Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – Il romanziere Roth

roth
Vincenzo Mantovani, Il romanziere Roth, «Il Mondo», 18 agosto 1965, p. 8

di Daniele Greco

Verso il Nobel 2015

Da molti anni a questa parte, a ridosso dell’assegnazione del Nobel per la letteratura, salta sempre fuori il nome del grande escluso: lo scrittore Philip Roth, la cui opera continua a non convincere i giurati dell’Accademia di Svezia.
Proponiamo un articolo del 18 agosto 1965, pubblicato sulle pagine de «Il Mondo» e intitolato Il romanziere Roth, in cui Vincenzo Mantovani – tra i suoi più assidui traduttori – recensisce Letting go (1962), il primo vero romanzo di colui che fino a quel momento era conosciuto per essere il fortunato e contestato autore della raccolta di racconti Goodbye, Columbus (1956).
Pubblicato da Bompiani solo nel gennaio del 1965 col titolo di Lasciarsi andare, e mai più ristampato, il romanzo di Roth è un grosso volume di quasi settecento pagine che, pur non essendo tra i suoi migliori romanzi, venne apprezzato da critici e scrittori come Alfred Kazin, Irwing Howe e Norman Mailer. Lo stesso Mailer non esitò a definire esile la struttura del romanzo, scorgendo però qualcosa nello stile dell’autore che lo avrebbe reso davvero un grande romanziere se solo, come recitava il titolo, avesse deciso finalmente di “lasciarsi andare”.

