Per il fine settimana – Arturo Mazzarella suggerisce Gilda Policastro

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Christian Boltanski Menschlich, 1994 ca. 1200 Schwarzweißfotografien, Gesamtmaß variabel Sammlung Kunstmuseum Wolfsburg Ausstellung: Galerie Kewenig, Frechen, 1996 Foto: Helge Mundt © VG Bild-Kunst, Bonn 2013

Per il fine settimana, Arturo Mazzarella suggerisce Gilda Policastro. Buona Lettura.

Gianluca D’Andrea


La necessità di continuare a intrecciare – nel solco delle più innovative esperienze poetiche del secondo Novecento – l’ingarbugliata matassa di fili che legano la poesia alla prosa – si presenta nei termini di un’esigenza imprescindibile per chiunque voglia attingere all’indefinito arco di risorse offerte dal linguaggio poetico. Risorse che si dimostrano sempre più ardite nella “perturbante” sovrapposizione – direbbe Freud – tra una quotidianità completamente scabra, dimessa, e la pluralità di voci narrative che tentano invano di afferrarne il senso.
Sono proprio queste le polarità entro cui si svolge, con un estro stilistico pari al rigore concettuale, Non come vita, la raccolta che Gilda Policastro ha pubblicato nel 2013 per Aragno, da cui sono tratti i testi che seguono.

Arturo Mazzarella

Poesie – Gilda Policastro

Fili

a chi parlano la gente ai telefoni————– a chi dice, lei
sei come un domatore: prima la frusta e poi lo zuccherino
a quali fili sono appesi quando si muovono nella danza
quelli che aspettano —————-treni che volano aerei lontani
com’è inspiegabile i fili che tengono insieme ————-che ti staccano
gli altri
certi, vivono di comunicati arrivi e partenze ————–e interferenze
ho fatto il numero per sapere come stavi,
ma ho messo giù perché se c’eri non lo davi a –
quelli che non ci sono telefonano di continuo
a tutte le ore hanno bisogno di dire
pensavo che non ce l’avresti fatta a sopravvivere
ti faccio le mie condoglianze
ti sei rifatto una vita, meno male
coi morti per essere buoni
bisogna essere duri ——–dentro
al telefono le pause sono mortali quando si parla ——di noi
non dire niente agli altri, non capirebbero

*

Posti

il gruppo di autocoscienza delle rumene
la signora con le gambe macchiate
sotto i pantaloni alla zuava (forse picchiata
e sono lividi)
l’africana riccia se la portava via il tassista
i venditori giallini hanno introiettato Il capitale
ti vendono gli accendini e non ti vogliono, per dire,
recitare una poesia

-non mi aspettavo che per scrivere di cultura tu volessi dei soldi
-nemmeno io che li volessero da me per comperarmi il pane
sto barattando libertà con solitudine:
loro al parco almeno si parlano
– ma il problema – ho detto camminando verso san carlino
allo scrittore noto
– non è tanto il mio brutto carattere
e di come ti maltratto l’ambulante,
piuttosto quello di chi ha comprato accendini e cd pirata
perché noi siamo nati
dalla parte buona del mondo
loro da quella sbagliata
-un ricatto pietoso-, ha detto allora lo scrittore noto:
-a mio figlio, se scordo la merenda, non ne compro due: gli chiedo scusa

la ragazza riccia coi seni palestrati
la ragazza magra con gli slip in evidenza
la ragazza del libro brava e bella
la ragazza ch’ero quando mi ha vista e ha detto:
non pensavo ch’eri tu, quanto diversa sei
diventata e come mi piaci di più adesso che non sei come prima

al parco è lecito se di sesso diverso
sdraiarsi uno sull’altra e parlarsi all’orecchio in evidente strofinio
la rumena del gruppo si è spostata
accanto a un uomo
solo
che sfoglia un giornale
meglio reietti ————oggi
che una vita normale

*

Prossimità

per A.

Dorme, e la inonda
di tiepido umore
Distesa—- l’arma bianca
per tagliare come al ristorante,
gettare minutaglie, i resti che non servono,
della mattanza
Si lavano i camici bianchi,
si tolgono i guanti
pieni

Un unico varco,
distesa la inonda di umore rappreso
si lavano i camici bianchi, si tolgono i guanti
si gettano via gli avanzi

Apre alla voglia
e lo stesso umore
la inonda

Il corpo di lei,
svuotato

*

Primo amore

La signoria sul corpo della vita
è sola dilazione:
in rovescio per sottrazione di resistenza
levigando il ventre come tavola di marmo
senza rialzi
e incavando l’occhio nei neri fossi
del peso forma

Un uomo uccide una donna dopo cena
e poi s’impicca
in una villa al mare

Una donna e un uomo al ristorante:
lei verdi foglie,
lui funghi prataioli

Il solo modo della riduzione perfetta
delle due in una e, nella stessa,
del cuore e della testa
Non si danno in natura che rapporti
reversibili
Brama sbarre la vittima
non sa di essere
carnefice ———-chiama
carneficina
di coltellate solitamente quattordici,
per l’anonima ragazza di Calabria
o la moglie famosa

Dell’amore finito in morte
solo dilazione
in prolungata agonia
da farmaco
che corrode, non guarisce
come una cura
all’incontrario, farlo
sparire

