“Nella spirale (Stagioni di una catastrofe)”. Gianluca D’Andrea e le “coordinate di una mappa sempre in divenire” (Intervista completa sull’EstroVerso)

Foto di Dino Ignani

Avanzare, “camminare scalzi”, passo dopo passo realizzare “il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo”. Ritornare, e all’arrivo “una nuova attesa ad attenderci”. Desiderare, “un altrove”. Reinventare, fuori “dal commercio degli uomini”, fuori “dal dominio e dalla clausura”, dentro “il mistero dell’ambivalenza dell’essere”, dentro “il limite del nostro abitare”, dentro “l’atmosfera mutevole del profondo”, dentro questo “tempo inesistente”, (forse) ultima possibilità di “agganciarsi a qualcosa di concreto”, dentro “alle stagioni in cerca d’altro mare”. Suggestioni raccolte leggendo il volume “Nella spirale (Stagioni di una catastrofe)” di Gianluca D’Andrea (nella foto di Dino Ignani), pubblicato da Industria&Letteratura, nella collana “Poetica”, a cura di Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto (in copertina illustrazione di Francesco Balsamo; all’interno disegni di Vito M. Bonito). Un libro complesso, prodigo di riferimenti, di interrogativi sottesi all’unico “vero accordo col mondo”, pensato in quaranta “scintille” che ci fanno (ri)percorrere un vertiginoso vortice, acceso da “un costante dialogo con una vasta galassia di autori”, scrive Fabio Pusterla nella postfazione.

La scrittura è forse “l’ultima possibilità di agganciarsi a qualcosa di concreto?”

No, non credo. La scrittura per come la conosciamo è a un punto di svolta epocale. Non è solo la preponderanza dell’immagine legata alla rete a far slittare i significati, ma l’apertura di un nuovo “reale” derivante dalla connettività associata.
La scrittura, in questo contesto rinnovato, funge da monito o promemoria, ci ricorda che un cammino esiste, che il linguaggio è la proiezione di una soglia e, di conseguenza, della scelta. Il progresso dell’umanità da due secoli a oggi sta riducendo il margine stesso di questa scelta, per tale motivo ritengo che alla scrittura spetti sempre più un ruolo secondario, per niente concreto (se con il termine intendiamo qualcosa di chiaramente individuabile), anzi totalmente affabulatorio. D’altronde, la citazione interna alla tua domanda è all’inizio di Nella spirale, dove ci si riferisce al tempo inesistente e circolare del mito, non a quello lineare e “progressivo” della storia. Eppure, non è dato sapere se questo vivere sul bordo del significato, della scrittura e specialmente della poesia, non possa essere un modo per resistere a una scomparsa e immaginare un nuovo inizio. Non è la scrittura ma è un’epoca che si dissolve a far intravedere una nuova individuazione, un nuovo mondo. La scrittura si limita a sentire il transito. Più avanti nel libro, saranno le parole di Stephen Watts a fissarlo: «Sono le cose ai margini / remoti che stanno al cuore del nostro / mondo, e ci staranno sempre, quando / ogni altra cosa sarà andata distrutta».

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Oltre la paura per raggiungere un mondo nuovo – Gerardo Iandoli su “Nella spirale” per Strisciarossa

In questo momento di riaperture, ripensare ai giorni del confinamento potrebbe significare trasformare in opportunità quel tempo che, per molti mesi, ci è apparso come perso. È quello che prova a fare Gianluca D’Andrea, con il suo Nella spirale (Stagioni di una catastrofe). Il testo è suddiviso in quattro sezioni, intitolate con i nomi delle quattro stagioni.

Le prime tre sono composte da testi di difficile definizione: sono delle riflessioni intime a partire da citazioni, poetiche o filosofiche, dei più svariati autori. La voce del poeta, nell’impossibilità di attraversare il reale a causa del confinamento, passeggia tra le letture e definisce un proprio spazio intimo di pensiero, in cui muoversi, seppur virtualmente.

Il percepire il tempo come «ultima era» (p. 9) dà avvio alle riflessioni della voce poetica: in questo è riconoscibile, per utilizzare un’espressione del filosofo Michaël Fœssel, una «ragione apocalittica», in cui il pensiero si pone di fronte a una scelta irreversibile, che bisogna prendere necessariamente e dalla quale non si può tornare indietro. In questa «urgenza» (p. 12), la poesia diventa lo strumento per ripristinare la profondità semantica delle parole, al fine di «vedere un altro mondo», per richiedere «un nuovo inizio» (p. 13).

