Settembre 2018 – Pordenone

La poesia sorride e resiste – Pordenone: Settembre 2018

Note su “L’indifferenza naturale” di Italo Testa (Le Ali, Marcos y Marcos, 2018) su Nazione Indiana

Oggi su Nazione Indiana una mia nota a L’indifferenza naturale di Italo Testa (Marcos y Marcos, Le Ali, 2018)

l'indifferenza naturale

Note su L’indifferenza naturale di Italo Testa

 

di Gianluca D’Andrea

Lo sguardo è lenta costruzione […] la mente rumina le cose
le afferma per sottrazione

L’indifferenza naturale

 

L’ultimo libro di Italo Testa sembra attraversato da una carica metafisica che fa leva sulla sospensione. La parola si fa basilare, tocca il basso e l’umido di una terra di passaggio che solo in lontananza sembra fare risuonare paesaggi realmente attraversati dall’autore.

Sicuramente balugina una necessità di rinascita ma essenziale, appunto, o “naturale” come l’in-differenza cui il titolo introduce e che suggerisce una percezione ambivalente: «la vita che ignota fermenta dai fossi / in un’onda di calore svapora» (pastura, p. 16, vv. 5-6), o ancora «guarda la vita che anonima fermenta / il ritmo uguale dei giorni senza meta» (la lenza, p. 17, vv. 1-2). Ambivalenza che, almeno nei testi da cui gli estratti sono riportati, sembra inoltrarsi nella terra di mezzo di una nominazione franta, da un lato sentinella di una presenza che si appressa ma, d’altro canto, che s’immobilizza nel “non nominabile” “di un’assenza” (come è evidente nell’ultimo componimento del libro a p. 117).

Partendo da questi estremi, nella divaricazione di una cammino che si dipana per segnali e intermittenze, è possibile rintracciare ombre di presenza in una realtà indistinta, limacciosa, cui sembra destinato a ritornare ogni segno umano (e, nello specifico, la parola della poesia). Ogni documento, potrebbe “realizzarsi” in un’archiviazione indifferente, in un enorme “no-cumento” – questo il rischio che le capacità di archiviazione attuali immettono nel nostro vissuto se si dimentica la stratificazione “geologica” che i segni producono – ma la poesia indica la direzione di un recupero, per quanto disillusa, verso cui sembra muoversi l’opera di Italo Testa, incluso L’indifferenza naturale che sembra porsi in posizione “originaria” rispetto ai depositi e alle stratificazioni successive di La divisione della gioia, I camminatori e Tutto accade ovunque.

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“Schizzi di Milano” di Francis Catalano alla Libreria Popolare di via Tadino

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BREVI APPUNTI SULLA FINE IV – La relazione?: “E io che intanto parlo – Poesie 1990-2015” di Anna Maria Carpi, Marcos y Marcos, Milano 2016

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Anna Maria Carpi (Foto di Dino Ignani)

Brevi appunti sulla fine IV – La relazione?: “E io che intanto parlo – Poesie 1990-2015” di Anna Maria Carpi, Marcos y Marcos, Milano 2016

E perché io non esiste
senza di tu di lui di noi di voi di loro

 A. M. Carpi

E-io-che-intanto-parlo_primawebL’operazione poetica di Anna Maria Carpi, a cui la pubblicazione complessiva che inaugura la nuova collana di poesia della Marcos y Marcos ci permette di accedere, è incentrata sulla tematica, forse troppo novecentesca, dell’assenza. Del soggetto lirico e, di conseguenza, relazionale, per questo la traccia macroscopica, la presenza sovraesposta della prima persona, sembra diventare il segnale di un disorientamento, di una carenza originaria dell’identità.
Le attuali analisi di quest’opera, strutturata in sei tappe che si muovono in direzione di un tentativo di fuoriuscita dall’impasse identitaria – sin dalla prima raccolta, A morte Talleyrand del 1993, impostata su un dialogo con un analista e che si muove alla ricerca, quindi, di un trauma di cui non sembra importare realmente la natura, e infatti è l’ironia a ribaltare la “serietà” con cui affrontare se stessi, primo segnale di una marginalizzazione dell’io – fanno sempre riferimento (Testa, Galaverni, infine Pusterla nella prefazione al libro) all’irresolutezza caproniana, al tono di sospensione e inadeguatezza del soggetto nel quadro della rappresentazione. Insomma, partendo da una sfiducia collaterale – il Caproni ironicamente dis-topico, almeno dal Congedo in poi, Carpi tenta una risalita, prova ad attraversare il negativo e prova a rilanciare (si veda il titolo dell’ultima raccolta, L’animato porto del 2015 che ribalta l’assunto del perduto approdo, di matrice addirittura primonovecentesca se pensiamo che Il porto sepolto fu pubblicato nel 1916) un barlume di speranza.
Cominciamo dalla fine:

