantesi, mantenendo la propria individualità, ogni connessione è fondamentale in quanto inevitabile e decade il senso stesso di ricostituzione. Abbattute le gerarchie totalizzanti, ogni circuito presenta lievi modificazioni (cortocircuiti). Verificatasi l’effettività del limite o fragilità percettiva di un organismo, resta da constatare (vista l’impossibilità d’interferenza sostanziale del singolo) la libertà – anche manipolatoria – all’interno del circuito, fino a ribaltare moralmente l’invenzione del nostro “essere” e realizzare la constatazione del nostro “non essere”.

L’invasione costituisce la nostra naturalità (sin dall’espulsione materna, un processo organico installa messaggi sul tessuto corticale, da quel momento in poi è un susseguirsi di ramificazioni informative).

In poesia: sembra stabilirsi uno schema di lettura provocatorio della realtà (connessione infinita), nessuna divinazione, ovviamente, ma l’aver sperimentato l’interconnessione basilare ed ordinata di ogni sistema (in cui l’ordine è confermato dalla casualità di alcuni collegamenti), ecco che la lingua diviene una rete, un piccolo mondo (ECOSISTEMA) in cui occorre notare il collegamento necessario e percepibile (anche se assente una mappatura) tra le varie lingue (ramificazioni dialettali, idiomatiche comprese). Anche l’eventualità di affermazione planetaria di un unico sistema linguistico (inglese) risulterebbe inficiata dall’insorgenza di numerose variazioni all’interno del macrosistema linguistico (come è già accaduto nelle molteplici dislocazioni geografiche dello stesso inglese). Appare plausibile, più come ipotesi fantastica anche se non decisamente irrealizzabile, in quanto possibilità unificante, la traduzione in tempo reale (senza voler considerare la possibilità d’inserzione tecnica, o la regressione – presunta – al vagito o richiamo amoroso).

Relazione, rete testuale, rami minimi (vascolari) o tronchi, rete nodulare anche la lingua.

SU ECOSISTEMI – NERVI

Se sporcare il testo, sporcare un vuoto, riempire un’assenza è spinta pertinente ad ogni forma artistica ed ogni forma artistica è gesto vivente – o, ribaltando la prospettiva, ogni gesto diventa forma artistica, differenziandosi per il modo, e non tanto per l’intensità, in cui è “toccata” la materia – la scrittura esprime un desiderio d’incisione, geroglifico desiderante, una ritualità.

Osservando i segni impressi e le strutture testuali formatesi in una qualunque stratificazione comunicativa, fondante qualsiasi tradizione linguistica, ci si accorge di come all’opera presuntamene compiuta in realtà manchi qualcosa di sostanziale, la sua formazione, la descrizione realizzante di ogni testo.

In poesia: tratti paradigmatici di un’esclusività fondata sul pudico rispetto del silenzio circuitante attorno al testo. Il movimento fantasmatico del vuoto testuale nasconde l’omissione o scelta negativa di ogni altra possibilità, eppure tutti gli scrittori e in particolare i poeti sanno quanto peso abbia la scelta esclusiva, la violenza implicita in una decisione distintiva.

Si rende palese l’ineffettività della stessa scelta distintiva o distanziante; la constatazione di una vera possibilità di concretizzare una testualità fantasmatica, in cui ogni spazio vuoto rappresenterebbe un’astensione dal segno che invece vive nella mente (si esprime per mezzo del segno – non comunica ma esige la propria esistenza), è inficiata dalla presunzione che riguarda la modalità di proiezione testuale: la tendenza a porre barriere al passaggio o trasmissione dell’informazione. Ostacoli morali derivanti da un limite ormai non più effettivo ma estremamente resistente: la fragilità organica. La nostra natura non ci permette una sicurezza totale di sussistenza e non sappiamo come reagire a questa che presumiamo essere carenza primordiale o legge fissa. Non abbiamo raggiunto il necessario coraggio di smascherare la vergogna e considerare la nostra stessa fragilità o debolezza come “unica” possibilità di sussistenza. L’accoglimento di una sostanzialità debole del nostro essere, l’assenza di essere, non solo ha complicato l’eventuale presenza ma ha deformato la vera provvisorietà di una sostanza autostrutturatasi secondo un sistema precario nel suo costante equilibrismo (basti pensare al moto dei corpi celesti, alla deriva dei continenti o alla disposizione cellulare o, ancora, alla struttura di un albero). Occorre lasciar essere l’assenza.

In poesia: nella formazione di un testo, la composizione vive della propria assenza se include ciò che pretestuosamente (metafisicamente?) aveva in precedenza escluso. Ciò è stato da sempre considerato extratesto. Quei nodi di segni e nervi di parole che a volte sono recuperate o riciclate come riflessioni poetiche (poetica o pensiero applicato al testo), esplicitazione di una scelta, segni grafici, cancellature, graffi estorti alla violenza procreativa di ogni singola parola. Seguendo questa traccia contaminante s’approssima evidentemente una maggiore esaustività ermeneutica nonché una più schietta possibilità comunicativa. L’onestà paurosamente spossata di una vera riproduzione o meglio proiezione testuale (il più possibile riuscire a produrre e a rendere a sua volta produttivo, in funzione di una fruizione collettiva, un prodotto altamente sterile e insensatamente contagioso). Il contagio ha sempre reso possibile la trasmissione e di conseguenza la tradizione. La sussistenza, infatti, è assicurata da una trasmissione che si stabilizza in tradizione, un centro irradiante che gradualmente perde intensità e, pur non estinguendosi, non ha più funzione di nodo propulsivo, (la tradizione disloca la sua energia – campo magnetico); nel tentativo di raggiungere ulteriore equilibrio, una sistemazione più comoda, stacco e riposo della tensione, si verifica un trasferimento di dimora.

Anche in poesia (l’unico grande esempio novecentesco, ovviamente su basi trainanti e propulsive, in questa direzione è quello di Zanzotto) occorre operare un trasloco. Ogni presunzione (oserei dire tracotanza) auratica ha perso consistenza, la paura primordiale, presuntamene eterna, della debolezza organica cade nel terreno accidentato di una testualità sistemica, più espansa, maggiormente disposta all’accoglienza – anche della propria fragilità (e sappiamo che accettare il limite implica una già pacata prospettiva del dolore, una minore repressione d’energia, l’impossibilità di un’esplosione violenta, un vero mutamento prospettico, una diminuzione dell’attrito che potrebbe, chissà, portare alla totale estinzione di ogni soglia). Il sistema reticolare (una designazione simbolica può contribuire all’acquisizione di altre ben più fondanti certezze) della testualità rinforza la consapevolezza dell’organismo poetico (ma non solo), la sua presenza diversamente orientata (dopo il dis-orientamento). Accettare la condizione è già possibilità di un assestamento dislocato, il trasloco necessario come conseguenza della presa di coscienza di un’inevitabile disgregazione della vecchia dimora. La nuova casa sarà più ricca solo a condizione di un risveglio della volontà di salvaguardia dell’acquisito e anche della necessità di eliminare l’invadenza dell’eccessivo (inutilizzato).

Gianluca D’Andrea

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