Le prime tre sezioni sembrano essere il racconto di un percorso intimo e intellettuale, in cui la voce poetica stabilisce le ragioni del suo fare e ne predispone gli strumenti, al fine di iniziare la sua poiesis, la costruzione del proprio mondo poetico. È interessante notare come sia la sezione Inverno quella in cui compaiono i primi versi:

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?
La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva
le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

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Diego Conticello su “Nella spirale” per La Balena Bianca

«Se voi, nati in questi tardi tempi» vorrete incamminarvi dentro le stagioni,

scopriremo i prossimi sentieri e le nuove deviazioni. 

La notte ci inseguiva col suo buio proteiforme

Per un reale complesso, disarticolato e in progressivo disfacimento serve una scrittura altrettanto stratificata, multiforme, sfaccettata, prismatica come questa del nuovo libro di Gianluca D’Andrea Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), Industria & Letteratura 2021, postfazione di Fabio Pusterla – che non teme le commistioni, gli invischiamenti, le metamorfosi, il sommarsi dell’agone linguistico a quello dominante le scene del mondo in cui sopra-viviamo.

Ho conosciuto per la prima volta Gianluca proprio nell’ottobre di dieci anni fa, giusto nei giorni precedenti la dipartita di un grande maestro come Zanzotto, che per il nostro ha rappresentato un continuo riferimento cui aggrapparsi nel consolidare uno stile personale, peraltro più sulla scorta pluri-poietica del polimorfismo di Sull’altopiano. Racconti e prose (1942-1954) o di Conglomerati. In questo nuovo libro il modello si rende ancor più manifesto, ma era felicemente già esibito in Forme del tempo (letture 2016-2018).

Più di un decennio fa la poesia di Gianluca si orientava già verso un trobar clus quale sostenuta e arcigna tempra stilistica, compensando la dichiarata mise en abîme di un sistema strutturato di contenuti con le possenti impalcature linguistiche, costruite per neologismi e solecismi, ma soprattutto per via di un’elasticità di varianze distorte e dilatate alle estreme possibilità consentite, alla maniera appunto di Zanzotto. Adesso diviene ancor più indulgente da un lato verso la memoria degli ‘ecosistemi’ natii (la sua, la nostra Sicilia è descritta come «terra di filari sparuti e boschi rigogliosi») attraverso meccanismi sinestetici corroborati da un linguaggio lirico di pronunciata ricercatezza, dall’altro a un dettato versificatorio tendente ad indagare in maniera certosina il dettaglio sfuggente, il particolare trascurato, anche con l’ausilio dell’accensione metaforica. In ragione di tale sforzo la lingua risulta meno orfica e più rarefatta, caratterizzata da un ordito non distante dalle matrici ermetiche di primo Novecento, dunque – come queste ultime – scaturente dalla crisi e, pertanto, in essa immersa.

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Testi di Nella spirale sull’EstroVerso

[…] Il groviglio di questioni che roteano dentro la spirale di D’Andrea viene esplorato attraverso un costante dialogo con una vasta galassia (una vasta spirale, ancora) di autori: poeti, scrittori, filosofi, chiamati velocemente in causa con un verso, una frase, un’immagine, che poi l’autore sviluppa per vie sue. Ne esce un mosaico turbinoso e frammentario, dentro il quale il lettore è chiamato a riconoscere la traccia di un pensiero che procede non già verso una meta prefissata, ma lungo il percorso accidentato che si manifesta nel farsi stesso della riflessione, dentro il linguaggio che apre nuove domande. Proprio questa, d’altronde, è la posta in gioco, la speranza di trasformare la catastrofe in rinnovamento uscendo da una logica: «A tramontare dovrebbe essere la necessità del rifugio, nell’insorgenza di un cammino che non chiede il suo fine, fuori dalla dimensione alienante e ossessiva del progresso e della vetta, anche se lo dico da una postazione interna, dall’interno della bolla di comfort che è il mio rifugio. Il mondo “inferiore” che coincide con quello che “disprezzo”» (movimento 5); e ancora (6) «Il luogo dell’adesso è un arcipelago di gabbie con attorno, appena fuori, accanto, subissi di sofferenza. È difficile orientarsi in questo nuovo spazio, nel dominio plastico di un capitale che rimpasta ogni alfabeto, che trasforma un soggetto ridotto a ombra di se stesso, pura astrazione accessoria, scomparsa nel flusso di dati, scia d’uomo, trappola». […]

in Nella Spirale (Stagioni di una catastrofe) di Gianluca D’Andrea, I&L industria&letteratura, 2021, con disegni di Vito M. Bonito, collana “Poetica” a cura di Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto, dalla postfazione di Fabio Pusterla, da «In cerca d’altro mare». Sulla scrittura di Gianluca D’Andrea

tre estratti

  1. APPELLO AI PIEDI

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

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Gianluca D’Andrea, ph. Dino Ignani

