Poesie da “Fughe e ritorni” di Enrico Marcucci, L’arcolaio, Forlì, 2014 – Prefazione di Filippo Davòli

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Enrico Marcucci

Fughe e ritorni (nota di Gianluca D’Andrea)

fugheeritorniIl verbo del “trasalire”, le epifanie di Marcucci hanno relazione col basso del quotidiano, la terra è il primo passo di un rapporto che aspira a trascendere, che tende a spostare su un altro piano il desiderio.
Innalzamenti e sospensioni, capacità tensiva e volontà di indirizzarsi al legame, costruendo – con le parole – ponti.
La dimensione dell’approdo forma queste poesie, la vertigine che aspira a colmare la distanza col mondo e poi travalicarla, far riscoprire l’unicità di un’appartenenza che accolga senza scissioni e fraintendimenti.
Marcucci è nato nel 1992, i suoi versi sono sintomo di un’esigenza, che altri autori giovanissimi condividono, di ricostruzione dell’alterità, una spiritualità che tenti di elevarsi dalla piatta dimensione terrena, che cerchi una nuova forma, un ideale.

Testi da Fughe e ritorni

I

Come brezza disinfesta la corrente
(la malattia che aspettavo da ore)
la memoria dimentica di ricordarti, infila
da qualche parte
su rami alti le isometrie dei nostri nomi.

Inutile cercare impraticabili anagrammi.

°

VIII

Cerchi riparo in me.
Al collo ho la tua fronte mentre apro
stretto il braccio alle spalle
sotto al tremito che intirizzisce il seno,
con una carezza sottile
un bacio all’orecchio.
Ti risistemo i capelli. Sciogliendosi
il rame negli occhi un soffio
non manovrato trasale dalla furia.

C’è un disegno di pioggia
sui nostri giorni,
un respiro più alto.

°

IX

La lontananza assomiglia all’eco
di un colpo d’occhio che si moltiplica,
si disperde nell’aria.
Sebbene divisi, forse in questo istante
noi due distanti saremo più vicini, quasi
petto a petto, ripetendo sottovoce al filo
del telefono o al vuoto delle righe
che un giorno altrove senza disegni o carte
geografiche ci ritroveremo presi dal sopravvento

(i giri attorno
le coagulazioni,
gli occhi chiusi
e ancora un attimo mancato)

ritorti sulla possibilità che un’ora intensa
resti fino a dopo o quasi la polvere.

°

XIV

Disseminati nella fitta oscurità che si racconta,
approdiamo di nuovo su golfi insabbiati appena
in matrimoni magnifici, lo Spirito Santo in quell’istante.

Tutto sembra imporre che sia sbagliato non confidare,
non innalzare ponti ancora, congedarsi in definitiva.
Rimescolandoti il volto a quello degli arcangeli da distanze
recenti un sorriso lascia riemergere le immagini di copertina
di incunaboli perduti che di te non sanno.

Poi avviene l’ennesima sospensione.
Una promessa.

°

XX

Si perde peso come una corsa
dietro pratiche d’appartenenza
nella distanza delle stelle
nel tentativo d’arrivarle.

Una forte vertigine frontale.

°

XXIV

Muovendo pochi passi come i primi
su assi oblique, tra gli spigoli del doppio
e del più o meno s’offuscano i profili
con un gesto sottinteso, confondono
i corpi nel non detto e di chi sono.
Nella sintesi d’un numero
restiamo linee immobili di spalle,
nere e silenziose, al confine

(come se il due fosse l’unico
e non due volte uno).

°

XXX

Ovunque fuggirai ci troveremo un giorno
ai confini dei canali intrapresi di ritorno
dai reflussi, mescoleremo fumo ai volti
come a schiarirli, avanzeremo considerazioni
su vecchi disegni d’assoluto e proporremo
affrettati di traverso conclusioni inedite
da interpretare, da intuire sottopelle.
La distanza negli occhi confonderà le direttive,
avrà nelle pupille i segni d’un incanto nuovo.

Fingeremo somiglianze,
taceremo dissensi,
produrremo conflitti…

°

XXXIII

[…] a questo punto mi chiedo
– pendolo immobile nel proprio pendolare –
che cosa resti di simulacri acefali,
corpi fuori posto
per un beffardo – banale gioco di parole

se l’ente o l’artificio,

inseguendo le tracce solite
di dèi intermittenti dalle secrete, dal labirinto
fughe e ritorni, ma più ritorni
e più fughe

dal panorama                            nella Cornice.

°

XXXVII

Sbriciolata la luce dai rami
sulle poche ossature rimaste
fiata l’odore della sera, illude
che la notte ferita da una luna
nuova farà pace con il giorno,
che per stavolta sarà un lieto finire.
Fermo, restando seminudo ai fianchi
di lei che incurante riveste, tratteggia
negli occhi l’azzurro, come in una buca
muta trattiene il battito nell’epidermide.

Fuori le corde vanno gli spasmi,
gli affanni del non detto
già e non ancora rivelato,
avvinghiati agli stipiti
simili a foglie vibrate
dal vento.

°

XLIII

Qui, dove gli spazi nascondono i contorni
alla voce segreta dell’acqua e dei colori,
abitano sospese creature sottili serrate
in strane forme d’assenza, non concepite,
che sanno di trementina e carte bruciate,
che sanno la lingua invisibile del tempo
e delle fasi lunari, previsioni obsolete da corolle
di nebbia sterile, pose leggere senza nome
che vagano sole all’indietro nella corsa d’un istante.
Sono molecole di clorofilla, rigirate all’incontrario,
non proprio vegetali (sebbene simili ai fiori), disperse
dal vento in non luoghi privati, sconosciuti.
Sono un soffio di bianco che sfuma lontano,
pratiche di silenzio, ambiguità e dicotomie
come gesti di assensi e capi reclini, uscite improvvise
dal diorama dal contesto dalla scena,
dal doppio senso e dal non detto;
che non salutano nessuno prima di andare
che non hanno nessuno da salutare
a parte gli insetti, ma quelli tanto
restano stretti alle radici.


Enrico Marcucci (Ancona, 1992) è redattore della rivista di arti comparate e cultura “Quid Culturae” (www.qculturae.it). Studente di Lettere moderne all’Università di Macerata, suoi versi sono apparsi in varie riviste. Fughe e ritorni è la sua opera prima.

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