Per il fine settimana – Sebastiano Aglieco suggerisce Alberto Bertoni

larve
Larve all’interno delle celle (fonte, agraria.org)

Alberto Bertoni, Traversate, Società editrice fiorentina 2014

Si potrebbe partire, per intendere i fili portanti di questo libro, dalla sezione “Un teatro senza animali”, piuttosto che dai due bellissimi requiem d’apertura dedicati alla scomparsa del padre e dell’amico Stefano Tassinari.
Questo teatro senza animali fa riferimento, in dialogo, alla poetica naturale di Giampiero Neri a cui è dedicato, significativamente, ad inizio di sezione, il testo “Una larva”: come in un sogno, o un’allucinazione, il poeta immagina di aver partorito una larva dal polso, di averla curata per un poco come un figlio e infine di averla schiacciata – forse – “annichilita dalla pressione delle dita”.
Si declina, dunque, un rapporto ambiguo con la morte, presente in ciascuno di noi in forma di elemento naturale e che a volte si palesa come presagio, in alcuni momenti della giornata – la ferocia delle ombre -.
Il tema della larva, ma ora da intendersi letteralmente come sostanza dei fantasmi, appare nella prosa “Il cane”, in cui il poeta viene assalito dai latrati della bestia che, guardandolo, riconosce in lui la stessa sostanza della gente proveniente da “un buco di buio: vero, metafisico, assoluto!”. Perché quelle larve, dice il poeta “(fibre vibranti appena più chiare, voci scomposte, gutturali, e strappi nella pelle del silenzio) mi sono penetrate fino in fondo: e adesso sono io, solo io, il pozzo d’acqua Nera, l’istinto omicida, un senso di integrale smarrimento”.
Il teatro senza animali, dunque, sembra voler consegnare la poesia alla vita abrupta abbassando il valore della maschera sociale. Naturale è, in fondo, tutto ciò che si oppone al suo stesso disfacimento e questo cane che latra sembra voler negare la leggerezza delle forme, ora divenute materia di sogni o di incubi.
Si capisce, allora, l’estrema ratio della descrizione della perdita nelle prime due sezioni, un iperrealismo che rinuncia al senso di ciò che si nasconde dietro le cose, all’armamentario metaforico storicamente stratificato di ogni bestiario.
Esiste, dunque, nel libro, un contrasto per niente pacificato tra l’animale come forza che si mostra nella sua nuda e perfetta forma, e l’ironia delle maschere; tra il puro esistente – lo specchio che ci avvicina alla sostanza dell’altro – e l’exsistere. Così, il senso di questo bestiario descritto da Bertoni in dedica ad amici, risiede nelle qualità intrinseche che si travasano dall’uomo alla bestia, per somiglianza, appunto, ma con la netta preponderanza di una fisionomia quasi lombrosiana; un realismo spesso minuto, fatto di paesaggi e cose che si disfano sotto ai nostri occhi, incistati nell’esperienza quotidiana del dolore e delle gioie fugaci.
Questo contrasto tra vitalismo e disfacimento, è riassunto da Bertoni nella figura metaforica dell’anfesibena, il mitico serpente in cui capo e coda si confondono, dotato di una testa per ogni estremità del tronco: “faccia doppia del tempo / convivenza di opposti, cuore di sirena”.
Il libro si apre con la morte del padre e si chiude con la morte della madre, lasciando la questione della parola e della vita all’erranza, senza sottrarsi, per orgoglio smisurato, al finale scontato di tutte le cose.

Sebastiano Aglieco

Testi

NONA STAZIONE

Sdraiarmi al tuo fianco
godere anche del rantolo
quando si allunga fino
al terremoto dell’addio

Questo l’unico senso
questo crollo del ritmo
sillaba, diaframma, silenzio del respiro
e subito immobile la fiamma
ripiegata oltre la strada la risacca
mentre spunta l’alba
di sbieco sui vicoli le piazze di Ferrara
noi due distratti come sempre al suono
di cui il mondo può far dono
dal ramo fiorito uno zirlo
forse il codirosso pronto al volo
e come, dopo
tutto resta immobile
senza più battito di cuore

Vivo solo il taglio del dolore
dato e subìto,
immane, definitivo

*
IL GATTO

Il tramonto più di lato
e quel gatto fra gli alberi acquattato
che ti sbircia dal basso
non sai chi è cosa vuole
l’essere arcano che di taglio
sbuca dal mondo accanto
è il graffio di gelo nel caldo
che mette in allarme una madre
alla prima bava di vento, di
trasparente cielo

E io resto lì, di sbieco
assisto a uno sfacelo
d’azzurro cinerino e del giallo più spento
che mi colpisce all’occhio destro
rifluisce nel tempo, mi fa spazio
col gomito teso quando sento
l’urto degli atomi nel cosmo
il buio come cibo

*

CROSTACEI

A Roberto Alperoli

Una luce di cenere, tale e quale
dove ricomincia il mare
e tutt’attorno barche
da calafatare, gusci di crostacei,
baracche, sterpaglie

