Nothing that is not there and the nothing that is

RIFLESSIONI NOMADI SULLA POESIA (3) – IL NASTRO MAGNETICO DEL TEMPO: LA TERZINA INCATENATA IN 2001

The Legend of Zelda ©

2 0 0 1

L’inizio fu per me di un’altra vita

il millenovecentottantaquattro,

i muri, l’erba, è tutto sulle dita

e si riavvolge come un videonastro.

Aged film impressionato, orbitale

nel giardino dei giochi, sparso astro,

nel mare che mi assediava abissale.

I vermi luminosi liberati

nei campi riarsi di fuoco insulare,

le vanesse danzanti in quelle estati,

si stanno separando, si dissolvono

in raggi stinti, specchi ottimizzati,

congegni che di giorno in giorno tendono

alla scomparsa di tutti i ricordi.

Quelle forme trapassate nascondono

l’ambizione di chi ancora si attarda

nel desiderio di portarsi verso

altri sentieri e vede nei ricordi, 

non fa altro che risentirsi immerso

nel presente, disperando il futuro

riflettendo sul passato disperso.

Vedo le figurine contro il muro,

Sergio che sputa il suo soffio bambino

e loro compiere il volo sicuro,

il volteggio a spirale, da vicino

le seguo fino alla loro caduta

collettiva, scoperchiate al divino

impatto col gradino alla veduta

del tutto nudo che noi raccogliamo,

prodotto e premio, la fine avvenuta.

L’individuo era il dio che adoravamo,

terminale, sulla collina in fiamme,

quell’area selvaggia che abitavamo

per spargere in un continuo bailamme

l’immagine del corpo non più sacra

che nel niente viveva senza allarme.

Gerti, nella memoria che massacra

la storia, dove tutto si fa strano,

Giancarlo, false parole ombra magra,

sotto i portici aspettando domani

mi raccontavi di te, di quei sogni

cha amavi rigirarti tra le mani

inventando le scene, i tuoi disegni

di strade che conducevano a inediti

futuri, tecniche intrecciate a segni,

reti irrelate a un passato che recita

le sue immagini. Tu ne deformavi

i lineamenti in fantasmi cinetici,

per te i ricordi erano astronavi,

gradini d’oro per scalare il sole,

parole fluide con cui illuminavi

le tue notti. Ma Gerti alle parole

non dava ascolto, lei nella sua sfera,

coi suoi capelli corti e con le sole

mattine a disposizione, dov’era?

Nella bonaccia sovrannaturale

di un fermoimmagine, forse non c’era,

nessuna particella materiale

si muove o vive senza un duplicato,

Gerti e il suo corpo da moltiplicare.

Walter, invece, col volto imbiancato

sciorinava borborigmi annunciando

tocchi di senso e contatto. Il lato

basso, lo studio, l’ipogeo del mondo

e nel suo volto il segnale molteplice,

atomo per atomo, di uno sbando.

Disse: «me l’aspettavo» in tono soffice

come chi passeggiasse sulla terra

per uscirne lentamente da portici

in sfacelo e di quarant’anni afferra

il barlume di una notte. «Oh, la notte,

una parola, non diverte, sferra

stelle e racconti» – ora Walter mi sfotte

dal suo cosmo di piccole lentiggini:

«bisognava aspettarselo» e le dotte

riflessioni diramano propaggini

tra colline e foreste, grandi intruse,

nel secolo di tecnica e goffaggine.

La notte cupa e afosa si concluse

nello spettrale sfarfallio di lampi,

sciolti presagi e paure diffuse.

Al mattino, ogni porzione dei campi

era zeppa di pozzanghere e fango.

Aprimmo gli occhi, entrammo senza scampo

nella furia emotiva come fanno

i bimbi, una spirale di bambini

sospesa sulle travi, nello slargo

in costruzione lanciando sassolini

che sembravano macigni. L’estate

davanti prima di entrare in cammini

nuovi o nei bui di dimore appartate

attorcigliati al linkaggio dei fili,

tutti appesi agli otto bit di fatate

console e presto in domani febbrili

e infernalmente più che riscaldati.

Noi infimi ridicoli limicoli

saltavamo in quel fango e trasformati

rigiocavamo le nostre battaglie

sulle steppe paglierine, adagiati,

camuffati tra le secche sterpaglie,

nella fissa gerarchia delle bande

le sassaiole semplici avvisaglie

di altre più crudeli scorribande.

Al Patacchiola imponemmo il torneo

di subbuteo, abbassando le serrande

allontanammo il sole e il suo apogeo

convertì l’afa all’atmosfera giusta

per la coppa del mondo e l’europeo.

