Libri crepuscolari IV. – “Incontri e agguati” di Milo De Angelis

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Milo De Angelis

Libri crepuscolari IV. – Incontri e agguati di Milo De Angelis
(Mondadori, Milano, 2015)

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Incontri e agguati di Milo De Angelis è uscito in libreria ad aprile 2015. Nell’estate dello stesso anno, dopo una prima lettura, ho selezionato un testo mirabile nella sua singolare compiutezza per una rubrica personale (vedi qui). Alla fine dell’anno, nei momenti di pausa consentiti dalle festività, mi trovo a leggere il libro nella sua interezza.
È vera, e abbastanza evidente anche in questa raccolta, la perizia compositiva che ha contraddistinto un autore fondamentale per la poesia italiana di questi ultimi anni, ma è altrettanto vero che, nel complesso, l’operazione non aggiunge nulla alla sua ricerca poetica, la quale, anche per motivi strettamente cronologici, ha attraversato la crisi “relazionale” e linguistica del secondo Novecento.
Provo a dire meglio esaminando le tre sezioni che compongono il libro (64 testi complessivi, più uno in funzione di explicit, una coincidenza con l’età dell’autore al momento della pubblicazione, ricordiamo che De Angelis è nato nel 1951).
La prima parte, Guerra di trincea, si apre con un testo che parla della morte; sembra preannunciarsi un racconto che accompagna il lettore nei gironi del “nulla”, anzi in quella relazione soggetto/nulla che tanta parte ha avuto nelle poetiche novecentesche. Di questo racconto il soggetto stesso si fa guida: «Questa morte è un’officina/ ci lavoro da anni e anni/ conosco i pezzi buoni e quelli deboli», p. 9, vv. 1-3). Dalla “biografia sommaria”, dalla perdita dell’identità al racconto che attraversa il negativo: è la morte che ci permette il riconoscimento, la fine, o meglio il ricordo della fine, a riunirci nella responsabilità e nella memoria. Ma è una possibilità sempre a rischio di fraintendimento, perché il dolore e la stessa fine conducono all’inesorabile annientamento.
Il primo movimento della raccolta, quindi, riprende alcune ossessioni dell’autore: la minuziosa capillarità degli indizi («in quel momento freddo/ in quel mormorio/ di indizi e milligrammi», p. 21, vv. 4-6), l’agonismo, cristallizzato però, quasi un puntello per far muovere alcuni testi poco originali:

Nessuno, morte, ti conosce meglio di me
nessuno ti ha frugata in tutto il corpo
nessuno ha cominciato così presto
a fronteggiarti… tu nuda e ribelle alla farsa
delle preghiere… tu mi hai rivelato
il pungiglione delle ore perdute
e la malia di quelle che mi attendevano felici
e senza dio… in un’area di rigore… laggiù…
nel fischio micidiale del minuto.

(p. 20)

Il “patto” relazionale si scontra con la gerarchia ineluttabile dell’imprevisto, quasi un marchio fatale che “specializza” l’esistenza, stigmatizzandola nel nulla:

“Sarai una sillaba senza luce,
non giungerai all’incanto, resterai
impigliato nelle stanze della tua logica”

“Sarai la crepa stessa
delle tue frasi, una recidiva,
una voce deportata, l’unica voce
che non si rigenera morendo”

(p. 17)