LA MIA LINGUA è inattuale?
Io piaccio
a giovanissimi ignoti che mi scrivono
su facebook. Quale faccia,
se ogni giorno cambiano.
E perché piaccio? Perché parlo semplice?
Sentono in me a distanza
il cucciolo pezzato
che fa salti e che abbaia
perché, lui così crede,
la poesia emana dalla vita?

Poi sparsi non datati ho dei seguaci
seri nerobarbuti
che ancora guardano alla montagna sacra
dove senza di noi,
dissennata, da sé,
la lingua compie ancora dei prodigi.
Poi vedo che mi apprezzano
i fermi
i senza fede,
sono onesti e di solida cultura
e credono all’io interno, solitario.

E poi ci sono i vecchi,
voglio dire i nati nei Cinquanta
o nei Sessanta, che in molti già si sentono
nel vento della morte. Così presto, perché?
Sono loro i compagni che vorrei
Ma quel che in me gli manca è la bravura
Di far misteri fra parola e cosa.

Qual è stato il mio tempo? Io non lo so.

(p. 225)

Se si esclude il compiacimento per un’accoglienza intercettata in extremis, piuttosto dissimulato d’altronde, si può cogliere un lieve cambiamento di prospettiva nella considerazione di chi, modificando fittiziamente i propri connotati – «Quale faccia, / se ogni giorno la cambiano» – non sente più necessaria la dimensione del riconoscimento. Certo, è solo questo, perché poi il testo nella sua discorsività esposta, finge disinteresse ma poi tende all’auto-agnizione e si rifugia nel dubbio: «Qual è stato il mio tempo? Io non lo so».
Ma tornando alle origini del cammino proviamo a leggere un testo dalla seconda raccolta, Compagni corpi del 2004:

È PERCHÉ IO NON ESISTE
Senza di tu di lui di noi di voi di loro.
“Coraggio, baby, ci vediamo presto”,
“o prima o poi” ridacchia il vento
su per la cappa “è tardi, è tardi…”
Parole-avanzi,
lo sporco nel camino dopo il fuoco – e nulla,
nulla mi rassicura,
e mi divora
non sapere chi sono.

Andarono in fumo alcuni
dentro un bianco cielo tedesco –
altri come bimbi
nel bianco di una stanzuccia
o come vecchi su un viale alberato d’autunno,
rade le foglie, radi i capelli.
I pro-, i ge-
nitori
non si muovono più.
Posano ancora però: per un ritratto
che sembri vivo e resti
un altro mezzo secolo.
Quasi nessuno da vivo aveva coraggio,
forse si muore
per pura viltà.

(p. 69)

La mancanza di ogni sicurezza “divora” l’io, ma perché è la scomparsa di chi viene prima a rendere orfano il presente. La seconda raccolta ha la stimmate esposta della grande Assenza (e infatti è inaugurata da uno dei grandi padri del vuoto novecentesco, Paul Celan): «Ancel ancora all’incontro / di Dio – nella sua lingua si chiama Nessuno» (Gli ebrei, diceva l’ebreo, p. 61, vv. 10-11); della perdita delle tracce dei «pro-, ge- / nitori», della scissione tragica che si allarga dal trauma della storia.
Nel movimento io/mondo, tra le vicende del quotidiano, infatti, s’insinua spesso il grande Altro della Storia, ma il “piccolo” altro è già pressante all’altezza della terza raccolta, E tu fra i due chi sei, 2007:

ORA FA BUIO e sarà buio un pezzo
e lungo il viaggio, il tempo
per contemplare gli altri
che non sanno di me né io di loro
e non abbiamo niente da temere:
la gente è buona fuori del suo ambiente.
C’è chi ha aperto il computer, chi telefona,
c’è chi ha un giornale,
e chi lascia la nuca al poggiatesta
e dorme a bocca aperta – perché mai quel sussulto
che gli prende ogni poco
per riassettarsi, richiamare il mento?
Un rigurgito, l’immagine di sé?
Nessuno è mai ciò che vorrebbe essere.
Poi il mento ricade:
va bene, sono brutto, come voi,
chi è bello qui?