Tra le statistiche la vita frusta

scompariva nello spazio assoluto

dei nostri corpi, era stasi, era gesto

indirizzato al cielo grande, ossuto,

di grumi costellato, perforato

da cunicoli astrali e bozzoluto.

Cosmo, circo necessario e indorato

dall’animale che irradia e boccheggia

celeste mentre ciuccia il suo giocattolo

spaziale e pezzo dopo pezzo, raggio

dopo raggio, consuma la sua forza

orbitale fino all’ultimo assaggio

del seme di una luce che si smorza,

che ringhia, s’inverdisce e gonfia vite,

le spreme a terra, ne esplode le scorze.

Finale: l’ultimo schiocco di dita,

la città si rannicchiava in profondo

nella collina. A stagione finita

ero solo come è solo un ricordo

che ronza vuoto, per non ascoltarlo

studiavo le statistiche contando,

col risultato di classificarlo,

appiattendo sulla carta quel baco

fossile, trasformando in storia un tarlo.

Odiai la fame che tolse dal buco

il bimbo di otto anni e immaginava

con gli occhi fissi e stretti sui saracchi

l’intimità come un mondo e che andava

di mondo in mondo tra sabbie solcate

da gusci, stecchi e un verde che sbiancava

in una carta ignota non mappata

che veniva sbattuta su una terra

incognita, vagante, malmenata

come un atomo da niente che sferra

il suo rilascio e attiva un altro vuoto.

Sotto il segno della bomba s’interra

la fantasia della scoperta, il moto

sotterrato dalla quiete del dopo

diventa ombra, immagine, la foto

che brilla in superficie senza scopo,

la scoria che s’inseria in un archivio

senza storia ma dopo sempre dopo

al centro della nostra incuria è abbrivio

di uno sguardo stornato ma presente

quasi un dazio da pagare, l’aggravio

per consumo da scontare al momento,

ai momenti al momento ripetuti,

gesta del gesto automaticamente.

La bomba come gli strumenti tutti

è un conato dell’annichilazione,

quella reductio ad nihil cui noi ridotti

aspiriamo come estrema espansione

per essere del tutto dentro il tutto,

per riorientare l’immaginazione.

Oscura immagine dei tempi il frutto

quando alzando la testa succhierà

le rive il mare e striderà distrutto

il verde della collina, sarà

la sagoma lontana ciò che resta

nell’aria amara dell’affinità

tra uomo e mondo, un mare opaco mesta

apparizione, annuncio di scadenza

collettiva nell’onda che ci investe,

nell’urto che sarà stato in potenza

ciò che è stato e non sarebbe più stato

nulla, neppure della bomba il senza.

Ricominciava l’inverno, dal fiato

e il desiderio di chiuderci in tane

con Mario a trasformarci, soffocati

nella stanza palude di visioni,

in bestie ansiovore e senza più freddo,

in sfarfallii neri, in ombre umane

davanti alla console della Nintendo

cercando di finire Mario Bros

il super concentrato dello smerdo

che invece di avviarsi entra nel gas,

nei tubi, in altri mondi, nel commercio

dell’immaginazione come quest

sempre più indirizzata al suo rovescio.

L’ennui celeste, la fiamma, la bomba

è il desiderio sospeso d’inverno

che si rinnovi prima che s’intombi

l’euforia dai misteriosi rapporti

tra tecnica e natura e che rimbombi

nello scroscio di catalessi astratte,

nei laghi artificiali dentro Hyrule,

il sogno della bomba che s’infratta.

Mystica vis che esplode in omnitudo

realitatis e libera dal sonno

la ragione, la summa magnitudo

per noi bambini era la meta in fondo,

la faccia incredula del Dungeon Boss

trafitto dall’eroe sagittabondo,

dall’amorevole arco infossato

nel labirinto, nel cuore intanato

del nemico dalle bombe isolato.

Ci perdevamo nel bosco incantato

perché disorientati senza mappa

tralasciavamo hyle, stuff fatata

anche sapendo che non era loppa

ma troppa era la fretta di passare

quel livello. Nel sangue che si accorpa

abbiamo visto il senso del vagare

qua e là per tutti gli elle pi perduti

con nessuno che venisse a parlare

della tua vita perduta. Pushato,

hai lasciato soltanto un soffio, un ring

di ritorno in un quadro già affrontato.

Link ha ottenuto skills e nel backtracking 

ha vagato e vagato nella zona

grindando a forza di bombe che ding

aprono all’esperienza che detona. 

