SNOOPY & FRIENDS – IL FILM DEI PEANUTS

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di Francesco Torre

SNOOPY & FRIENDS – IL FILM DEI PEANUTS

Regia di Steve Martino.
Usa 2015, 92’.

Distribuzione: 20th Century Fox.

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Povero Charlie Brown! Colpito al cuore dalla nuova compagna di classe, la ragazzina dai capelli rossi, cerca in tutti i modi di farsi notare, ma ogni tentativo fallisce miseramente. L’occasione della vita, però, si presenta inaspettatamente: Il giovane e goffo eroe ottiene il punteggio massimo ai test di intelligenza della scuola e viene celebrato come un vero genio. Ma è un errore, e così il momento di trionfo si trasforma d’un tratto in un tragico dilemma morale.
Diretto da Steve Martino (“Ortone e il mondo dei Chi”, “L’era glaciale 4”) e scritto da Cornelius Uliano insieme con Craig e Bryan Schulz – rispettivamente figlio e nipote dell’autore delle celebri strisce – l’atteso film dei Peanuts non rappresenterà certo una delusione per quanti con nostalgia sapranno decodificare le tante scene “familiari” disseminate qua e là lungo l’arco della narrazione: il Barone Rosso, le sedute di psicoanalisi di Lucy, i tentativi di Snoopy alla macchina da scrivere, quelli di Charlie Brown nel calciare un pallone tirato via all’ultimo secondo e così via.
L’operazione “omaggio” sembra evidente, come d’altra parte dimostra lo sforzo di adattare quasi mimeticamente la computer grafica 3D all’inconfondibile tratto di Charles M. Schulz, che viene evocato sin dai titoli di testa, quando dalla più classica cornice di un fumetto Snoopy e Woodstock avanzano sullo schermo acquistando via via colori e movimento.
Traduzione o tradimento? L’una e l’altro. Se da un lato, infatti, il continuo ricorso agli inserti testuali, alle onomatopee, ai tratteggi, alle evocazioni/sublimazioni in bianco e nero (cioè a tutte quelle “irregolarità” linguistiche fondanti dell’anarchico universo figurativo dell’autore statunitense) prova a rendere la trasformazione cinematografica meno invasiva possibile, pure la concentrazione di gag, ironie e guizzi creativi viene di fatto depotenziata da una gabbia strutturale che ne contiene ogni potenzialità eversiva.
Pur limitandosi a tratteggiare una narrazione episodica, lo script punta infatti con elementare linearità a costruire un mondo funzionale unicamente allo sviluppo del protagonista Charlie Brown, concedendogli addirittura quel riscatto sociale (e con quanta dose di buonismo e autoconsolazione!) che non solo Schulz non gli aveva mai regalato ma che nessuna maschera veramente archetipica può ottenere. Come naturale conseguenza, la visione del film può risultare estremamente godibile nel brevissimo periodo (molto divertente, per esempio, la sequenza dedicata a Charlie Brown “genio della scuola”, come pure le commistioni tra cultura alta – “Guerra e Pace” – e cultura bassa, i “Gipsy Kings”) ma del tutto prevedibile e conformista nel medio e lungo termine. Certo, rimane sorprendente, e innegabilmente rinfrescante, vedere un film per bambini senza cattivi da eliminare né mondi da salvare, guidato solo dalle piccole ansie quotidiane di un ragazzino normale che cerca di trovare un posto comodo in un mondo ordinario, seppure scoraggiante, ma certo il Charlie Brown qui raccontato non ha più la statura di grande eroe tragico della narrativa americana che la critica schulziana gli aveva, del tutto meritatamente, conferito.
Nessun pericolo per l’identità dei Peanuts, che rimarrà intatta nel tempo e nello spazio, ma resta in piedi un odioso timore: operazioni di “riconfezionamento digitale” di questo tipo, che trasformano in prosa materiali più affini al linguaggio poetico, non rischiano di compromettere l’eredità culturale che il Novecento ha lasciato alle generazioni del XXI secolo?

 

 

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