Le fermate intermedie: da abolire.
Perché si alza, perché vuole scendere
quell’uomo che ho di fronte da Friburgo?
E perché scende
la simpatica donna là di fronte
nella morta Lucerna o a Bellinzona
e va nell’irreale,
nella notte del mondo?
Figli, marito, un lavoro, un congresso?
Li troverà? Lei crede.
Nessuno trova niente alla sua meta,
a volte un letto caldo e non è poco
ma è bianco come le vesti dei fantasmi.

Non ve ne andate. Eravamo compagni.
Perché arrivate?
Solo un viaggio comune è senza fine.

(pp. 111-112)

L’altro che s’incontra casualmente – e forse non s’incontra realmente – nelle «fermate intermedie», in quelle fasi di passaggio, i viaggi, in cui non è importante che il linguaggio faccia presa, ma ugualmente possa agire nelle pieghe cronologiche, nella fugacità di una locazione temporanea che non necessita di affondo nel riconoscimento: «la gente è buona fuori del suo ambiente», perché inconoscibile se non per visuali rapide, per soggettive presuntive, «Nessuno è mai ciò che vorrebbe essere», che introiettano l’altro e allo stesso tempo lo tengono a distanza.
Eppure un altro modello più che plausibile, almeno per sintonie d’intenti e avvertita affinità, così si esprimeva nel 2002: «Sono quella che sono. / Un caso inconcepibile / come ogni caso» (W. Szymborska, Nella moltitudine, in Attimo, Scheiwiller, Milano, 2004, a cura di P. Marchesani), il che manifesta un avvicinamento all’altro nella casualità – il negativo? – che in Carpi non avviene, forse a causa dell’ingombro identitario. Comunque anche dall’accostamento al modello si può intuire quale sia il movente, il desiderio di essere “tra” che muove la scrittura della Carpi.
Così lo spostamento alla fuoriuscita si scontra sempre con l’«ossessione» di sé, pur cercando di tendersi «in mezzo agli altri»:

FUORI DEL MONDO infine.
Ah, quanto mento.
A me soltanto il mondo mi consola.
Ridono: il mondo? Cosa diavolo intendi?
È una sera a teatro, è una platea,
fra tante luci e io che vado in scena,
come comparsa o autore del copione,
ma essere in gioco, in mezzo,
in mezzo agli altri, in mezzo senza fine.
Questa è la mia ossessione.

(p. 131)

Mentre in Szymborska sembra agire una reclamata assenza (presenza in/del negativo), Carpi insinua una reclamata presenza (assenza in/del negativo). È presente la tensione per il ribaltamento del negativo novecentesco ma non si raggiunge lo scopo, neppure nelle ultime tre raccolte. Se ne L’asso nella neve (2011) le vicende storiche paiono preavvisare una nuova apertura, è anche vero che siamo sempre lontani dal vero, e ricadiamo nella fame di un orientamento perduto: «Fame di padri, fame senza fine», oppure «Mai il vero mi ha interessato» (Ad uno ad uno se ne sono andati, p. 154). Non avviene trasposizione perché ancora “io” cerca una ribalta, combatte la sua marginalità.
I dispersi sparsi qua e là nel libro sembrano confermare la separazione identitaria e, infatti, ancora all’altezza di Quando avrò tempo (2013), possiamo leggere: «Solo in quell’uno che vuol far diverso / io vedo un senso, una gioiosa / sanguinosa traccia di un dio» (24 Dicembre, i quotidiani, p. 190) e anche «Come potrebbe chi come il poeta / spera imperterrito / d’esser figlio di Dio, figlio unigenito?» (Un tempo qui arrivava il luccichio, p. 191).
È proprio il desiderio, ma sempre respinto come per dovere, di un’unità – perduta? da ritrovare? – a lasciare segni irrisolti d’ambivalenza. Forse il risultato peggiore, in termini di irresolutezza espressiva, è proprio l’ultima raccolta, L’animato porto (2015), nonostante il programmatico tentativo, come accennavamo in precedenza riferendoci al titolo, di rinnovare l’approdo sepolto.
Certo, alcune avvisaglie di allontanamento definitivo dal sé ci sono:

RAINOTTE. Nulla può più accadere.
Per oggi è tutto,
vi ringraziamo per averci seguiti.
Un lampo: ho spento, e non devo più nulla.
Sotto le coltri
con l’amante sonno
coi piedi tocco la felicità
tutto il corpo è speranza.
Alle tre ancora nulla, non un suono,
non c’è più il mondo,
il leviatano dorme.

Notte innocente che non sa di ore
né del primo biancore
là verso i monti sopra la ferrovia,
lo stupro della luce che ritorna.

(p. 210)

Ma la sensazione complessiva è di resa a una temporalità implosa, come se non ci fosse più niente da dire: «Non lo senti anche tu che non c’è più? / Il tempo non c’è più, / Tu sorridi: in che senso? / Non stiamo forse andando…? / Sì, uno a uno / ma finora il tempo era anche altro, / era anche un padre. / L’avevamo in comune» (Non lo senti anche tu che non c’è più?, p. 215).
È vero, non abbiamo un “padre in comune”, non esiste forse neanche una comunità, termini condivisibili – «Un altro mondo? È assodato, non c’è», p. 218 – eppure il mondo è qualcosa che balugina dal suo non esserci, e forse è anche il momento di sconfessarla la comunità, di eliminare ogni residuo da vecchio «confort» (p. 218).
Per ora la poesia di Anna Maria Carpi si ferma sulla scelta della fuga, sembra volersi preservare dalla trasfigurazione, così come sembra annunciare anche l’inedito a fine volume, Caro Agostino: «E allora è al padre / che mi rivolgo, come nell’infanzia, / a quel barbuto volto in mezzo ai nembi. // Ma non è l’amore. / O è l’amore questo, / non me non lui non gli altri / solo un’arsura, solo sete sete / di trascendenza» (p. 229).
Non so a cosa miri questa trascendenza ma forse è solo un moto del desiderio, un tentativo per leggere l’attuale ed infinita mutazione.

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2016)

Poeti tradotti da poeti: Italo Testa traduce Paul Vangelisti

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Paul Evangelisti (Fonte: Your Impossible Voice)

Italo Testa traduce Paul Vangelisti

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The lie of rime is like an agent doubled
in skill and inspiration, a grace
in her step even on a morning of dank
skies and the quiet of impending snow.
Alone in her always remarkable
ordinariness, we much later recall
the sudden lilt of her glance making us
prone to inspect our feet, their direction
called so mightily into question for such
a brief and insignificant moment.
Rime, not unlike the lie, ornaments the
fall of simple phrases, the slightest whisper
of a thief’s palm opening a window
that time the neighbors swore they saw nothing.

*

Mente la rima come una spia fa il doppiogioco tra destrezza e ispirazione, incede con grazia anche in mattine dal cielo coperto e nella calma di nevi imminenti. Sola nella sua sempre straordinaria normalità, ricordiamo molto più tardi il ritmo brusco del suo sguardo che ci spinge a ispezionarci i piedi, la loro direzione chiamata in causa così potentemente per un momento tanto breve e insignificante. La rima, non diversamente dal mentire, orna la cadenza delle frasi semplici, il più leggero fruscio del palmo della mano di un ladro che apre una finestra – quella volta i vicini giuravano di non aver sentito niente.


Paul Vangelisti è autore di più di venti libri di poesia. Nel 2013 è apparso Wholly Falsetto with People Dancing, una specie di memoir, mentre la sua ultima raccolta di poesie, Two, è stata pubblicata da Talisman House nel 2011. Per le sue traduzioni di Adriano Spatola, raccolte in The Position of Things: Collected Poems, 1961-1992, ha vinto nel 2010 il premio per la traduzione dell’Academy of American Poets. Ha fondato e presiede il corso di scrittura creativa dell’Otis College of Art & Design.

