Nothing that is not there and the nothing that is

RIFLESSIONI NOMADI SULLA POESIA (2) – TRANSITO: PER UN’ONTOLOGIA DELL’ORTLOSIGKEIT IN POESIA

Christian Boltanski – Animitas (blanc), 2017

Questa disponibilità all’erranza sposta l’asse della scrittura verso una radice ecologica e liberatoria, dove il Transitraum e l’ortlosigkeit agiscono come le uniche prospettive capaci di generare un’inattesa riserva di energia vitale. Per comprendere questa mutazione antropologica non basta più evocare la sociologia dei non-luoghi di Marc Augé come spazi di pura alienazione o di transito passivo; occorre piuttosto intercettare la riflessione di pensatori contemporanei come Giorgio Agamben, laddove teorizza la potenza del disattivare i dispositivi del controllo, o Jean-Luc Nancy nel suo invito a pensare una comunità “operosa” e “scomunicata”, che si ritrova proprio nell’esposizione nuda del limite. Il non-luogo, in questa luce, smette di essere un vuoto sottratto alla storia e si rivela come una zona di indistinzione produttiva, una soglia liberata dalle logiche dell’appartenenza fissa in cui l’esistere si dà come pura potenza. Questa transizione apre lo spazio a un nuovo mythos, a una mitologia personale che consideri l’esperienza unica dell’individuo — la propria traiettoria biologica e psichica — come andamento esemplificativo nel tempo di percorrenza esistenziale. Non si tratta di privilegiare l’esperienza individuale ma di comparteciparla e vederla come possibile nel campo ampio della relazione. È questo il fulcro profondo di Secolo: il titolo del libro indica l’immanenza di un secolo che non smette di non finire, un’epoca atomica e digitale che costringe l’uomo in una perenne transizione. La mitologia personale diventa allora lo strumento per risignificare questo tempo, trasformando i dettagli di un’autobiografia frammentata in coordinate di resistenza e di apertura. All’interno di Secolo, questa nuova topografia dell’esistere si incarna innanzitutto nel superamento della linea divisoria tra natura e cultura operato per esempio nelle Waldszenen. Qui, la foresta – nonostante il riferimento esplicito a Schumann – non è più il semplice luogo dell’idillio romantico, con la prospettiva nostalgica della perdita, ma si fa spazio di transito assoluto, un regno slipstream in cui lo stile adattivo delle piante si riscopre come un vero e proprio cervello artificiale; la mancanza di un luogo fisso si trasforma in una risorsa cinetica che smaschera il comfort della rete per aprirsi a un’ibridazione totale, un transito che libera il soggetto dai confini dell’io per immergerlo nel flusso mutante della materia. Lo scivolamento verso questa libertà si dichiara poi esplicitamente nella fluidità geometrica dei Mimetismi, dove il distacco conseguenza dell’utilizzo dei formati digitali e le coordinate dei pixel smettono di essere una gabbia alienante per farsi territorio di una nuova disponibilità esistenziale. In questi testi, l’ortlosigkeit diventa una condizione feconda per cui la rinuncia a una meta prefissata e la frammentazione della pagina in continui stop e cadute eliminano ogni residuo di nostalgia mercificata, trasformando il cammino stesso in un’azione pura ed emancipante. L’interazione ordinaria che si blocca nella stanza insonorizzata del presente diventa lo spazio di una spoliazione che alleggerisce l’uomo da ogni ruolo prefigurato. È esattamente entro questo vuoto fertile che si sprigiona l’eleganza “smadonnante e coleottera” dell’angelo-scarafaggio con piedi esuberanti di un testo come Una metamorfosi: una figura terragna che impara a muoversi e a danzare sulle superfici geometriche del transito, rivendicando la carne e la vitalità della parola proprio lì dove tutto sembrava azzerato (in un ribaltamento esplicito dell’alienazione modernista). La lingua di Secolo scopre proprio nella varietà e ibridazione testuale che il non-luogo è una prospettiva aperta e inesauribile perché sempre trasformabile, un cantiere fluido dove l’inconcluso diventa la potenzialità di un inizio continuo.

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