
Se la pagina non appartiene mai interamente a chi la firma, non è perché l’autore scompaia, ma perché la scrittura rende visibile la trama di letture, memorie, formule ricevute e urti con altre voci entro cui ogni gesto individuale prende forma. Oggi, quando a quella trama si aggiungono le risposte di un modello computazionale, diventa ancora meno plausibile immaginare l’autore come un’origine isolata, capace di creare ex nihilo, mentre acquista rilievo il lavoro con cui i materiali che attraversano la pagina vengono accolti o respinti, deviati, ricomposti e orientati. È da questa trasformazione del gesto autoriale che muove la riflessione, sollecitata dal dibattito intorno al saggio di Vittorio Gallese, Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica (Cortina 2026), e dalla domanda su che cosa accada all’ipotesi neuroscientifica di una sintonizzazione intersoggettiva quando cambiano radicalmente i supporti della nostra presenza. Ho chiamato tra-esistenza la condizione che emerge da tale mutamento e che, nel volume in via di costruzione In limine attractionis. Poesia e forme della tra-esistenza, permette di interrogare insieme due processi inseparabili. Da un lato, la coautorialità mostra come la scrittura prenda forma nell’intervallo fra iniziative differenti, senza lasciarsi ricondurre al possesso esclusivo di una sola voce. Dall’altro, il gesto poetico opera in quello stesso intervallo quando incrina le abitudini linguistiche, sottrae la parola alle connessioni già previste e apre nel presente un’intercapedine attraverso cui il mutamento può essere avvertito e orientato. La tra-esistenza designa così una disposizione storica del linguaggio poetico che, mentre registra la frammentazione dell’esperienza e la perdita di profondità temporale proprie della tarda modernità, assume la soglia non come luogo di sospensione, ma come forma attiva della trasformazione, senza ricondurre il mondo a un ordine unitario.
Il prefisso «tra-» non indica dunque un superamento né rimanda a un «dopo», perché nomina ciò che si produce durante l’esplorazione, quando la vita si espone a forze che la attraversano senza lasciarsi ricondurre a una forma conclusa. Anche la parola di poesia nasce in questo spazio intermedio e vi assume la consistenza di un gesto situato, risposta necessariamente parziale a pressioni storiche, affettive e cognitive che ne mantengono il significato in tensione. Proprio perché aderisce al mutamento e insieme vi interviene, tale esposizione non può però essere pensata oggi al di fuori dei dispositivi che la registrano, la traducono in dati e la restituiscono come principio di organizzazione dell’esperienza.
Quando l’esposizione viene ricondotta a tali dispositivi che oltre a raccogliere i dati e convertirli in valore, orientano le interazioni, la risonanza percettiva non appare più come una relazione immediata fra soggetti, poiché ciò che viene estratto dall’esperienza torna a intervenirvi sotto forma di previsione, selezione e norma. La sua determinazione politica ed economica emerge precisamente in questo circuito. Perciò, se nelle precedenti riflessioni apparse in questa rubrica Anna Maria Lorusso riconduce l’azione dei codici a un «problema di performance, non di soggettività» e riserva quest’ultima all’iniziativa biologica, resta da comprendere come una simile distinzione possa reggere quando condizioni tecniche e rapporti economici penetrano la percezione, ne modulano le possibilità e rendono la soggettività inseparabile dai codici entro cui prende forma.
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