*

D’estate

Sugli autobus la gente estiva è una donna
dai seni enormi e bianchi
un matto che parla da solo e puzza
un ragazzo con la mappa della città
e la maglietta di cuba
la gente estiva è poca
ma la gente del mondo è troppa
gli ascolti i discorsi telefonici che urlano
certi non li rivedi mai,
di quasi tutti hai la mail

Negli ospedali la gente estiva ha i pigiami
d’inverno, a righe
i figli leggono nella sala d’aspetto
la moglie del vicino non parla ma porta
una boccetta di profumo
la gente va negli ospedali per poco,
lei crede,
a molti potrebbe succedere
ma a tutti no, meno male

Nei posti estivi la ragazza è bella
da morire
un turista francese ha percosso la figlia
a morte, sull’altare
cuocersi al sole incrementa i melanomi
i motoscafi decapitano l’amico
ma questo non vuol dire, sono casi
tutti ci siamo divertiti da giovani,
al mare
e t’avessero sculacciata di più, da piccola

Nel silenzio estivo si sentono i tasti
mentre le macchine, poche, vanno fuori
la vicina ha chiuso le imposte e non chiede
le cose che faccio, o i fidanzati,
le studentesse tornano in Calabria
che d’estate bisogna riposare
cuocersi al sole, annegare
nell’acqua galleggiata da escrementi o da bolle
d’olio dei motoscafi
Ho un tavolo sotto il pergolato
e una barchetta di legno,
mi vieni a trovare

Ma no, rimango a Roma, prendo il pullman
il padre è in ospedale,
lo andiamo a visitare
Il medico di guardia ha smesso il turno
è domenica
ci sono solo infermieri abbronzati
nei corridoi e i malati
che camminano col trespolo,
con le flebo di medicinali
mossi da bollicine pare d’acqua minerale
Dico papà che presto esci,
e lui mi guarda come me da piccola
con smorfie di ribrezzo o di spavento
bambino adesso è lui su quel triciclo
che vuole farsi tutto il corridoio,
di corsa, uscire fuori,
andare al mare

*

I cari altri

Gli altri sono:
mangiare il panino a morsi,
gridare al telefono e
sputare
mentre lo fanno

I gesti che non durano,
la bambina dire ciao dalla porta,
e lui che ci hai dormito, una notte,
la mattina non ne sai il nome più
– ma non è come pensi

Gli altri sono:
il ventre che spinge
sotto le calze, e sopra i seni
le mani,
ma pensare che non resiste,
e ochéi, ci sentiamo domani

Un’unica forma, o misura, ha il fare,
il resto è represso
dal vestito di madre,
dal divieto,
e più chiedono, gli altri, più ingombrano,
meno ci stai

con gli altri sono:
i figli, morire, tu-figlia-loro-morti,
e le coperte, e il velo
e i pigiami e le giacche,
gli altri le porteranno, li butteremo,
e quel giorno non verrai
nel sogno a rimproverare

non come vita, ma più di dormire o meno,
adesso non ricordare, non dire il nome, che non sai
degli altri, che a te chiedono, loro,
di non andartene

e che hanno paura,
non vanno a letto, non si sdraiano come d’amore,
eppure non passa, non va-e-non-viene, e sono a metà

*

La cottura del pesce

ti odiano perché sei viva
le ottantenni delle amiche, in eurostar, e
a una certa età tutto è invidiabile, aggiunge, mentre
dei figli si raccontano poi o del pesce, che va bollito
nella sua stessa acqua, per insaporire:
le ascoltiamo ne ridiamo,
continuiamo lui a leggere io a dormire,
guardando i prati, le montagne, i porti
coi primi bagnanti al sole di pasqua

abbiamo cercato le tracce
nei conti da pagare, nei soliti fiori,
li metti tu, che ho sfondato la sedia, l’ultima volta,
poi dalle cartelline sono emersi
i romanzi, che iniziava quell’anno,
mentre i parenti debitori sono in vacanza, al mare,
e, ci sentiamo, state tranquilli, la prossima volta

sei stai bene è peggio, perché fai la tua vita
vuota di ombre,
e se male ti ci pare di sprecarla, proprio perché,
il prete dice, non si vive per poco e si muore per sempre
ma il contrario, o ci si rincontra, e quasi
vien da sperare di no, per loro
che potrebbero ricominciare a litigare,
dei parenti debitori, o dei romanzi

ti odieranno finché sei vivo o vorranno
sentire della musica, ballare perfino
(lui va a scuola di tango)
oppure smettere le corse, i romanzi
e andare a vivere dove non siamo che nati,
ricomprare la sedia, bollire il pesce nella sua stessa acqua,
leggere coi cugini ch’è morta la vecchia, bruciata
mentre era fuori per la spesa la badante, e
dire che è tutto inutile, le scelte, quando il destino bussa,
e passa


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Gilda Policastro

Gilda Policastro ha esordito con la silloge Stagioni e altre apparsa nel Decimo quaderno italiano di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Ha preso parte a festival e rassegne (Romapoesia e RicercaBo); ha vinto ex aequo il Premio “Mazzacurati-Russo” con La famiglia felice (d’if, 2010) e il Premio “Antonio Delfini” con Antiprodigi e passi falsi (Transeuropa, 2011). Ha scritto due romanzi: Il farmaco (Fandango, 2010) e Sotto (Fandango, 2013). Critica letteraria e saggista, ha collaborato con i supplementi culturali del “Manifesto” e del “Corriere della Sera”. Ha pubblicato, inoltre, saggi su Dante, Leopardi, Sanguineti e la critica militante contemporanea.

 

 

 

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