I cordoni della poesia – Gianni Montieri su ”Nella spirale” per minima&moralia

C’è un ragionamento profondo e complesso all’origine del libro più recente di Gianluca D’Andrea: Nella spirale (Industria&Letteratura, 2021). Un pensiero strutturato, un groviglio formatosi dai sentimenti che sono andati a poggiarsi sulla ricerca di senso. Un libro che genera molte domande e che – come D’Andrea sa – non può offrire risposte, ma riesce ad aiutarci a sostare dentro questo tempo incerto, multiforme. Stagioni di una catastrofe recita il sottotitolo e non vuole dirci solo delle stagioni temporali che si susseguono lungo gli anni. Ci dice, soprattutto, che la catastrofe c’è, è avvenuta, si manifesta ogni giorno, noi possiamo resistere al suo interno, in sua compagnia, trovando nuovi significati alle nostre azioni, modificando la percezione di oggetto, mischiando la sua alla nostra fragilità. La spirale con i suoi significati scientifici, matematici, filosofici, ci interroga mentre ci avvolge e più avanti ci dispiega, ci rilascia in un ambiente già cambiato, dentro uno stato di cose che si è spostato. Perché tutto si sposta. Il libro è retto da quaranta testi, tra prose e versi tradizionali, uno che può aiutarci ad attraversarlo meglio è questo:

«L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».
(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».
(H. D. Thoreau, Camminare)».

Questo testo – come molti altri del libro – apre il confronto continuo con altri autori, qui Carson e Thoreau, chiamati in causa circa il camminare, il movimento. Non si tratta di passeggiare, scrive D’Andrea ma di tendere a una meta, provvisoria però. Il corpo non può smettere di muoversi dopo essere stato fermo, chiuso in uno spazio, costretto alla staticità. Si muove il corpo e nasce una nuova ricerca di senso. Nuovo è il terreno da calpestare, nuova è la persona che lo calpesta. Il primo blocco racconta l’interno, parla di frammenti circoscritti, di confini, certo. Il secondo blocco apre, ma lo fa senza valicare il confine, ma rimodulandolo, attraversandolo, spostandolo. La spirale ci avvolge, la spirale ci dispiega in campo aperto, e oggi è la pianura lombarda, dove D’Andrea vive, ma cinque minuti dopo è il cosmo, è la speranza, è guardarsi intorno, trovare qualcuno. Il raggiungimento del nero, di noi stessi, dell’altro.

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