Per il fine settimana – Italo Testa suggerisce Clemente Rebora

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Clemente Rebora

Dall’immagine tesa è l’ultimo testo dei Canti anonimi (1922) di Clemente Rebora. La forza manifestativa dell’immagine – l’immagine tesa che è insieme il volto, la presenza di chi sta in attesa, e ciò che nel campo del visibile si manifesta: l’immagine sonora del campanello, l’immagine spaziale delle quattro mura, germinano dalla tensione interna dell’immagine convocata in apertura e disegnano un trama ritmica battente, senza scampo. Quest’interrogazione del visibile quale spazio di transizione, di un attraversamento, come una frontiera in cui le cose possono lasciarsi vedere, non ci parla solo dell’esperienza religiosa di Rebora, ma ha più universalmente a che fare con la dialettica dell’immagine, la sua interna tensione, la sua forza sorgiva e feconda ambiguità.

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.
Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Italo Testa


Clemente Rebora è nato a Milano nel 1885 da famiglia ligure, si laureò in Lettere con una tesi sul filosofo Gian Domenico Romagnosi. Insegnante e collaboratore della “Voce” di Prezzolini, pubblicò nel 1913 i Frammenti lirici, trascurati dalla critica.
Partecipò alla guerra sugli altopiani di Asiago e poi a Gorizia come ufficiale di fanteria, rimanendo molto turbato dalla violenza bellica.
Tornato dal fronte, ricominciò a insegnare, sempre più interessato a problemi religiosi e a un cristianesimo di tipo francescano. Nacquero in questo periodo le poesie raccolte in Canti anonimi (1922) e le traduzioni dal russo, tra cui spicca Il cappotto di Gogol’ (1922). Maturava intanto il suo riavvicinamento alla religione, fino alla conversione nel 1929 e all’ingresso nel convento rosminiano di Stresa nel 1931, dove venne ordinato sacerdote nel 1936.
Da sacerdote, Rebora cantò in versi la natura religiosa dell’esistenza; il suo stile rimane sostenuto da un’alta tensione poetica e morale, alla ricerca di una giustizia e di una pietà che non si trovavano in questo mondo, come dimostrano il Curriculum vitae (1955) e i Canti dell’infermità (1957). A lungo provato da una grave malattia, Rebora si spense a Stresa nel 1957.
La raccolta completa dei suoi versi è apparsa in edizione critica nel 1988. Di notevole importanza anche la raccolta delle Lettere, uscita nel 1982.

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Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

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Italo Testa

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

non sembrano
mai farti caso
proseguono
e niente li distoglie
s’avviano
semplicemente
ognuno alla sua meta
ma simili
e sempre più numerosi
s’avvistano
lungo le strade
si incrociano
in ogni luogo
ovunque tu cammini
camminano

(da I camminatori), Valigie Rosse, Livorno, 2013)


«Girando e girando nella spirale che si allarga».

W. B. Yeats

Avevamo lasciato la poesia di Italo Testa impegnata sugli scatti attenuati di una nuova fase relazionale rappresentata da I camminatori (qui).
La strategia del contatto con l’alterità si chiudeva sulle cadenze oscillatorie (il ritmo ternario e la scivolosità sdrucciola) del movimento e dello spostamento in aree “antropizzate” ma segnate dalla scomparsa della stessa figura umana. L’essere prosegue un cammino senza scopo individuabile, nella coerenza disorientante della necessità. L’unico aggancio per la relazione è l’assenza di un approdo, la caduta anti-nostalgica e l’impossibilità di un ritorno alla dimora dell’essere. Gli enti evocati dal testo qui presentato – l’ultimo de I camminatori – vivono nella distrazione dall’alterità e sembrano impigliarsi nel circolo senza sbocchi dell’incomunicabilità o dell’astrazione. Eppure questi personaggi manifestano, o meglio inscenano, una finzione: lo spettacolo del reale né estatico né statico che turbina ed espande le sue possibilità comunicative. Il contatto si perde nella finzione del contatto (oltre a un movimento di luoghi concreti, si può pensare allo pseudo o neo movimento dello scambio d’informazioni attraverso i canali social della rete). La grande metafora del cammino, del tragitto percorribile si scioglie nella costatazione del movimento intuibile, e addirittura osservabile, attraverso le finestre deformanti dei nostri schermi. La mutazione antropica in atto è ravvisabile proprio nell’illusoria moltiplicazione dei punti d’osservazione, l’accesso ai quali è sostanzialmente inibito dalla sensazione di clausura derivante dalla reale dimensione d’accesso alle informazioni: la semi-immobilità davanti allo schermo stesso. La finzione di cui sopra rispecchia questo atteggiamento dell’osservatore, quasi alienato dal contesto eppure necessariamente investito da un flusso.


perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, si inoltrano
sulla pianura estesa, nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.

