
Se togliamo di mezzo l’idea sociologica di “finzione di mercato”, la saturazione diventa un fatto di pressione interna al testo. Significa che il poeta non sceglie più una linea stilistica (il lirismo, lo sperimentalismo, il neometricismo), ma le chiama a coesistere tutte, portandole al limite della loro capacità di contenere il senso.
“Eliot, nei Four Quartets parla di purificare il dialetto della tribù, […] l’impegno di Pound si volgeva anche al sociale in senso lato, conscio che l’arte è, comunque, legata alla polis e alla sua economia, se è vero, come si legge in Mauberley che “Usura fa le linee spesse”, e che l’arte è anche oggetto di mercato” (l’estratto è preso da Mario Domenchelli, Il mito di Issione – Lowry, Joyce e l’ironia modernista, 1982).
Questo estratto indica la fessura entro cui si muove il mio lavoro, ma oggi impone una radicalizzazione. Come si declina, in questo preciso momento storico, il rapporto tra letteratura e società per aprire un varco nell’impasse nichilistica? A mio avviso occorre portare il nichilismo alle sue estreme conseguenze, ma vediamo in che modo gli assunti espressi in citazione possono aiutarci a focalizzare la problematica in poesia.
Se la “linea spessa” di cui parla Pound si manifesta oggi come un linguaggio sfuocato, piatto e standardizzato, il compito della letteratura non è di certo cercare una purezza astratta o un’innocenza linguistica impossibile. La vera scommessa, allora, diventa la saturazione formale, l’uso espressivo di ogni forma possibile, tradizionale e non. Non si tratta di scegliere tra la nostalgia di una gabbia metrica o il gesto consumato del verso libero, ma di convocarli entrambi come puro materiale da costruzione. L’endecasillabo e la prosa saggistica, il canto lirico e il blocco concettuale sono fruibili allo stesso modo (senza gerarchie di sorta) e, quindi, quasi costretti a una coesistenza forzata sulla pagina. Questo attrito violento dei codici serve ad azzerare la distanza tra passato e avanguardia, spremendo ogni struttura fino al parossismo, finché la lingua della tribù non sperimenta un tale livello di pressione interna da far saltare i propri meccanismi. La forma, portata al limite, smette di essere ornamento e diventa l’istituzione di un confine: una “linea sottile” che si oppone alla liquidità indifferente del presente (la “linea spessa”).
Spingere la scrittura fino a questa oltranza significa esporre la forma alla sua stessa evidenza, esibirla in primo piano come una sovrabbondanza radicale, che si conforma come un corpo solido, nudo nella sua presenza ingombrante che denuncia così i meccanismi strutturali del testo su tutti i piani, abbattendo le gerarchie e aprendo a tutte le potenzialità. La saturazione è necessariamente estrema, non lascia zone franche: la struttura viene esasperata fino a sperimentare il proprio punto di rottura, mostrando la propria insostenibilità. La poesia si fa cantiere, attrito di materia contro l’evaporazione del mondo e il testo, in tutte le possibilità delle sue forme, non fa che opporre la sua grana all’invadenza del nulla solipsistico della comunicazione digitale. Resta una parola come corpo esposto ed estremo che non consola la polis. Resta la parola come avamposto, conduzione della domanda conficcata nell’essere: l’urto in cui soggetto e mondo tornano a impattare, a mostrare la loro densa verità. Sì, persino il soggetto invece di scomparire nel testo e autoannientarsi, riemerge come autobiografia, argine ontologico, anch’esso avamposto di una scelta che fa della compartecipazione l’antefatto di una relazione che può esporsi a qualunque metamorfosi e, nondimeno, al deserto.

Lascia un commento