Gabriel Del Sarto all’Incrocio Quarenghi di Bergamo

il grande innocente


Gabriel Del Sarto sarà alla Libreria Incrocio Quarenghi di Bergamo

sabato 20 gennaio 2018, ore 17:30 
per presentare insieme a Gianluca D'Andrea la sua ultima raccolta di versi

Il grande innocente (Aragno, i domani, 2017)

“Le Postille postume sulla poesia che muta”

Grazia Calanna parla di “Postille” nella rubrica “Ridenti e fuggitivi” del quotidiano “La Sicilia”

Postille su La Sicilia

“L’Espresso” del 31 dicembre 2017. Versi da “Transito all’ombra” (La strofa)

Su “L’Espresso” del 31 dicembre 2017 versi da Transito all’ombra. Per chiudere bene l’anno.

L'Espresso - La strofa

Cinque voci dal contemporaneo # 5 / Valerio Magrelli (su alfabeta2)

Artisti sotto la tenda del circo: perplessi

Andrea Cortellessa

valerio-magrelli-e-libreria-450x402Guida allo smarrimento dei perplessi è il titolo di una piccola raccolta di versi di Valerio Magrelli, dieci poesie uscite un annetto fa con l’accompagnamento di otto disegni di Francesco Balsamo nella collana “Carteggi letterari” diretta dal giovane poeta Gianluca D’Andrea. Come capita in questi casi, è l’occasione per fare il punto sul percorso quarantennale – se è vero che le prime tracce a stampa, del poeta ventenne di perturbante maturità, si trovano sulla rivista “Periodo ipotetico”, diretta da Elio Pagliarani, giusto nel 1977 – di quello che è ormai da considerare un classico, ancorché precoce, della nostra contemporaneità.

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“L’origine” di Domenico Cipriano sul Quotidiano del Sud

Oggi sul Quotidiano del Sud si parla di L’origine di Domenico Cipriano, la prima uscita della Collana Φ diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello per la casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri

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Postille (su Officina Poesia Nuovi Argomenti)

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Susan Hiller, After Duchamp, 2017-2017

Postille (tempi, luoghi e modi del contatto) di Gianluca D’Andrea (L’Arcolaio, 2017), con prefazione di Fabio Pusterla, è un percorso antologico attraverso alcuni testi campione, annotati, della poesia del Novecento. Pubblichiamo le parti su Milo De Angelis, Andrea Zanzotto, Antonella Anedda, Amelia Rosselli, Eugenio Montale.

MILO DE ANGELIS: UNA POESIA DA INCONTRI E AGGUATI
(Mondadori, 2015)
(28/06/2015)

Il tempo era il tuo unico compagno
e tra quelle anime inascoltate
vidi te che camminavi
sulla linea dei comignoli
ti aprivi le vene
tra un grammo
e un altro grammo
bisbigliavi l’inno dei corpi perduti
nel turno di notte
diceva cercatemi
cercatemi sotto le parole e avevi
una gonna azzurra e un viso
sbagliato e sulla tua mano
scrutavi una linea sola e il nulla
iniziò a prendere forma.

POSTILLA:
Certo è il tempo della fine a interrompere ancora il flusso. «Anime inascoltate», «corpi perduti» e una notte che s’inten– sifica e copre le parole. I personaggi sono spettri, ombre che giungono da una realtà a stento percepibile, «una gonna az-zurra e un viso» sono segnali più che dati concreti (e, infatti,lo stesso viso è «sbagliato», come in tensione verso una alte-rità ignota). Eppure dalla ricerca scabra, un male si annun-ciava – «ti aprivi le vene / tra un grammo e un altro gram-mo» –, piano emerge una nuova possibilità: «sotto le parole» il minimo disegno si allunga «e il nulla / iniziò a prendere forma».

ANDREA ZANZOTTO: UNA POESIA DA METEO
(Donzelli, 1996)
(12/09/2015)

Leggende
Nel compleanno del maggio
«Tu non sei onnipotente»
dice la pallida bambina

*
Polveri di ultime, perse
battaglie tra blu e verde
dove orizzonti pesano sulle erbe

*
Lievi voci, api inselvatichite –
tutto sogna altri viaggi
tutto ritorna in minimi fitti tagli

*
Forse api di gelo in sottili
invisibili sciami dietro nuvole –
Non convinto il ramoscello annuisce

*
Voglie ed auguri malaccetti,
viole del pensiero
sotto occhi ed occhi
—————— quando maggio nega

*
Il bimbo – grandine, gelido ma
risorgente maggio,
«Non sono onnipotente»
batte e ribatte sui tetti

*
«Mai più maggio» dicono
in grigi e blu
segreti insetti grandini segrete

*
Mai mancante neve di metà maggio
chi vuoi salvare?
Chi ti ostini a salvare?

