Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – Gilda Policastro, “Cella”, Marsilio, 2015

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Gilda Policastro (Foto di Dino Ignani)

di Daniele Greco

Leggendo Cella di Gilda Policastro
(Marsilio, 2015 – 174 pp., € 17)

cellaNelle pagine di questo breve romanzo abita una voce femminile – quella della protagonista – che, poco alla volta, sotto forma di un monologo articolato in cinque capitoli, conduce nel gorgo in cui è caduta la sua vita.
Il mondo della protagonista è un vicolo cieco che emerge poco alla volta, perché se all’inizio sembra solo quello della donna sedotta e abbandonata da Giovanni – uomo politico e medico –, più avanti diventa quello di una donna la cui marginalità è assoluta, estromessa com’è non solo dalla vita privata e pubblica del suo uomo, ma anche da quella della figlia.
«Cella. Dario e Elena mi chiamano così, l’ho scoperto origliando. Rimangono chiusi in camera per ore, busso giusto per segnalare che vado in giardino, rispondano al telefono, se squilla. Perché mi chiamano Cella, chiedo al cane. Forse perché sto chiusa in casa, perché non vado al di là del cancello, tranne che per la spesa, le necessità. O forse perché amo un uomo che in cella, in effetti, dovrebbe finirci, anche se nessuno ha ancora trovato il modo. La colpa non coincide con la punizione quasi mai. Sarebbe bello se la sofferenza avesse quel risarcimento. Lui mi ha lasciata e ora paga. Invece a rimanere dentro, sconfitta, sono io. Cella» (p. 82).
Colei che era stata l’amante di Giovanni – da questo legame era nata Elena – è la donna che inizia il suo memoriale, anni dopo, riportando alla luce “il mondo di prima”, quello antecedente la nascita della figlia, e in cui la storia furtiva con l’uomo – che aveva già una moglie e un figlio, Dario – credeva potesse condurre da qualche parte.
Che Giovanni sia il prototipo dell’uomo che esercita il suo potere di fedifrago e pervertito attraverso il possesso, l’umiliazione e l’abbandono, è un dato di fatto. Meno evidente è, invece, la scoperta che custodisse il segreto di avere curato anni prima una terrorista e per questo fosse dovuto fuggire, facendo perdere le tracce di sé.
Ignorando la reale natura del suo uomo e il legame che la terrà legata a filo doppio anche al figlio di costui, Dario, il resoconto di Cella rivela quanto la donna si fosse allontanata dalla vita vera, inseguendo le false rappresentazioni della stessa.
Lo snodo di questo monologo è nella parte centrale del romanzo, quando il memoriale di Cella si colloca al tempo in cui nella sua casa entra Liliana Vigas, l’ex terrorista che Giovanni aveva curato anni prima. Prima di scomparire definitivamente, Liliana lascerà – chissà se volutamente o per sbaglio – un diario in casa di Cella. In queste pagine si leggono le confessioni di Lia, al tempo in cui la politica extraparlamentare e la lotta armata avevano rappresentato tutto quanto la vita significasse per lei. Il ritratto di Liliana diventa un doppio del dolore di Cella: lo specchio in cui guardare al proprio dolore e, forse, il momento a partire dal quale proprio la protagonista può cercare di rimettere ordine agli eventi della sua vita.
Policastro in esergo riproduce una frase di Roland Barthes – Tutto ciò che mi impedisce di abitare la mia tristezza, mi è insopportabile – che ritrae in maniera nitida il dolore della protagonista del romanzo. Toccherà al lettore nella ricostruzione di questo magma di sensazioni e emozioni fare proprie le parole universali di Cella e trasformare il dolore in conoscenza.

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