Questa sensazione mortuaria, che emerge nel testo appena letto, dipende dalla voglia di anticipare, pre-vedere l’inesorabile, come in uno strano epitaffio rovesciato in cui il futuro (sottolineato peraltro dall’anafora all’inizio delle due strofe) è arrogato da un dire che si rende necessario proprio laddove si vorrebbe inibire, manifestando proprio quella fine cui, invece, si vorrebbe resistere. «Capobranco della nostra fine» (p. 16, v. 3) è, questo linguaggio che contraddice se stesso, più che monito, disgrazia. D’altronde un incipit come questo, «Non puoi immaginare, amico mio, quante cose/ restano nascoste in una fine» (p. 22, vv. 1-2), crea distanza dal lettore, ma non per la sorpresa dell’impatto (nessun agone ma un’agonia), quanto perché la presunta sapienza scade nella saccenteria a causa dell’assertività dell’enunciato. A complicare la vicenda è il rimescolamento del testo successivo, in cui la richiesta del contatto crea un cortocircuito, un’oscillazione di senso che sfibra il registro e si tramuta in caduta stilistica: «Non so, credimi, se riuscirò. Ascolta,/ vienimi vicino, posso dirti che il sangue/ zampilla scuro ma non riesco a cancellarmi/ c’è un silenzio fatato che in me respira» (p. 23, vv. 1-4).
La parola ferma, il punto di confine, il centro di gravità, sono preoccupazioni novecentesche, questo è certo, ma il loro trattamento metalinguistico, proprio in quanto scia del secolo precedente, è segnale di decadenza e assenza di prospettiva. Il «segreto frastuono» di p. 27 è indizio di come Incontri e agguati intende trattare il mondo, nell’assenza di un codice di accesso che conduce alla commiserazione: «… ciò che sono/ un povero fiore di fiume/ che si è aggrappato alla poesia» (p. 27, vv. 4-6). Commiserazione del mondo equivale ad autocommiserazione del soggetto ed è in questa dimensione, abbiamo visto, che si chiude la prima parte del libro.
La sezione omonima, Incontri e agguati appunto, non muta registro, si passa pleonasticamente dalla fine al vuoto: «un vuoto mai estinto nella fronte, un vuoto/ torrenziale…» (p. 31, vv. 6-7). Però, la seconda è anche la sezione dei testi più toccanti (se li si esula dal contesto): Il tempo era il tuo unico compagno (p. 33) e Il vento ti accompagna a ogni virata (p. 37). Per il resto si assiste al tentativo di ritrovare un linguaggio e si limita il proprio ad alcuni ripescaggi di maniera: «con il tuo sguardo matematico hai indicato/ alcune grandezze, hai disegnato sull’asfalto/ i minuti di un teorema ridente e ogni minuto/ è un’epoca che abbraccio e tu non lasci/ deserte le ore…» (p. 34, vv. 3-7); «Una lama di fosforo ti distingueva/ e ti minacciava, in classe terza,/ ti chiedeva ogni volta il voto più alto, l’esempio/ perfetto del condottiero…» (p. 35, vv. 1-4); «…Dove sei,/ ti chiedo silenzioso. Dove siamo?…» (p. 35, vv. 18-19); «Mi sono allontanato, vedi, dal campo/ delle nostre partite iridescenti/ e mi troverai qui, sotto le parole» (p. 38, vv. 1-3); «Dolce niente/ che mi hai condotto negli anni/ del puro suono…» (p. 39, vv. 1-3). E la lista potrebbe allungarsi per dimostrare, ma a che serve accanirsi, la mancanza di vigore. La tensione ferrea che aveva contraddistinto la scrittura di De Angelis, in questa raccolta è come ammorbata, inflaccidita proprio dal tema prescelto, lo si voglia chiamare vuoto, fine o niente: «dolce niente e cupo niente/ voi siete la stessa cosa per sempre» (p. 39, vv. 10-11).
Dagli “incontri e agguati” con la “nientità” della seconda sezione, si giunge, infine, all’ultima parte, Alta sorveglianza, un poemetto sulla reclusione o, meglio, sulla trasposizione metaforica del concetto e sull’influenza nell’animo del soggetto. Purtroppo, anche in questo caso, non si verificano effrazioni dal canone lirico secondo-novecentesco né dalla maniera dell’autore, si resta nel “cuore del soggetto”. Ma non occorre pensare a una resistenza produttiva, a scelte che testimonino il mutamento e la perdita, quanto alla riproduzione di schemi consueti che si spingono fino ai confini preoccupanti del vaticinio: «parlavi di lei oscura furia delle melograne» (p. 55, I, v. 8), ecco il niente che non può più illuminare nella sua insensatezza. La sensazione suscitata nel lettore è di stanchezza e a volte l’autore pare riconoscerlo: «Opera, sei dappertutto ma non so dove sei» (p. 56, III, v. 1), esponendo finalmente il suo disorientamento.
Per De Angelis, non è una novità, il mondo è la cella da cui guardare un “resto” inconoscibile, un “altrove” che si configura a volte come augurio, altre come rovina. Il mistero, agli occhi disillusi degli uomini postumi che già siamo, nell’epoca della trasparenza acquisita e della trasformazione identitaria, è un’ingenuità del linguaggio, cui viene richiesto di scoprirsi e affrontare il proprio mutamento, non certo di ritrarsi nelle retrovie della vecchia dialettica. Certo, la “visione” dal carcere è parte concreta dell’esperienza dell’autore, ma la compartecipazione è, mi viene da dire, “distopica”, si proietta nel disturbo e lo trasfigura nel male comune, in un movimento metafisico: «…sei tornato/ dall’aldilà, hai risposto che dio non esiste/ ma le anime sì…» (p. 57, IX, vv. 1-3). La prospettiva infernale della reclusione («sei nell’ateismo/ di ogni battito cardiaco, reclusione, reclusione», p. 57, VIII, vv. 2-3, nell’iterazione quasi un mantra, un autoconvincimento, una preghiera) è riprova dell’atteggiamento lirico di cui si diceva. Il processo infatti termina (?) nello sterminio senza termine del solo atto di luce plausibile per il soggetto: dalla gabbia delle parole alla catarsi, a volte consolatoria ma oggi ingenua, della poesia:

XIV

Era l’aggravarsi
di ogni atto nel buio di se stesso,
la cieca evasione, l’indulto
che ha potuto liberarci
per una notte sola,
per una sola notte sterminata.

(p. 59)

«Sul sentiero dell’estinzione» (p. 62, XXII, v. 2), cioè su un percorso dato, si muove un “cammino” predestinato, infatti l’explicit del libro ci dice questo andare «verso la notte spoglia» (p. 64, v. 4), obiettivo finale, «punto saliente» (p. 64, v. 5) in cui le ombre hanno il sopravvento su quella «vita fanciulla» (p. 64, v. 11) che nient’altro è se non il simbolo, troppo abusato peraltro, del “paradiso perduto” di classica memoria.
Incontri e agguati, a ben vedere, è la sconfitta della nominazione “originaria” (se ancora fosse accettabile ragionare in termini di origini o “età dell’oro”) – si veda il «nome» triplicato al verso 23 di p. 65 – sul campo di battaglia dialettico, agonizzante tra «salvezza» ed «esecuzione».

Gianluca D’Andrea
(Dicembre 2015)