*
Come, perché, il più cupo
maggio del secolo – cento
anni d’oscurità in un mese?

*
Acido spray del tramonto
Acide radici all’orizzonte
Acido: subitamente inventati linguaggi

1985

POSTILLA:
Mistero del tempo, cronologico, atmosferico? Come sempre cupezza e luce in Zanzotto s’innestano sulla riflessione della “propria” contemporaneità.
C’è, in principio il tentativo del racconto, l’atmosfera del mu-tamento (climatico?) e l’azione “acida” è quella dell’uomo cui spetta un finale arrembante: anafore e climax a seguire, a perseguitare l’orrore dell’azione distruttiva, in bilico tra l’ibri-dazione («Acido spray del tramonto», spray che traccia l’an-nientamento del tramonto o tramonto che si trasforma nel nuovo scenario del negativo?) e l’innovazione che è conse-guenza di un’evoluzione, un diverso attraversamento («Acide radici all’orizzonte»). E infatti l’«acido», sema di dissoluzione, si apre a immediate trasmutazioni, invenzioni, nuovi «lin-guaggi».

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LETTURE di Gianluca D’Andrea (48): INDISTINZIONE

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Ruskin & Marx (elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

di Gianluca D’Andrea

Di ritorno dalla morte di ritorno dalla vita
Passo da giugno a dicembre
Attraverso uno specchio indifferente
Nel cavo della vista.

(Paul Eluard, Poesia ininterrotta, 1976, p. 5. Traduzione di Franco Fortini)

Come distinguere tra le varie ripercussioni di un pensiero umano (occidentale), perennemente – nella semplificazione radicale della lettura del tempo storico – scisso?
E, infatti, non c’è da distinguere quanto piuttosto da constatare il gioco oscillatorio delle idee, al di là della fissità delle polarizzazioni. In questo modo è avvertibile la necessità metamorfica di ogni percorso e la trasformazione costante del pensiero fino all’estremizzazione negli opposti.
La figura dello specchio – così decisiva dal XIX secolo in avanti – racconta, allora, il percorso umano, non trascurando l’evidenza d’illusione – e quindi finzione – che pertiene a ciò che, nonostante il rischio arcaizzante, si può ancora definire come “verità”.
C’è del romantico in fondo nel riconoscere la “banalità del male” e allo stesso tempo sentire un forte disagio d’appartenenza in un mondo che ruota nella sua ripetitività consumistica, eppure mobile e quindi accessibile nel tentativo nostalgico di una fuoriuscita.
Ma tutti i percorsi sono liminari, occorre capire quando e in che direzione avvengono gli attraversamenti. Per mantenermi sul generico, che voglio resti tale in queste mie “letture”, allora dirò, come ho già sottolineato in altri luoghi, che l’opera di Wallace Stevens, ad esempio, oscilla costantemente tra conservazione e progressione, nonostante le etichettature critiche facciano del grande poeta statunitense un rappresentante della corrente modernista.
Non c’è niente di “moderno” in un’opera che fa delle capacità immaginifiche uno dei suoi punti di forza, pur non rinnegando la necessità di aderenza la contesto. In questa oscillazione tra constatazione e slancio utopico (l’immaginazione non è altro che l’immagine del soggetto rovesciata in un mondo ritenuto più “adatto”, che rispecchia qualità ideali non quantificabili, bensì proiettate) è in scena la mutazione, e non soltanto in epoca moderna, del concetto di uomo.
Ben oltre pragmatismi e idealismi di sorta (sempre su un piano “generalizzante”, e forse per questo più “radicale”, non vedo molte differenze tra un Marx e un Ruskin, se non che l’ingenuità asistematica del secondo possiede una forza d’attrazione maggiore per chi, essendo fuori dal secolo breve e dal pensiero debole, non può non riconoscere la magniloquenza insita in ogni sistema che si sforza nella sua coerenza. In buona sostanza, nel pensiero di Marx l’ombra del romanticismo tende a ribaltarsi, se non a nascondersi, nella superficie utopica di un superamento – laddove già in Lukács si avverte la crisi dialettica che blocca ogni fuoriuscita –, in Ruskin l’ibridazione romantica è manifesta nelle sue oscillazioni: “tutto e il contrario di tutto” è il vero reale), a contare è l’a-sistematicità del sistema, la consapevolezza di uno strato di irrealtà né più né meno profondo di ciò che si percepisce nel quotidiano.
Come in ogni immagine, non si può eludere l’evidenza della sua falsificazione – quantomeno rispetto al flusso, al movimento del reale – né il rischio di frammentazione delle scelte soggettive (mi viene da pensare in termini di “visuale” all’importanza “retorica” della “soggettiva” nelle scelte cinematografiche, così diverse, di Hitchcock e Pasolini), eppure è proprio in questa necessità immaginifica che sembra giocarsi il destino di fuoriuscita dall’impasse del ciclo del consumo: nella ri-creazione di un’illusione di fuoriuscita e non nell’attesa del concretarsi della sua possibilità.