Nella spirale sulla Gazzetta del Sud

 Marcello Mento 

«Le parole dovrebbero rispondere a un’urgenza. Invece in questi giorni “forzati”, nell’imprecisione dei comunicati e dei decreti, negli sforzi di una politica boccheggiante, si delinea dal contagio “universale” un’assenza». Accade cioè che «le parole non corrispondono, non stabiliscono contatti, non producono “calore”». Ma se questo è vero perché «indugiare su questa consapevolezza, che poi, a ben vedere, è una reazione, un moralismo». Che fare allora? Gianluca D’Andrea, scrittore tra i più sensibili e colti della scena letteraria italiana, invita a provare un nuovo racconto per dire del calore che la terra continua a emanare. 

E per farlo occorre uscire dall’impasse in cui la pandemia ci ha costretto e mettersi in cammino e guardare al mondo in divenire, trovare il modo, il nostro modo, per stare in un mondo che non è più lo stesso, anche se tale può sembrarci se ci fermiamo alla sua apparenza. 

A sollecitare queste riflessioni l’ultimo libro di D’Andrea, “Nella spirale” sottotitolo “Stagioni di una catastrofe”, edito da Industria&Letteratura, uscito da qualche giorno e che nella produzione letteraria dell’autore messinese, trapiantato ormai da anni al Nord, costituisce un capitolo decisamente nuovo e originale. D’Andrea è autore anche di alcune raccolte di poesie, tra cui Transito all’ombra, edito da MarcosyMarcos. 

«Sì, questo è un libro “in cammino”, polimorfo, secondo alcuni è una sorta di prosimetro (opera letteraria contenente parti in prosa e parti in versi, ndr) sullo stile appunto della Vita nova di Dante e, per questo, si aspira proprio a un rinnovamento e alla speranza, nonostante la catastrofe – dice d’un fiato D’Andrea -. D’altronde l’origine effettiva del termine catastrofe è “rivolgimento”, così come l’origine di apocalisse (altro tema forte presente nel libro, anche se in modo non religioso ma più specificamente “umano”) è svelamento e, quindi, rivelazione». 

Un libro “apocalittico”, quindi, che, come sostiene l’esegeta francese Paul Beauchamp, si potrebbe inscrivere in quella letteratura che «nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile». Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno, alla luce della devastazione relazionale e spirituale causata dalla pandemia di un messaggio di speranza. Nello stesso tempo, ci suggeriscono le note editoriali, è diario e saggio, rivelazione poetica e racconto visionario. 

Il libro, che si presenta in un piacevole formato quadrato, si articola in quattro sezioni, ognuna di esse porta il nome di una stagione. Da qui il sottotitolo. 

«La prima sezione, la primavera – racconta D’Andrea -, è la parte riflessiva che inaugura un nuovo tempo, anche se non per forza vitale, cioè caratterizzato da una rinascita, perché il clima sembra fuor di sesto. A ispirarmi sicuramente “La terra desolata” di Eliot. Un tempo preoccupante ma da cui, nonostante tutto, si può ripartire. 

Estate, invece, è un racconto immaginifico, onirico, sulla mia infanzia e preadolescenza messinese, in cui parlo delle colline vicino al condominio in cui abitavo con i miei genitori e che, nella trasfigurazione della memoria, diventano il tragitto di un percorso di iniziazione e possibile avventura: un nuovo-vecchio inizio che, però, preannuncia una fine imminente». 

«La terza sezione, Autunno – spiega il nostro autore -, è una sorta di sintesi dei primi due capitoli, in cui l’esperienza messinese dell’infanzia si fa recupero linguistico, anche se questo recupero si può trasformare in invettiva nei confronti delle devastazioni compiute dall’uomo dal punto di vista climatico, che tanti problemi sta causando e tanti altri ne causerà. Ultima sezione, Inverno, recupera le forme poetiche “chiuse” della nostra tradizione. I riferimenti maggiori sono al Dante della Vita nova, chiaramente, e a Jacopo da Lentini con sua canzone ‘namoranza disïosa, infatti si trovano madrigali, sirventesi (componimento poetico, talvolta musicato, d’origine provenzale, ndr), sonetti, una canzone sullo stile della scuola siciliana delle origini e una sestina che, per composizione e forma, richiama il movimento a spirale evocato dal titolo del libro». 

