
Café sur la ville
La strada più che un vaticinio è un vicolo,
la piaga dolce che irradia il futuro
e spinge il raggio del fragile boccolo
a fissarsi nell’infinito numero
di reazioni, per muovere il corpuscolo
dal mai statico e resistente nucleo
al senza fine dell’esperimento
come modello e nell’irraggiamento.
A te e a me io parlo, sempre nati
all’ombra di quel mostro che ci acquatta
nell’anfratto, al suo ombrello riparati,
ai brandelli di mondo per cui scatta
l’ordigno e disinnesca nessi e strati,
nasconde mentre mostra la disfatta,
per ogni immagine la transazione
dalla macchina all’uomo all’astrazione.
Nello scandalo del fare, un fumetto
porno visto con ansia clandestina
in una tana di vitalba, il tetto
basso e il “minchia” che risuonava in cima
alla lingua innestava un godimento
inedito al timore che tracima
e nel superamento ormai assapora
l’avvento del diverso, un altro “ancora”.
E in quell’ancora mentre rotolavo
da una discesa cadevano gli astri,
tremavano le immagini e trovavo
dei nel suolo e la gioia nel disastro
al me caduto. Ma quando giravo
ero il mondo, io e te, soltanto un astro,
un viaggio, un microscopico evento
che si estende oltre me in te, un avvento.
Nell’elasticità dei lunghi stami
la parietaria, seguendo il muretto,
ci presentava all’edera, ai richiami
di voci dei ragazzi nel campetto.
Per quante volte domandai “mi ami?”
tante rispose il pallone e l’affetto,
ritrasformato in voglia, in desiderio
di slancio vivo, sciolse ogni criterio.
Tutto è un flusso sulla terra, la sera
del mondo mi raggiunge mentre torno
verso casa di zia e spero si avveri
il sogno di non subire il ritorno
del bambino che reclamando spera
ritorni il gioco scomparso quel giorno
nel quale derubai ficcando in tasca
l’ometto con la mappa, il me che manca.
Le acque smosse, i ciottoli volanti,
fons et origo, ritmo dei miei passi,
lo spazio transitorio, la corrente
che folgora i deserti urbani e i guasti
della coscienza e del possesso. Quanti
luoghi si estendono, quanti contrasti
lontano dai condomini, ma dentro
i confini l’identità è il centro.
L’origine del viaggio sulla terra,
lo sai, sono le guerre, il primo scandalo
che non finisce con la bomba. Guerra
tra i palazzi, me seienne tra i vandali
a rubare pacchetti di riserva
che ci esplosero correndo sui sandali,
un evento senza trauma apparente
o un trauma senza evento appariscente.
Eppure, le nuvole nere e dense
fuggivano sempre più a sud nel ventre
del dolore e la cattiva coscienza,
che se ne sta rinchiusa dentro il sempre
del me virtuale che immagina e senza
idee chiede se ieri sia il presente,
mi ridusse, spezzò e non mi risveglia
dal fondo di un continuo dormiveglia.
La nostra vita svanisce inudita
como quella di chi vide gli scempi
e la devastazione troglodita
dall’agosto del ’14 agli ampi
scenari immaginari del duemila.
Da Chernobyl al Golfo bombe e tempi
mutati, se sapessi dare ascolto
al mondo, grida e non brusio irrisolto.
Per entrare nel dispositivo epistemologico di Café sur la ville, secondo componimento di Secolo, occorre muovere dallo svuotamento teologico della parusia, ma questo nodo non riguarda soltanto il singolo testo e attraversa l’intero cantiere macrotestuale del libro, di cui 2001 e Café sur la ville costituiscono le prime stazioni necessarie. La modernità liquida e il tardo Novecento hanno consumato ogni residua illusione di compimento escatologico, ogni fiducia in una rivelazione finale capace di ricomporre i frantumi della storia e dare al dolore un senso retroattivo. Venuta meno l’ipotesi di una parusia restauratrice, il tempo si consegna a un continuo finire del finire, e il secolo diventa una sequenza di apocalissi sfigurate e molecolari, dall’agosto del ’14 a Chernobyl fino al Golfo, una coazione del disastro che si prolunga nella quotidianità come vibrazione tossica.