“L’origine” di Domenico Cipriano (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello) da oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line

cipriano
Domenico Cipriano in una foto di Dino Ignani
L’origine di Domenico Cipriano (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)
lorigineDa oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line, L’origine di Domenico Cipriano, volume che inaugura la nuova collana Φ della casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri. Ideata e diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello, si avvale del contributo artistico di Francesco Balsamo (disegno inaugurale) e Marta Pegoraro (ritratto finale dell’autore).
Le uscite annuali saranno tre: dopo questa inaugurale, ci sposteremo nel primo trimestre del 2018, per arrivare alla terza uscita in dicembre dello stesso anno.
Per chi volesse mandare in visione testi, raccolte o suggerimenti può farlo direttamente ai curatori, anche se occorre sottolineare che si tratterà per lo più di pubblicazioni su invito, a tal proposito ci teniamo a dire che il 2018 è già programmato (a breve pubblicheremo i nomi dei prossimi autori).
Sperando di aver iniziato un progetto duraturo che faccia del servizio alla parola poetica la sua unica missione, non posso che consigliarvi l’acquisto del libro di Cipriano, autore che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni se non i suoi stessi versi:
“Rifluisce in me ogni istante
e un’onda col suo flusso mi rinnova
spingendo la corrente di risacca
a un nuovo inizio”.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (47): FAMILIARIZZARE COL MONDO

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Hans Holbein il Giovane, Gli Ambasciatori (1533)

di Gianluca D’Andrea

Ma profondamente familiare non significa “intimo”. Iniziare ad annusare «la fanghiglia delle strade» come la “macchia” lacaniana che ci attrae perché ne possiamo compartecipare.
Lo spettacolo dell’ombra non è fatto per restare – «le nostre ombre, / le loro ombre, non restano» (Guido Mazzoni, La pura superficie, Roma, 2017, p. 77) – ma può ridurre la vanitas di un soggetto appeso all’immagine.
La compartecipazione apre a una nuova prospettiva e fa cogliere altri principi. Certo, i motivi sono sempre “ritornanti” (rette, curve, punti, ecc.), ma ci permettono di accedere a parametri di un diverso orientamento spaziale (cambia il tempo perché cambia lo spazio che attornia il soggetto osservante, ecc.) che provoca un assestamento nella vertigine del mutamento.
L’attrazione per l’apparenza/apparizione del mondo (che ha già digerito la scomparsa) inaugura, da sempre, un tragitto:

Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda.

(Franco Fortini, Composita solvantur, Torino, 1994, p. 45)

Occorre lo spostamento del soggetto per focalizzare l’immersione in un nuovo spazio, un allenamento sempre più deciso alla decentralizzazione che non si riduce però alla scomparsa (quella è già digerita, dicevamo, nel nulla dell’assenza di traccia) ma si riconforma a sempre nuove anamorfosi, a una riformulazione della presenza e del distanziamento.

Sikka è Vertigo feat The White Birch

di Gianluca D’Andrea

beh, ai nostri tempi, penso a Sikka e arriva questo:

Sikka è Vertigo.
Ripetizione di un meccanismo
in corso da sempre.
L’eterno ritorno è un gioco figo
come mollare una puzzetta
mentre sei costretto a dormire
nella merda d’uomo.
La merda dell’uomo è nobile,
poteva andare peggio, come stare
in un vortice al buio con attorno
un blob di fantasmi in carne e ossa
pronti a mangiarti e dopo violentarti.
Tutto questo capogiro occorre immaginarlo
per sempre, da non avere neanche il tempo
di pensare che le tue lacrime sono il risultato
del risucchio gravitazionale
quando l’alchimia della mente
sgorga dal rubinetto dell’ipofisi
e per ridurre lo stress
occorrerebbe pensare alla vita
come un meccanismo di riempimento oceanico.

(Inedito)