(Inedito)


La messa in scena continua anche nell’inedito presentato, il quale è evidentemente in stretta continuità con l’operazione in precedenza realizzata da I camminatori. «Dietro le quinte mobili del giorno» è un verso esplicativo nel senso esposto poco sopra della nuova dimensione del movimento, in cui il reale è plausibile se percepito nello svelamento scenografico del campo visivo. La parola dice i lacerti, i trucioli di reale osservabili da un soggetto immerso nell’azione, narratore in prima persona di un reportage e di una scena dai sensi molteplici, privo o disinteressato al giudizio di ciò che accade: «proseguono/ stringendo le spalle contro il vento/ si piegano in avanti, a passi lenti/ raggiungono il cofano innevato,/ l’auto lasciata in mezzo al campo».
Eppure, rispetto al componimento precedente, in quest’ultimo si notano mutazioni rilevanti. In primo luogo la forma compositiva richiama il sonetto e quindi lo slancio amoroso del ritorno in una direzione riconoscibile (probabilmente il «chiarore» del penultimo verso riattiva la possibilità di una dimensione d’approdo, la chiusura del ciclo dell’apparizione dell’Altro nella sua dissolvenza). Ritorno, dunque, privo di nostalgia a un luogo indefinito che l’osservatore evoca partendo dal dato concreto, la «pianura estesa». Questa stessa evocazione risveglia nel soggetto la possibilità di cogliere, ancora distrattamente, alla fine del componimento, le infime epifanie del reale. L’apparizione, per quanto avvenuta in una dimensione “spettrale”, provoca l’accensione del soggetto e la probabilità che un’appartenenza al «campo» in cui si verifica la scena esista proprio nell’attraversamento, proprio dove la nostra attenzione si scopre nella sua fragilità d’accoglienza.

(Gennaio 2015)


Italo Testa, poeta e saggista piacentino classe ’72. Autore delle raccolte di poesia Luce d’alianto, inserita nel Decimo quaderno di poesia italiana della Marcos y Marcos del 2010, La divisione della gioia, sempre del 2010 e pubblicata da Transeuropa, l’e-book Non ero io uscito nel 2009 per il progetto culturale Gammm, Canti ostili pubblicato nel 2007 per Lietocolle e I camminatori per Valigie Rosse nel 2013. Tra le altre cose Testa è vincitore di numerosi premi letterari, tra cui i prestigiosi Premi Montale e Dario Bellezza.

“I camminatori” di Italo Testa, letti da Gianluca D’Andrea, su °punto critico

ITALO TESTA
Italo Testa

I camminatoriNuovi inizi: su “I camminatori” di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013) – di Gianluca D’Andrea

 

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione.

La ricerca di Testa, è noto, rastrella, affondando i suoi strumenti, il campo qualitativamente immenso della tradizione novecentesca, nel caso specifico de I camminatori il riferimento di maggior impatto sembra essere proprio il Caproni richiamato all’inizio di quest’analisi. È tentata, in prima istanza, una ricoagulazione dell’io, del soggetto che, pur ridotto a semplice osservatore del mondo, esprime un barlume di fiducia proprio nell’immersione, per quanto apparentemente alienata, nel contesto. Vale, a dimostrazione di quanto detto, riportare per intero l’ultima stazione della processione visiva e liturgica elaborata da Testa:

non sembrano

mai farti caso

proseguono

e niente li distoglie

s’avviano

semplicemente

ognuno alla sua meta

ma simili

e sempre più numerosi

s’avvistano

lungo le strade

si incrociano

in ogni luogo

ovunque tu cammini

camminano

(p. 35).