2001, è il poemetto d’apertura di Secolo che assume su di sé il compito di inaugurare la mitologia personale del libro attraverso la torsione formale della terzina incatenata. Scegliere la struttura metrica che per eccellenza ha codificato la nostra tradizione serve ad attivare un’ambivalenza di cui il titolo stesso manifesta gli estremi. 2001, infatti, è perimetro spaziale e coordinata temporale, innanzitutto un luogo fisico e circoscritto: il condominio nella periferia messinese dove la mia esistenza si è trasferita nel 1984, un microcosmo di cemento, sospeso tra lo Stretto e le prime colline dei monti Peloritani, in cui si consumano tutte le vicende, i giochi e le prime vergogne raccontate; contemporaneamente, quel numero si proietta in avanti come orizzonte temporale, configurando quel mitico inizio del nuovo millennio che per noi bambini degli anni Ottanta rappresentava la soglia assoluta del futuro, prima che la storia si incaricasse di rivelarcene, nel momento in cui è accaduto, il suo carico di rottura e disincanto.

Il poemetto usa l’infanzia narrandola come un laboratorio ontologico in cui la parola descrive la mutazione antropologica dell’uomo alla fine del Novecento.

La materia del nastro e la grana del tempo

Il primo segnale della mutazione è già nella seconda terzina, dove l’esperienza biografica viene definita come «Aged film impressionato, orbitale», come introduzione di un filtro ottico e tecnologico per cui il ricordo non è un’epifania pura, ma una traccia registrata che possiede una sua specifica usura materiale (la grana, il rumore di fondo). Questa natura tecnologica della memoria dialoga quasi ossimoricamente con i versi successivi:

[…] si stanno separando, si dissolvono

in raggi stinti, specchi ottimizzati,

congegni che di giorno in giorno tendono

alla scomparsa di tutti i ricordi.

Il contrasto tra i «raggi stinti» e gli «specchi ottimizzati» definisce il perimetro di un Transitraum. I «congegni» non cancellano il passato per distruzione violenta, ma per «ottimizzazione»: asfissiano la memoria normalizzandola, trasformandola in un flusso asettico. A questa scomparsa, la scrittura reagisce nel finale della prima macro-sequenza attraverso il paradosso del tarlo: «appiattendo sulla carta quel baco / fossile, trasformando in storia un tarlo». Lo studio delle statistiche, la tassonomia numerica, è il tentativo di fissare l’inconcluso, di dare una forma geometrica e bidimensionale a un’esperienza che altrimenti continuerebbe a rodere dall’interno.

La liturgia del cortile: figurine, dèi e corpi terminali

Il testo, poi, si sposta sull’azione del gioco, indagata con realismo fenomenologico che ne svela la sacralità capovolta:

Vedo le figurine contro il muro,

Sergio che sputa il suo soffio bambino

e loro compiere il volo sicuro,

il volteggio a spirale, da vicino

le seguo fino alla loro caduta

collettiva, scoperchiate al divino

impatto col gradino alla veduta

del tutto nudo che noi raccogliamo…

Il «soffio bambino» è un’ironica riattivazione del soffio vitale divino (pneuma), ma qui quel soffio serve a lanciare dei simulacri di carta (così importanti per quei bambini) contro il muro di cemento e granito. La caduta delle figurine è definita «collettiva» ed è associata a un «divino impatto»: l’assoluto si manifesta nell’urto stradale, nella precisione millimetrica con cui il cartoncino impatta lo spigolo della pietra. Ciò che i bambini raccolgono da terra è il «tutto nudo», le figurine capovolte «prodotto e premio», ma «la fine avvenuta» è quella attraverso cui l’infanzia impara la fine del mondo toccando la terra del cortile, senza ideologie e sovrastrutture.

Questa rivelazione si riverbera sulla definizione antropologica stessa dei personaggi. I bambini non sono creature innocenti, ma «dèi terminali» situati su una «collina in fiamme». L’uso dell’aggettivo «terminale» anticipa forse lo schermo del computer (la profilazione digitale)? Comunque si voglia leggere di sicuro dichiara la fine di ogni sacralità del corpo: «l’immagine del corpo non più sacra / che nel niente viveva senza allarme». Il corpo biologico impara a galleggiare nel vuoto esistenziale senza panico, trovando nella propria fragilità un’inedita libertà in luoghi altri.

