Le narrazioni: a cura di Daniele Greco – FULVIO ABBATE, “Roma vista controvento”, BOMPIANI 2015

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Fulvio Abbate

di Daniele Greco

FULVIO ABBATE, ROMA VISTA CONTROVENTO, BOMPIANI 2015

roma-vista-controvento-647341_tnCon Roma vista controvento (Bompiani, 2015) a Fulvio Abbate è riuscito quanto solo in parte capitò di fare, in vita, allo sfortunato Boris Vian: ritrarre in maniera enciclopedica, originale, e ironica la propria città d’elezione. Si può ipotizzare, infatti, che se Vian non fosse mancato così presto, avrebbe donato ai suoi lettori una edizione riveduta e ampliata del suo mitico Manuale di Saint-Germain des Pres – La Parigi degli esistenzialisti (Editori Riuniti, 1998).
Abbate aveva già pubblicato un libro simile anni fa, Roma. Guida non conformista alla città (Cooper, 2007), ma nelle 700 pagine del nuovo lavoro aggiorna e in parte riscrive i capitoli di un catalogo sterminato di leggende, quartieri, strade, portinerie, mode, tic, miti d’oggi, monumenti, architetti, maestri, artisti, letterati, sportivi, musicisti, cazzi celebri, bar, trattorie, premi letterari, attori, jeanserie, rivendite d’auto, ristoranti, negozi di modellismo, librerie, ex voto, graffiti, epigrafi, statue e tanto, tanto altro.
Nel suo penultimo libro, il romanzo Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi, 2014), Abbate aveva composto la sinfonia del tempo perduto della sua famiglia, gli Abbate-Politi: palermitani trapiantati a Roma negli anni sessanta, che sono vissuti nel pieno del boom economico, consentendo al piccolo Fulvio di scorgere nella “città eterna” un mondo di sogno, che egli ha ritratto in maniera lirica e struggente. Ma è qualcosa da lasciarsi subito alle spalle, in Roma vista controvento, per seguire un percorso singolare che fin dal primo capitolo mette in chiaro le cose e, anzi, può valere come dichiarazione di poetica di quello che sarà il “punctum” di questo volume.
Se il Gustav von Aschenbach di Morte a Venezia lamentava il proprio esecrabile accesso alla città lagunare per mezzo del treno, dalla stazione –, “come entrare in un palazzo per la porta di servizio”, scrive Thomas Mann – anziché dalla nave e per mare, Abbate sceglie di farci accedere a Roma proprio dalla più celebre porta di servizio: il nastro trasportatore dell’aeroporto di Fiumicino. Ed è proprio lì dove un tempo le cronache hanno narrato dei controllori intenti a trafugare oggetti nelle valige – in un mix di pressappochismo e cialtronaggine che, superato il trafiletto di cronaca, non va oltre gli aedi orali dell’epica aeroportuale – che l’autore ritiene si debba iniziare a ragionare di quello che resta della presunta magnificenza della capitale.
Il suo mulino filosofico macina ogni aspetto materiale e immateriale della romanità, usando un registro apparentemente svagato, in alcuni tratti volutamente liquidatorio ed evasivo – a via del Corso, per dire, sono dedicate solo cinque righe, ma bisognerebbe leggerle per capire meglio – al solo fine di esercitare il fiero diritto a rifiutare qualsiasi forma di riconoscenza verso la città in cui egli ha iniziato a lavorare come critico d’arte, prima, e come giornalista e scrittore, poi. Anzi, se c’è un sentimento che pervade il libro è presto detto: è l’orrore e il disincanto di vivere una capitale che ha perso, o forse non ha mai avuto, lo slancio cosmopolita e colto di altre città europee.
Al lettore che da sempre magnifica la città di Roma – come è accaduto anche al sottoscritto, reo di credere che per le strade tra via Frattina, piazza del Popolo e via della Croce aleggiasse ancora il fantasma dell’amato scrittore di un solo libro, il Salvatore Bruno de L’allenatore –, a questo tipo di lettore toccherà l’agnizione per cui la bimillenaria Roma è sempre più straniera a qualsiasi forma di afflato artistico, ma, semmai, nella costruzione narrativa dell’autore, è diventata una miniatura, un diorama del provincialismo cinico e paraculo che, forse, riesce a superare i propri confini locali, ma solo per assurgere ad autobiografia dell’intera nazione.
E non è un caso se quanti riusciranno a salvarsi dalla acuta perfidia di Abbate siano semi sconosciuti o dimenticati ai più, come – per fare solo alcuni nomi – l’attore Antonio Trezza, il conduttore Massimo Marino, il fotografo Umberto Pizzi, l’architetto Renato Nicolini, il pugile Mario Romersi, il cantante Claudio Villa, l’artista Mario Schifano, il latinista e scrittore Luca Canali. Di costoro Abbate esalta la natura di veri e propri pezzi unici, scevri da qualsiasi contagio morale o estetico, dai barocchismi e dalle artefatte profondità di superficie del demi-monde romano, per i quali la conquista dell’originalità, dell’anticonformismo e del guizzo intellettuale non ha riguardato altro che non fosse l’autentica e sincera ricerca finalizzata a diventare – come diceva il filosofo – nient’altro che ciò che si è.

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