Gianluca D’Andrea | Nella spirale su Inverso – Giornale di poesia a cura di Daniele Orso

Gianluca D’Andrea | Nella spirale

di Daniele Orso
da Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) (Industria&Letteratura, 2021)


Nella spirale della catastrofe odierna

“In che modo parlare la lingua dei carnefici può contribuire a porre fine alla tortura? È dubbio se anche solo possa aumentare la consapevolezza della tortura”: scrivevo qualche settimana fa su un noto social ormai passato di moda. “Lo straniamento è il punto. E in ogni caso è meglio lo straniamento che la mimesi”: rispondeva quello giustamente. Certo, molto meglio ribaltare lo specchio contro Calibano, servire il pasto nudo ai commensali, piuttosto che fingere o, peggio ancora, credere che siamo stati invitati a una deliziosa cena di gala. L’orchestrina che suona è quella del Titanic, è la tristezza degli organetti della Galizia mentre mezza Europa bruciava e gli stessi spettatori tra il pubblico deliziato scomparivano nel Maelstrom. Ma il punto è: cos’è mimesi e cos’è straniamento? Ripetere la propagandistica modulare costituita di slogan e refrain che ad ogni ripetizione perdono via via ancor di più il minimo spolverio di senso di cui debolmente erano rivestiti, è straniamento? Costituisce un’arma efficace ad arginare il non-sense del Falso (Falso che sostituisce fittiziamente e surrettiziamente il Reale, fake di un core reale ormai non più verificabile né rintracciabile)? O non cede e resiste chi invece ha già ceduto, chi ripropone gusci di forme vuote a ricordare un tempo in cui quelle forme si accompagnavano a un pieno di vita? Nessuno dopo Auschwitz potrebbe leggere un sonetto senza percepire la parodia delle forme. Soltanto il filologo ormai può leggere il Foscolo come lo stesso Foscolo leggeva se stesso. Noi no, non più. Tutte le forme neo-metriche o neo-metricistiche non sono altro che la riproposizione di cadaveri nella sfiducia che la salma sia mai stata viva. Ma non sono mere esibizioni macabre da snuff movie di serie B. Più forte resisterà chi si è già lasciato andare. La sfiducia nella parola (poetica) come conditio sine qua non per poter scrivere poesia nei tempi attuali. Abbiamo fallito, non possiamo continuare, continueremo. Sono pensieri che fatalmente si pone chiunque prenda la penna o ponga le dita sopra una tastiera nell’atto di scrivere. Chiunque lo faccia con un certo grado di consapevolezza. Avanguardia e tradizione. Dove la “e” è sia disgiuntiva che congiuntiva: davvero la sperimentazione entra in un rapporto dialettico (di un dialettica negativa, per la quale la sintesi è sempre rimandata da una negazione via via sempre più definitoria: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, ahimè, ancora) con la tradizione, non per riproporre cascami di materia morta bensì per custodire ciò che ha valore, in una ricerca perenne e sempre rimessa in discussione. Ogni punto è equidistante dal suo centro, ma il meccanismo non gira a vuoto, entra in un momento ben preciso per poi proseguire lungo una traiettoria non prevista: una spirale, insomma. Nella spirale, appunto, si intitola l’ultimo libro di Gianluca D’Andrea, pubblicato per Industria & Letteratura, il progetto di Gabriel Del Sarto e Niccolò Scaffai che, a circa tre anni dall’esordio nel panorama editoriale italiano ha già incassato un premio Viareggio con Quanti di Flavio Santi e, quel che più conta, il rispetto della comunità delle Lettere. D’Andrea ha già costruito una propria fisionomia con le raccolte Distanze (lulu.com, 2007), Chiusure (Manni, 2008), [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013), Transito all’ombra(Marcos y Marcos, 2016), Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto)(L’arcolaio, 2017), ha dato prova delle sue capacità critiche. Nella spirale si trova D’Andrea e con lui noi tutti, incastrati in una prolungata crisi economica, sanitaria, culturale ed etica; e dalla spirale D’Andrea scrive. Scrive senza speranza di trovare un’ancora, un porto sicuro ma proprio per questa di-sperazione, la parola esce rinnovata, veritiera seppure labile, fragile come l’ultima parola del condannato a morte.

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