Daniele Greco


Vincenzo Mantovani, Il romanziere Roth, «Il Mondo», 18 agosto 1965, p. 8

letting-go-2Nel recensire i cinque racconti e il romanzo breve dello scrittore americano Philip Roth pubblicati nel 1959 col titolo Addio, Columbus in un volume che si aggiudicò uno dei National Book Awards dell’anno successivo, sia Alfred Kazin su The Reporter sia Irving Howe su The New Republic si rifecero alle origini parzialmente ebraiche di questo giovanissimo scrittore (aveva allora 26 anni) per sottolineare l’aspetto più nuovo e significativo della sua opera: un distacco, un allontanamento dalla tradizione ebraica com’era stata vista e sentite nei libri di Henry Roth (Call it Sleep) e Norman Frichter (Coat Upon a Stik), per imboccare una strada poco battuta che non si sapeva ancora bene dove conducesse.
«Anche gli scrittori più dotati e profondi tra gli ebrei» notava Kazin «tendono a scrivere amore e odio, ferocia e infelicità, come se fossero meri simboli della profondità e della portata della esperienza ebraica. La cosa insolita, l’impresa di Roth, consiste nel localizzare l’io contuso e arrabbiato e non assimilato – l’ebreo come individuo, non l’individuo come ebreo – sotto il baldacchino dell’ebraismo». Secondo Kazin si trattava di una grossa novità, poiché tra gli ebrei che scrivono di altri ebrei «l’appello alla natura umana come tale, all’individuo nella sua complessità umana e solitudine di mera creatura umana, è meno comune dei grandi temi collettivi della vita ebraica di fronte all’oppressione». All’abbandono, al ripudio della tradizione fa dunque da riscontro, in Roth, una precisa scelta individuale: l’accento si sposta dall’ebreo come membro di una comunità religiosa che ancora lo vincola a determinati comportamenti, responsabilità, scelte immorali, all’ebreo considerato come membro di una più vasta comunità, quella americana, in cui la voce del sangue s’è affievolita fino a diventare quasi impercettibile, gli obblighi della religione non sono più sentiti come imperativi, i legami della solidarietà di casta e di razza sono venuti meno. Roth, per Howe, «è uno dei primi scrittori ebrei americani che non trova alcun sostentamento nella tradizione ebraica»; e questo a differenza di scrittori come il citato Henry Roth, Daniel Fuchs, Delmore Schwartz e Bernard Malamud, che hanno descritto anch’essi, e con asprezza, la vita della borghesia americana, ma ricavando i termini del loro attacco, in misura più o meno rilevante, dai ricordi d’infanzia e dalla vita familiare, insomma dai valori della tradizione. Ciò posto, si può anche accettare la conclusione alla quale giunge, non senza un’ombra di malinconia, il critico americano: forse «questo significa la fine di una tradizione, la conclusione di una parabola nell’esperienza degli ebrei americani».
In un suo vivace intervento a un simposio sul “contributo ebraico alla letteratura americana” (pubblicato in Italia sul Contemporaneo) Maxwell Geismar riprendeva e ampliava il discorso sul “problema ebraico” negli Stati Uniti. Trattando in particolare di Philip Roth, che definiva «l’ingegno migliore e più vasto tra i nuovi scrittori di cultura ebraica», Geismar lo inquadrava in quella «scuola del New Yorker» che aveva già denominato nel suo American Moderns la «scuola dei ragazzi saputi» (tenuta idealmente a battesimo da Henry James), notando però che ciò che contraddistingueva il giovane scrittore era il fatto che egli stava cercando di «evadere dal panorama formale, lindo e grazioso, con siepi ben potata e giardini jamesiani perfettamente ordinati del tipico mondo letterario del New Yorker, con le sue forme di dolore umano perfettamente controllate e, in ogni caso, educate e ambigue». I suoi primi raccontati, quelli di Addio, Columbus, erano «racconti brillanti, a volte commoventi, a volte molo divertenti, di un giovane scrittore pieno di capacità e di promesse». Li permeava, per Geismar, «una strana fusione di sentimento genuino, di rispetto per l’autentica tradizione ebraica più antica (…) e un tagliente disprezzo e una mordace ironia verso la nuova generazione di figure di ricchi assimilati, suburbani o “americani”».
L’uscita del secondo e (finora) ultimo romanzo di Philip Roth, Lasciarsi andare (1962)[1], di cui Bompiani ha appena pubblicato la versione italiana (a cura di Ettore Capriolo), è stata salutata da commenti interessati ma contrastanti. La storia s’impernia sulle peregrinazioni mondane di un ricco giovanotto di New York, Gabe Wallach, professore più per noia o vocazione che per bisogno, figlio di un dentista vedovo e rinomato il quale non chiederebbe di meglio che continuare a mantenerlo per il resto dei suoi giorni, che non sapendo darsi uno scopo nella vita dedica gran parte del suo tempo al servizio degli altri, riuscendo, con le migliori intenzioni di questo mondo, a distruggere una vita, a portare una coppia di amici poveri sull’orlo della follia, a invischiarsi in una lunga relazione con una donna divorziata il cui esito infelice, lungi dal maturarlo spiritualmente, lo spingerà a cercare ancora una volta scampo nella fuga.
Per Geismar Lasciarsi andare costituiva un netto passo avanti rispetto ai racconti, in alcuni dei quali, secondo il critico americano, si avvertiva con fastidio una specie di tour de force che subordinava il vero significato del contenuto al raggiungimento di un climax scaltro e vertiginoso. Il romanzo «era in varie parti molto buono; aveva scene, episodi e capitoli di grande bellezza», che per l’ottimo mestiere e la profondità dei sentimenti, gli ricordavano l’opera di William Styron. «Sotto l’elegante superficie del romanzo» proseguiva Geismare, «il contenuto ideologico è costituito dal contrasto tra la vecchia e la “nuova libertà” della vita accademica contemporanea». Eppure al romanzo mancava qualcosa, i brani più belli portavano a ben poco, i suoi personaggi, spesso così ben descritti, galleggiavano qua e là «come piccoli frammenti di atomi nel vuoto atomico, dove hanno perduto ogni forza». Perché? Philip Roth si era trovato alle prese con lo stesso problema di tanti altri giovani scrittori americani di origine ebraica, perché si era trovato di fronte allo stesso dilemma di tutti gli scrittori contemporanei, quelli che non hanno una causa radicale in cui credere e che, da Hemingway in poi, «si sono sentiti sempre più profondamente alienati, senza causa o ragione, (…) dal proprio paese e dalla propria cultura». Perché nel romanzo di Roth, insomma, per Maxwell Geismar «non vi è nulla da cui “lasciarsi andare”». Ecco il motivo per cui i suoi personaggi appaiono «vacui, irresponsabili, privi di radici e di valori: non hanno alcun peso umano, sociale e, di conseguenza, artistico».
Che non fosse tempo perso leggere «dieci pagine qualsiasi» di Lasciarsi andare (che nella versione italiana raggiunge le 696!) era pronto ad ammetterlo (su Esquire) anche quella linguaccia di Norman Mailer. Come romanzo, notava lo scrittore americano, critico feroce quanto altri mai, ma spesso molto acuto, dei libri dei suoi colleghi, «la sua strategia è sciocca, noiosa e debole. Ma lo stile, quantunque non eccezionale, è decente e a volte, nei dialoghi, quasi bello». C’è una certa cura dei particolari, un’atmosfera tranquilla, un’esposizione precisa e appropriata. «È come avere una relazione con una donna simpatica e piena di attenzioni, le ore passano senza che uno se ne accorga che le preoccupazioni dell’amante erano interessate e che si è semplicemente sciupata qualche stagione».
Nel romanzo di Roth, nota Mailer, accade ben poco. La moglie di uno dei professori, Libby, fragile eroina in eterna crisi di nervi, continua a essere se stessa dalla prima pagina all’ultima; il marito, Paul Herz, resta quello che era in principio, un uomo freddo, scostante e taccagno; e l’altro professore, il protagonista, ha un «piccolo esaurimento letterario». Quello che si poteva dire in dieci pagine, quello che Cecov e Maupassant hanno detto in cinque, Roth lo diluisce in settecento, e questo perché «è stato troppo attento a non farsi male durante il viaggio e perciò non si è tradito: non scava. Il romanzo» rincara Mailer, «schizza come una pulce d’acqua da una chiazza di polline all’altra, una serie di buoni racconti si accumulano per la strada, ma non nasce alcun romanzo». Par quasi che l’autore si sia deliberatamente sforzato di far sì che Lasciarsi andare resti «un’antologia di racconti strettamente collegati tra loro».
Dopo aver osservato che «la fatica di leggerlo diventa a lungo andare quasi deprimente come dovette essere quella di scriverlo», Mailer conclude la sua critica con un ammonimento: bisogna che nel suo prossimo romanzo Roth prenda partita, bisogna che si decida, ci dica finalmente con chi sta, bisogna insomma che «metta piede nel bordello», bisogna che si sporchi le mani e magari si rompa il naso, se non vuole essere ricordato come «Paddy Chayefsky dei ricchi». Non si poteva essere più duri di così con uno scrittore che sia Alfred Kazin sia Irving Howe avvicinano ripetutamente al Fitzgerald de Il grande Gatsby e del cui “tono” considerato la sua cosa più rimarchevole, il primo giunge a dire: «è acidulo, spietato, tenero, ma più che altro è giovane, vede la vita con un occhio fresco e divertente».


NOTA

[1] Il libro è stato pubblicato in Italia nel gennaio del 1965 non nel 1962 (n.d.c.).

 

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