Ma nessun mare ricomincia
oggi, dalla cenere
e le barche, le baracche, i crostacei
non servono a fermare
la miseria dei giorni senza pioggia
che dobbiamo attraversare
neanche fossimo qui per ingoiarle
gerbéne e jacarande
goderne insieme il retrogusto
sulle palpebre, le orecchie, la radice delle bocche

Dietro il sole
torno piuttosto alle mie lanche
al silenzio della mente che decade
unico lascito del cielo

una carta delle caramelle per la tosse
fino alla macchina attaccata
sotto la suola delle scarpe

*

L’APE

Un certo dato stabile di atmosfera
la scia di qualcosa che trapela
controluce un luccichìo, un profilo, lo scricchio di una suola
mentre esplode la gioia di tuo padre che torna
dal bar, dall’altro mondo delle carte
fumoso, pieno di risate
in piedi sulla bici ferma
e noi qui, soli, ad aspettare
senza smettere di esistere
nonostante le abat-jour schermate
l’odore di stantio che una madre claustrofobica
imponeva le notti d’estate
quando non mi affaccendavo
ascoltando la musica dei Beatles
e sopraffatta un’ape
in fretta trapassava da Liverpool
a Modena, sul davanzale

*

IL BARISTA

Fa il barista e lo vedi
che assesta tovagliette, distribuisce tazze
agli avventori del mattino presto
qualche volta assegna posti
secondo i bisogni diversi
delle coppie, degli studenti a gruppi, dei tizi solitari
che si guardano attorno
e lì restano immobili
fino al primo cenno di impazienza
centimetro dopo centimetro abbassando
la saracinesca della vita

Arso mentre luglio resta solo
quell’attimo di luce
sulla scia del camion
o il brivido che fa rialzare il bavero
ripensare a un delirio di vuoto
e chissà se tu sai che io so
rivedendo questo cielo piovoso
sui selciati l’odore d’ozono

So che dietro gli angoli è nascosta
la ferocia delle ombre
qualcuno da avvisare che arrivo
che sono qui, la schiena al muro
bagnato del sudore che travolge
anche i momenti più nascosti
fuori stagione, fra i germogli

*
LA ZATTERA DEI FOLLI

Fuggo nella libertà
di un the al limone fuori stagione
e nell’eccelso
del velo di zucchero sparso
all’angolo destro della bocca
contratta nello spasmo
che ingoia tutto il molo d’asfalto,
la chimera, la piaga, lo slancio
dove salpa la zattera che porta
la demenza di mia madre e di mio padre
nel mare senza luce


alberto-bertoni
Alberto Bertoni

Alberto Bertoni è nato a Modena, dove vive, nel 1955. Insegna Letteratura italiana contemporanea nell’Università di Bologna, come critico ha curato l’edizione dei Taccuini 1915-21 di Filippo Tommaso Marinetti (il Mulino, 1987) e, oltre a numerosi altri saggi di argomento novecentesco, ha pubblicato i volumi Dai simbolisti al Novecento. Le origini del verso libero italiano (il Mulino, 1995) e Una geografia letteraria tra Emilia e Romagna (CLUEB, 1997, insieme con Gian Mario Anselmi). Sul versante poetico, a partire dal 1986, ha svolto una costante attività di performance in collaborazione con il poeta modenese Enrico Trebbi e con il saxofonista jazz Ivan Valentini, realizzando con loro, nel 1997, il libro+CD La casa azzurra (Mobydick). In proprio ha pubblicato i volumi Lettere stagionali ( Book, 1996, Premio Caput Gauri 1996 e Premio Dario Bellezza 1998); Tatì (Book, 1999); Il catalogo è questo. Poesie 1978-2000 (Il cavaliere azzurro, 2000); Le cose dopo (Aragno, 2003); Ho visto perdere Varenne (Book, 2006) e Ricordi di Alzheimer (Book, 2008); Il letto vuoto (Aragno, 2012), Traversate (Società editrice fiorentina, 2014). Ha partecipato alle antologie Quaderno bolognese (Printer, 1992, con introduzione di Roberto Roversi), Fuoricasa (Book, 1994, con un saggio di Andrea Battistini) e L’Europa dei poeti (CLUEB, 1999). Sempre per Book dirige dal 1996 la collana di poesia contemporanea “Fuoricasa”. E’ tra i fondatori e redattori delle riviste “Gli immediati dintorni” e “Frontiera”. Suoi testi sono presenti in diverse riviste e antologie italiane e statunitensi, tra le quali “Discorso diretto”, “L’ozio letterario”, “Omero”, “Steve”, “il belpaese”, “Origini”, “L’anello che non tiene” e “YIP”. Alcune poesie di Tatì sono state tradotte e recitate in inglese dal critico Anthony Oldcorn e altre sono uscite in russo sulla rivista pietroburghese “Zvezdà” (n. 9, 2000). Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri Giovanni Giudici, Raffaele Crovi, Niva Lorenzini, Gianni D’Elia, Elio Tavilla, Salvatore Jemma, Vitaniello Bonito.

 

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