Marilena Renda: due testi da “Arrenditi Dorothy!”

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Turdus merula (fonte, JuzaPhoto)

A febbraio è uscito per L’orma editore Arrenditi Dorothy!, il nuovo libro di Marilena Renda. Si propongono due testi.


cover-renda-solo-fronte-hd-208x300In bilico tra attrazione e repulsione relazionale i due testi scelti da Marilena Renda dal suo ultimo libro, Arrenditi Dorothy! (L’orma, 2015). Il primo è in cerca di un nuovo orizzonte di lettura del mondo, attraverso la fluidità immaginifica del mare, le prospettive si confondono, si sfumano e la dimensione percettiva, pur aspirando alla simmetria delle linee, sfalda la visuale e il soggetto perde nuovamente l’orientamento, deludendo l’illusione di essere giunto a un approdo.
Il secondo s’innesta sulle apparizioni “affabulatorie” di un protagonista, il merlo, che funge da vettore simbolico di nuove prospettive. Uno sguardo altro, un rinnovamento che solo il desiderio porta per un attimo a compimento.

Gianluca D’Andrea


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La democrazia del mare

Mentre stiamo in acqua siamo due corpi che navigano allo stesso livello; guardandoci da lontano non si vedrebbe nessuna differenza tra me e te. Nuotiamo appaiati su una linea che comincia e finisce solo dove ci fermiamo; lì dove c’è la fatica c’è anche il limite della nostra corsa, e tanto basta. Questa simmetria sei tu che me l’hai insegnata, il giorno che mi hai fatto capire con i gesti e con le parole, e con gli occhi soprattutto, che una qualche forma di uguaglianza, per te, nel mondo, si dava solo nel mare, quando uno era in acqua e a guardarlo non era diverso dagli altri, né nano né gigante, né grasso né magro.
Galleggiavi senza sforzo, anche tu. Nuotavi più o meno elegantemente, come tutti. Io invece ho violato la democrazia del mare. Un giorno, con questa mania degli scogli. Alti dovevano essere, sempre più alti. Adesso non dire che sono stata io per prima ad avere l’idea, lo sai benissimo che sei stato tu a spingermi, tu mi hai detto: Tuffati, e io mi sono issata sullo scoglio (non c’era ancora vento, il tempo era magnifico, almeno questo te lo ricorderai), ho preso equilibrio sui piedi, messo le mani avanti e dopo qualche incertezza mi sono buttata.
La tua versione dei fatti è che ho voluto innalzarmi sullo scoglio nonostante la tua preoccupazione; sostieni addirittura che siccome lo scoglio era troppo alto la gente in spiaggia mi guardava con curiosità e una vaga apprensione, ma questo non è sicuramente vero. Ricordo perfettamente che lo scoglio era molto basso, che ci ho messo del tempo a decidere di lanciarmi, e che tu mi incoraggiavi dicendo che mi avresti sostenuto. E salvato anche, se necessario.
Quell’estate ho continuato a buttarmi ogni giorno, da scogli sempre più alti. Sei rimasto sempre giù a guardarmi, senza provare nessuna animosità. In fondo eri tu quello a cui piacevano i tuffi e io facevo quello che tu avresti voluto fare. Pensavo che sarebbe stato naturale da parte tua avercela con me, dopo tutto avevo preso in prestito un tuo desiderio e ne facevo quello che mi pareva: di pancia, di culo, di testa, un abbraccio col mare in tutte le sue variazioni e direzioni mentre ridevi e ridevi con solo un’ombra d’invidia negli occhi.
È stato allora che ho capito. Io non ero solo io, ma ero anche l’ipotenusa del triangolo; senza di me, i cateti non potevano mai arrivare a toccarsi.
Tutto quello che volevo quell’estate era spingerti giù da uno scoglio, dimostrare che ero capace di portarti dove volevo io, e dove però volevi arrivare pure tu: nel punto in cui uno combacia con se stesso e guarda il fondale del mare senza spaventarsi dell’ombra che lui stesso proietta giù, sulla sabbia, oppure senza paura di cadere in un punto troppo basso, talmente basso da farsi male alle ginocchia.
Invece, quando eravamo tutti e due allo stesso livello, ci sbucciavamo la pelle sì, ma inutilmente. Sbattevamo contro gli scogli per ritornare a riva, urtavamo contro spuntoni e muschi morbidi solo in apparenza, inciampavamo contro pietre di cui non ci eravamo accorti.
Con me che pensavo: non funziona questo meccanismo, è da un’altra parte che ti volevo portare, in un posto dove davvero non sei mai stato.