Nella spirale – Testi su Le parole e le cose

di Gianluca D’Andrea

[E’ uscito in questi giorni per Industria & letteratura il nuovo libro di Gianluca D’Andrea, Nella spirale. Ne pubblichiamo alcuni testi, seguiti dalla postfazione di Fabio Pusterla che accompagna il volume]

 da Primavera

  1. IL CUORE ESTRANEO

La lingua si è fermata, siamo sull’orlo: «Quando tutto ormai vacilla ed è minacciato, dove più niente va da sé, né vale alcun diritto, dove si è espropriati di tutto, si tratta di capovolgere l’Esodo, il “cammino del fuori”, nel suo contrario: ribaltare l’Esilio e sfidarlo. È questo il potere dell’ ”intimità”»[1].

Ecco che il margine può diventare “azione” se sblocca la relazione, se si “approssimano” i corpi. Se “un” mondo del Fuori si schiude dalla «minima intesa interiore»[2].

Un’azione, si diceva, che deve sbloccare la relazione e che, allo stesso tempo, non può svelarne il mistero, il velo dell’intimità, parola velata:

«Una gran quantità di segreti della mia vita si trova inviluppata in questo nuovo futuro, e mi restano qui da assolvere dei compiti che si possono assolvere solo con l’azione».

(F. Nietzsche, Epistolario)

Nuovo inizio, “nuovo futuro”, è il rischio del margine, un cammino che si apre e chiude tra parvenza e reale – immagine e mondo – il mondo dell’immagine («fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre per diventare la sostanza, e come sostanza agisce!»[3]) o il mondo che si immagina, infatti «non dimentichiamo neppure questo: che basta creare nuovi nomi e valutazioni e verosimiglianze per creare, col tempo, nuove “cose”»[4]. E qui è tutto il rischio della parola che riattiva il suo cammino, nella scelta da compiere s’incaglia il mistero dell’ambivalenza dell’essere, la sua “intimità”, appunto.

È un cuore estraneo quello dell’uomo, «ci si deve rassegnare […] al fatto che non esiste una “natura” dell’uomo priva di ambiguità, dato che […] egli non è di per sé né buono né cattivo»[5], ed è questa “estraneità” l’unico valore: l’altro accolto nell’intimo, la capacità di accogliere l’estraneo/estremo, appunto, è la ribellione, non tanto all’ambivalenza dell’esistente e del segno che prova a indicarlo, quanto alla mancata compenetrazione tra uomo e mondo. Ecco, il segno può essere lo strumento per manifestare la presenza dell’estraneità fondante, il mistero che sempre riappare quando ci approssimiamo al mondo, riconoscendoci dentro il suo cuore estraneo, contemplandone le forme sempre rinnovate, le sempre nuove visioni.

«Che ci dovessimo diventare estranei è una legge sopra di noi: proprio per questo dobbiamo anche divenire più degni di noi!»

(F. Nietzsche, La gaia scienza)

10. APPELLO AI PIEDI

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

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Note

[1] F. Jullien, Sull’intimità.

[2] Ibid.

[3] F. Nietzsche, La gaia scienza.

[4] Ibid.

[5] H. Jonas, Il principio responsabilità.

NELLA SPIRALE (STAGIONI DI UNA CATASTROFE) – Prevendita industria & letteratura

IN USCITA IL 15 SETTEMBRE “NELLA SPIRALE (STAGIONI DI UNA CATASTROFE)” di GIANLUCA D’ANDREA

15,00 €10,00 €

PRE-ORDER!!!! SCONTO DI OLTRE IL 30% FINO AL 15 SETTEMBRE – PREZZO 10,00

Un ritorno folgorante, un libro che rivela le nervature di un tempo storico ormai esaurito prefigurando, senza false consolazioni, ma con coraggio, visioni di un nuovo tempo, di un nuovo inizio.

Versi, forme chiuse, prosa diaristica, inserti saggistici ricchi di note e, non ultimi, i disegni di Vito Bonito: tutto questo apparato costruisce un esempio di come la poesia si possa espandere senza rinunciare a momenti di puro lirismo e all’idea che certe verità abitino solo la concentrazione, il ritmo, la poesia-poesia.