 

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LE IMPLICAZIONI DELLA NUDITÀ: “La divisione della gioia” di Italo Testa, Transeuropa, Massa 2010

Italo-Testa
Italo Testa

LE IMPLICAZIONI DELLA NUDITÀ: La divisione della gioia di Italo Testa, Transeuropa, Massa 2010

«Eppure, secondo la legge che vuole che nella storia non si danno ritorni a condizioni perdute, dobbiamo prepararci senza rimpianti né speranze a cercare, al di là tanto dell’identità personale che dell’identità senza persona, quella nuova figura dell’umano – o, forse, semplicemente del vivente -, quel volto al di là tanto della maschera che della facies biometrica che non riusciamo ancora a vedere, ma il cui presentimento a volte ci fa trasalire improvviso nei nostri smarrimenti come nei nostri sogni, nelle nostre incoscienze come nella nostra lucidità».

Giorgio Agamben

la-divisione-della-gioiaContinua il tentativo di lettura del reale, la visione poematica come approccio a un pensiero che si confronta con i dati modificati di un mondo post-umano per svelarne le nuove coordinate. La divisione della gioia redime, attraverso formazioni stilistiche miste, e ricompone la narrazione poetica, affermando, in questo modo, la possibilità di un discorso che si riattualizza dopo una lunga frantumazione. Le modalità utilizzate emergono dall’architettura del testo: tre sezioni intersecate, tre momenti di un unico poema che è l’esistenza.
L’atmosfera primeva, aurorale della prima sezione, Cantieri, alba meccanica e umana, segno di una nuova vita che si illumina dei gesti consueti, senza altro senso se non l’essere (forse potremmo azzardare l’Essere) nudo con i suoi movimenti e accadimenti cui il soggetto presenzia come osservatore implicato e, nonostante l’apparente distacco, partecipe.
Essere in ogni situazione e sentire l’irreparabilità degli eventi è il tema chiave che introduce l’intera raccolta caratterizzandola: in romea, mattina, il componimento d’apertura, l’anafora martellante, il «qui» ripetuto sette volte non lascia scampo, le coordinate uniche possibili sono nell’immanenza dell’esserci.
La sezione centrale, che dà il titolo al libro, è un poema di relazione che si ricostituisce sommando frammenti lirici e narrativi in un clima denso di umori e tentativi di agnizione che derivano dal loro stesso accadere, quasi simultaneo: «o se appoggiata a uno schienale,/ nuda, alle undici di mattina/ ti toccherai furtiva, e senza/ più ben sapere chi siamo stati,/ quando la lampada ci cadeva/ a lato, e il letto si spostava/ dal muro, e l’acqua non bastava» (I. un luogo qualunque, p. 21, vv. 57-63); il ricordo scatena l’immaginazione trasportando con sé la possibilità degli eventi, ma è sempre nell’ hic et nunc e per mezzo della presenza del soggetto che ha luogo ogni azione, ecco perché possiamo affermare che le intenzioni dei quattro poemetti della sezione sono quelle di ri-creare il mito dell’esistere.
La ricerca sbadata, l’illuminazione che permette al senso di sostenersi senza impalcature o intellettualismi, è ciò che La divisione della gioia ci offre, il dono di «quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini» (G. Pascoli, Il fanciullino, nottetempo, Roma 2012, p. 38), la voglia “regressiva”, se è lecito, di spogliarsi e sentire il mondo in tutte le ramificazioni e venature che vivificano l’essente, trovando la dimora in assoluto «o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa» (II. ogni cosa, p. 28, vv. 79-82) che è lo stesso assoluto.
Questa nascita del mondo, eterna e dimenticabile, eterna perché dimenticabile, che la poesia porta a riconoscere nella fine di ogni parola pronunciata, è «fare esperienza della lettera come esperienza della morte della propria lingua e della propria voce» (G. Agamben, Pascoli e il pensiero della voce, in Il fanciullino, op. cit., p. 26), è l’origine (e l’originalità) del nostro essere, in particolare del nostro essere postumi finché «anche noi saremo nudi e inermi/ con la pelle a contatto del suolo,/ i capezzoli duri e rigonfi,/ le gambe in aria spalancate,/ saremo corpi in attesa, tronchi/ riversi, distesi tra le cose» (III. questi giorni, p. 32, vv. 97-102).
L’istanza fenomenologica non interrompe il dialogo che il soggetto compie col mondo e, anche soffermandosi sulla “cosalità” che lo caratterizza, non traspare alcuna metafisica degli oggetti, semmai una meta-fisica dell’abbandono.
All’esistente, al desiderio di compartecipazione panica occorre «abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ esser così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto» (ibid., p. 33, vv. 113-116).
Maurice Merleau-Ponty così si espresse nel 1945 sulla fenomenologia introducendo il concetto di “campo trascendentale”:

«Se vogliamo che la riflessione conservi all’oggetto sul quale si dirige i suoi caratteri descrittivi e lo comprenda veramente, non dobbiamo considerarla come il semplice ritorno a una ragione universale, realizzarla anticipatamente nell’irriflesso, ma dobbiamo considerarla come una operazione creativa che partecipa anch’essa alla fatticità dell’irriflesso. Ecco perché, unica fra tutte le filosofie, la fenomenologia parla di un campo trascendentale. Questo termine significa che la riflessione non ha mai sotto il suo sguardo il mondo intero e la pluralità delle monadi dispiegate e oggettivate, che essa non dispone mai se non di una veduta parziale e di un potere limitato» (M. , Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2009, pp. 105-106).

Il “campo trascendentale”, allora, una volta chiarito il suo significato, sembra sottendere l’intera operazione di La divisione della gioia. Si tratta, infatti, del campo a cui ogni soggetto ha accesso dalla sua particolare prospettiva e che preannuncia una potenzialità assoluta di percezione: la disposizione che ogni individuo (monade) ottiene nell’apertura o abbandono al reale che gli pertiene, che gli è vicino in ogni spostamento, per questo «[…] la nostra dimora è in un campo» (IV. in una strana luce, p. 35, v. 10), per questo è ribadito il limite (l’utilizzo deciso delle minuscole in ogni momento dell’opera agisce a tale scopo) di aderenza del soggetto alla sua visione, alla sua forma momentanea, metamorfica.
Tutto il libro è metamorfosi, in primo luogo formale: il verso libero, le stanze del poema, le forme chiuse, le ricerche sonore ne esprimono la varietà stilistica; tematica: il paesaggio post-industriale nella prima sezione, il paesaggio mentale e relazionale delle ultime due e soprattutto le tre strade aperte dal Delta dell’ultima sezione che rimpasta il tema relazionale fino a chiudere le tre ramificazioni – le tre micro sezioni – nell’abbandono alla dis-trazione finale, nell’ultimo componimento che rimette in circolo possibilità ulteriori.
Passando dal «mattino di vita/ che il mondo ci offriva» (lo stacco, p. 71, vv. 18-19) e dalla velocità ritmica di giostra (pp. 69-70) che, come in un vortice, ci costringe ad entrare in «questa vita, non un’altra» (giostra, p. 69, v. 1) arriviamo all’ultimo capitolo dell’opera che sembra chiudere il cerchio aperto dal mattino della prima poesia:

SBADATAMENTE

una bottiglia di plastica, tagliata
a metà, sul ripiano del lavabo
mi hai lasciato, quando te ne sei andata,
per innaffiare il nostro amore:

ma io mi dimentico, ed evado
le tue consegne, di giorno in giorno
la luce si ritira, io me ne vado
lasciando i nostri fiori in abbandono,

e così, sbadatamente, continuo
a camminare per le strade, solo,
a fuggire, allarmato, dal tuo bene,

per rincasare, affranto, a sera
scoprendo la felicità inattesa
delle tue piante ancora vive, e nuove.

(p. 75).

È in scena una catarsi, che nella distrazione esegue la melodia che accompagna ogni esistenza, o la comprensione definitiva, poiché manifesta, di «come la sbadataggine non è che un anticipo della redenzione» (G. Agamben, Gli aiutanti, in Il giorno del giudizio, nottetempo, Roma 2004, p. 27), della nuova sacralità che il mondo impone con la sola presenza. Questa constatazione, è vero, ci priva della nostra “speciale individualità”, ma ci consente di vigilare, finalmente senza alcuna possibilità di fuga, sulla nostra vera appartenenza.

Gianluca D’Andrea
(Giugno-Luglio 2012)