La galleria dei mimetismi biografici: Giancarlo, Gerti, Walter

Il poemetto si popola poi di tre figure che incarnano tre diverse reazioni all’insonorizzazione del secolo:

 Giancarlo: Rappresenta la deformazione immaginifica, colui per il quale i ricordi sono «astronavi / gradini d’oro per scalare il sole». La sua è una parola fluida che tenta di evadere dalla grata del condominio proiettando «fantasmi cinetici» su un futuro iper-tecnologico.

 Gerti: È la figura della pura sottrazione ontologica. Mentre Giancarlo satura lo spazio di segni, Gerti abita la «bonaccia sovrannaturale / di un fermoimmagine». La sua carne reale sembra legata strettamente alla sua immagine duplicata: «nessuna particella materiale / si muove o vive senza un duplicato».

 Walter: È il polo materico e ipogeo («il lato / basso, lo studio, l’ipogeo del mondo»). Walter comunica per «borborigmi», una lingua pre-verbale, viscerale, che annuncia lo «sbando». Il suo commento – «me l’aspettavo» – pronunciato passeggiando tra «portici in sfacelo», è la presa d’’atto cinica e cosciente di un secolo che unisce «tecnica e goffaggine».

Il fango atomico e l’ecologia della bomba

Una svolta nel testo avviene con il passaggio stagionale e meteorologico. La pioggia trasforma i campi in «pozzanghere e fango», spingendo i bambini a farsi «infimi ridicoli limicoli». Questa regressione “anfibia” sembra considerare la natura biologica più nuda. Ma questo fango non è solo materia ma anche una metafora storico-politica.

Sotto il segno della bomba s’interra

la fantasia della scoperta, il moto

sotterrato dalla quiete del dopo

diventa ombra, immagine, la foto

che brilla in superficie senza scopo…

La bomba atomica (lo spettro di Chernobyl e della Guerra Fredda) è il vero motore immobile del testo. Essa agisce come una «reductio ad nihil», un conato di annichilazione a cui l’uomo ridotto aspira per «essere del tutto dentro il tutto». La bomba azzera la «fantasia della scoperta»: non c’è più un altrove geografico da mappare, non c’è una terra incognita. Tutto è già stato irradiato, archiviato e il «dopo» diventa la nostra condizione permanente, un tempo post-storico in cui l’unica azione rimasta sembra essere  l’automatismo: «gesta del gesto automaticamente».

Il backtracking di Hyrule

La sezione finale compie il balzo decisivo dentro il non-luogo virtuale, svelando come l’ortlosigkeit diventi una prospettiva libera. L’inverno costringe i bambini a chiudersi nelle «tane», trasformando la stanza in una «stanza palude di visioni» davanti alla console Nintendo. Il gioco di Super Mario Bros viene definito con violenta immediatezza «il super concentrato dello smerdo», ma è proprio da questo rovescio dell’immaginazione che si genera il riscatto. I bambini si perdono nei «laghi artificiali dentro Hyrule» (il mondo di The Legend of Zelda). Questa immersione nel virtuale viene analizzata attraverso categorie filosofiche e teologiche: la vittoria sul Dungeon Boss è la «summa magnitudo», e il bosco digitale è un luogo in cui ci si perde «perché disorientati senza mappa / tralasciavamo hyle, stuff fatata». I bambini abbandonano la materia reale (hyle) per correre dentro il codice.

Le ultime tre terzine s’inoltrano nell’analisi funzionale del medium videoludico:

Link ha ottenuto skills e nel backtracking

ha vagato e vagato nella zona

grindando a forza di bombe che ding

aprono all’esperienza che detona.

Il backtracking (il dover ritornare sui propri passi in un livello già visitato) e il grinding (il ripetere ossessivamente un’azione minima per accumulare punti o abilità) smettono di essere sintomi di alienazione tecnologica per diventare la metafora del movimento della terzina dantesca e dell’erranza esistenziale. Non c’è progressione verticale verso un Paradiso da riscoprire ma un movimento orizzontale, ciclico, un continuo ritornare sui propri passi dentro la «zona». Le bombe del videogioco, che aprono passaggi segreti nei muri di pixel con un suono metallico («ding»), rovesciano il segno distruttivo della bomba atomica. Se la bomba storica interrava la fantasia, la bomba digitale del transito «apre all’esperienza che detona». L’ortlosigkeit del bosco digitale si rivela così come spazio: nell’assenza di una mappa geografica o di una patria reale, il soggetto ritrova veramente la propria libertà cinetica nell’azione pura del vagare? Ma se così fosse, dentro quali confini? Cosa “detona” nel passaggio dal reale al virtuale se non il non-luogo stesso, con il rischio che a ricominciare non sia nient’altro che un altro paesaggio di macerie?

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