[…]

Come gocce in sospensione sul mare
sono già i nostri giorni e le stagioni
saranno nel futuro il desiderio
di nuove albe, nel cuore di ghiaccio
della terra, fin quando fiato e aria
si scomporranno nell’eterna notte.

Intanto questa notte è desiderio
d’aria e respiro, protesta del ghiaccio
alle stagioni in cerca d’altro mare.


Descrizione

Nella spirale segna un capitolo decisamente nuovo nella produzione di Gianluca D’Andrea. Un libro “apocalittico” che allo stesso tempo è diario e saggio, rivelazione poetica e racconto visionario. Con una lingua in tensione continua – dagli scatti brucianti del dialetto siciliano, eco magica dell’infanzia, all’inglese artificiale di internet, fino ai neologismi di matrice dantesca – e nell’attraversamento delle forme chiuse della tradizione poetica, il libro ci parla della fine di un tempo e della speranza di un nuovo inizio.

Dove il passato sembra collimare col presente del “contagio”, tra movimenti stagionali e stagnazione, si manifesta l’orizzonte di una catastrofe o, più semplicemente, lo svelamento di un mondo in cammino verso la sua trasfigurazione.

Nel libro, impreziosito da una copertina di Francesco Balsamo, si inseriscono, come una sorta di controcanto o di evocazione ‘a rovescio’, dei bellissimi disegni di Vito Bonito.


Link per l’acquisto:

In cammino su Officina Poesia Nuovi Argomenti

4 poesie dalla plaquette In cammino (Piccolo canzoniere stagionale) su Officina Poesia Nuovi Argomenti. In attesa di un lavoro più ampio in uscita a settembre


Quattro poesie.

“Il falso vuoto”

Il vento crudo investe la materia,
la crosta assorbe la luce e s’inseria
in pianeti molteplici e poi varia

la veste bruna che indorata interra
il falso vuoto e un pieno dissotterra
di residui. Scintilla, e tutta l’aria

è un segreto di munnizza scordata,
un’alba dolce astrale abbandonata.

*

“Il viaggio – Violenza”

Rovescia tenebre, abbrucia
sul mare la scossa, gli spettri,
tu, chiusa con lui che dorme,

violenza paciosa in forme
nere sverdisci gli sterpi
nel gelo abbrutito che sfocia

in cammini marini e sluci
la terra, marcisci e sventri.
Dormi, occhi umidi, deforma

le città, lo share dell’orma
umana e cose umane scentri
e scolori in nuova ferocia.

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In cammino (Piccolo canzoniere stagionale), Derbauch Verlag, 2021

Oggi arriva questo dono prezioso realizzato grazie alla generosità di Vito Bonito e corredato da un suo disegno. Sono 15 testi in forma chiusissima (madrigali, sonetti, sestine, sirventesi, canzoni). Ne riporto due insieme all’esergo da Hölderlin.


Die neue Welt ist aus der Thale Grunde

F. Hölderlin

La luna e la belva

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?

La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva

le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

*

Perché né ombra calma…

Perché né ombra calma né dimora
per noi sarà quell’ora
lontana dal respiro verde e mite
dell’albero. La fine quando affiora
la vita già scolora
nelle sue foglie caduche e infinite.

Ma lui oscillando tra le cime indora
e pari diri: “accura”
assorbendo dall’aria luci amiche,
mentre smancia la terra e la parola
adesso sempre ancora
la cosa umana vilinusa. Mite

nelle radici soffre e si rinnova
un suono d’erba e spine abbarbicate
e le acque abbandonate
ristagnano in attesa che si muova

altra acqua sapurusa. Nte ‘nchianati
du troncu stelle aspre e luna nuova,
la terra in basso smuove
la luce tra le linfe tenebrate.

Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Traducción de Diego Estévez

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III

El petirrojo y el pichón dividían

los cuadros de espacio en el patio.

El alimento son los manteles revueltos,

el aire alacena y todas aquellas briznas

que vuelan, mientras un tufo desde el sur

me recuerda la calle de los desperdicios,

su almacenaje en costales,

incubados, producidos, jamás procesados.

Desde el mar, después, la brisa llega tenue,

en el rostro la caricia se transforma,

desde atrás, fastidioso, golpeaba

el lebeche y el respirar, que se torna

infecto, ahora podía devolver

el lejano mensaje de la cañería

que, silente y grávida, vomita en el mar.

 

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