*

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L’uomo e il merlo

Ci sono un uomo e un merlo. Il merlo si è posato sulle finestre della casa dell’uomo un giorno che pioveva una pioggia sottile e appiccicaticcia e da dietro i vetri si vedeva una donna sdraiata, circondata da candele.
Solo lei non apre la bocca: attorno a lei la aprono tutti. La pioggia è grigia, e ognuno è separato dagli altri da un muro.
La padrona era bella, anche durante la malattia era rimasta bella. Portava la sua tosse come un cappello non intonato alle scarpe, e nella stanza di quel giorno ci sono persone che la ricorderanno per molto tempo ancora e ne parleranno a lungo. In un angolo c’è il ragazzo a cui lei un giorno aveva prestato un ombrello, e il ragazzo mormora agli altri: Ma io sto tanto male oggi, durerà a lungo questo male?, ma nessuno può dargli una risposta sicura. Chi dice: Settimane, chi: Anni.
Da quel momento in poi il padrone e il merlo portano il lutto per settimane, per mesi, per anni, senza smettere mai di piangere. La padrona con le sue labbra rosse abita nella loro mente e non ne esce mai.
Il padrone pensa che non smetterà mai di piangere questo dolore: quando piange si sente trasformato fino alla radice di se stesso, pensa che sta cambiando giù fino alle fibre, che non sarà più l’uomo che porgeva lo specchio, quello che mentre lei si metteva il rossetto le diceva: Le donne che si truccano rifanno ogni mattina il mondo.
Quando si sveglia la notte sente che tutte le sue cellule si sono trasformate o sono morte, e di quelle sopravvissute non ne resta nessuna che sia rimasta intatta o uguale in forma, spessore e colore a com’era prima.
Per distrarlo, il merlo si posa sulla scatola dei gioielli della donna, la becchetta, la apre, tira fuori una collana di finto corallo, degli orecchini smaltati, o in filigrana, li afferra col becco, li sparge per la casa, sul lavello, davanti alla finestra. Il merlo batte il becco sulla porta, vuole uscire, è deluso che nessuno dall’altra parte gli apra. Decide allora di tornare in salotto: in una scatola ci sono ancora oggetti della donna, di quelli che si comprano e poi si dimenticano: un nastro nero, delle calze marrone, una penna verde, delle monete, un portachiavi. Non si può dire fossero oggetti che lei adoperava spesso.
Il merlo disseppellisce gli oggetti e nessuno gli dà retta, il merlo e il padrone sono diversi nel portare il lutto, l’uomo piange, il merlo si agita, l’uomo sta fermo, il merlo vuole muoversi, partire. Finché un giorno il merlo si stanca di piangere e di essere addolorato. Non vuole più rubacchiare di qua e di là i ricordi, spargere nastri e cappelli per casa come se fossero scaglie di cenere: si è stufato di non cambiare mai umore, è stanco che per lui non arrivi mai il caldo e il bel tempo, mentre il tempo e la natura, loro cambiano eccome, arrivano, se ne vanno, portano cose che lui riesce solo a immaginare.
Il merlo fugge e il padrone, che si era abituato a lui e non ne può più fare a meno, piange e si dispera. La primavera arriva di nuovo. Il merlo torna, portando dei semi in bocca. Sono piccoli, di colore giallo: li depone nel portagioielli della moglie e ci si posa sopra. Passa una settimana e il merlo, che era stato tutto il tempo sopra la scatola, si sposta e la apre con il becco.
Dentro è spuntato un fiore rosso: il padrone lo vede e sorride.


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Marilena Renda

Marilena Renda è nata a Erice, ha vissuto a Roma e Palermo e attualmente vive a Milano, dove insegna e scrive. Nel 2010 ha pubblicato per Gaffi la monografia: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano, nel 2012 per dot.com press il poema Ruggine. Nel febbraio del 2015 è uscito per l’Orma edizioni Arrenditi Dorothy!. Una nuova raccolta di versi, La sottrazione, è in corso di pubblicazione per Transeuropa.

 

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