Dentro questa stasi traumatica, nel «sempre / del me virtuale» confinato al fondo di un «continuo dormiveglia», si innesta il concetto derridiano di messianismo deserto, o messianismo senza messianismo. Derrida pensa una struttura dell’attesa svincolata da ogni messia storico e da ogni dogma teologico, apertura formale e incondizionata all’evento, promessa che resta tale proprio perché non può compiersi in una figura definitiva. In Secolo, questa attesa si fa deserta perché abita la toponomastica minima dell’infanzia messinese, il condominio, l’isolato, le case dei parenti, spazi privati sempre esposti allo scivolamento nell’anonimato dei non-luoghi. La poesia rinuncia all’attesa di una salvezza calata dal cielo, mentre le nuvole fuggono gravide di scorie e cattiva coscienza; dispone piuttosto il soggetto all’imprevisto dell’arrivant, a ciò che arriva senza garanzia e incrina la linea cronologica. Questa alterità prende nel testo la forma dell’«avvento del diverso, un altro “ancora”», dello slancio vivo di un pallone che risponde alla domanda d’amore, o di un evento biografico microscopico capace di estendersi oltre i confini del sé.
Lo slittamento dal verticale all’orizzontale riconfigura lo statuto del sacro e dell’attesa storica, secondo una traiettoria che la raccolta approfondisce nei testi successivi attraverso una materializzazione sempre più netta dell’esperienza. Benjamin coglieva nel tempo messianico le schegge capaci di redimere il passato, Agamben individuava nel messianico il tempo della profanazione, cioè la disattivazione del dispositivo che restituisce le cose all’uso comune; Café sur la ville spinge questa linea verso un’immanenza terragna, prossima a una matrice deleuziana. La verità di tale esperienza non si lascia formulare come tesi generale; si deposita piuttosto in zone d’attrito, in strappi minimi dove la stasi del non-luogo cittadino si apre sotto il peso della carne, della colpa e del desiderio.
La prima di queste zone coincide con l’intercapedine biologica della terza ottava, la «tana di vitalba» dal tetto basso e il muretto di parietaria che ne prolunga la materia vegetale. Qui lo spazio si fa trincea eterotopica sottratta al controllo, mentre lo shock linguistico del dialettismo, il «minchia» che risuona nella lingua, e l’ansia clandestina del corpo fanno emergere una verità concreta, prossima al realismo grottesco bachtiniano. Poco dopo, la stessa verità scende nel suolo della discesa, là dove l’io sperimenta la caduta fisica e le immagini virtuali tremano fino a spezzarsi; il soggetto trova allora «dei nel suolo» e trasforma il crollo in gioia epifanica, non perché riconquisti un centro, ma perché si spoglia della propria centralità e diventa puro transito.
La ferita si restringe ulteriormente nel tragitto verso le case dei parenti, e in particolare in quel movimento «verso casa di zia» che riattiva il tarlo della memoria e della colpa nella sesta ottava. La tasca del bambino che deruba il gioco scomparso custodisce l’«ometto con la mappa», correlativo oggettivo di un’asportazione geometrica del sé, perché sottrarre la mappa significa inaugurare l’ortlosigkeit, la mancanza radicale di luogo. L’identità scopre così di non coincidere con un centro solido, ma con un «me che manca», e questa perdita della bussola costringe il soggetto a percepire lo spazio urbano come una corrente nevrotica che attraversa i deserti della città senza trovare riscatto nella familiarità dei luoghi.
La contrazione estrema avviene infine sui sandali del bambino di sei anni che corre tra i palazzi mentre i pacchetti di riserva esplodono. Dentro questa guerriglia stradale consumata nel perimetro dell’isolato, la macro-storia dei conflitti mondiali e l’esperienza individuale collassano l’una sull’altra, come segnala l’anadiplosi guerre / Guerra. La violenza del secolo non si manifesta più come spettacolo, ma come radiazione molecolare e silenziosa, «un evento senza trauma apparente / o un trauma senza evento appariscente», deposito invisibile sui corpi che li confina in un dormiveglia cognitivo permanente.
L’ottava metrica di Café sur la ville compie così un’operazione complessa, perché non subisce passivamente la dispersione nei non-luoghi della città e trasforma invece l’esperimento dell’ortlosigkeit nella propria dimora paradossale. L’endecasillabo si fa struttura espansa, dispositivo formale capace di raccogliere il detrito, la guerra e la colpa, tentando di interrompere il brusio irrisolto della tecnica. Nel deserto urbano, la rima baciata finale agisce come una cesura formale che arresta il flusso continuo del finire del finire e lascia risuonare, nella sua verità materiale, il grido della carne e della terra.

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