Il Novecento: Stefano D’Arrigo – 3 poesie

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Stefano D’Arrigo, 1988 – Ferdinando Scianna – Magnum Photos

Stefano D’Arrigo – 3 poesie

(tratte da Codice siciliano, Scheiwiller 1957, e poi, ampliato, Mondadori 1978, infine Mesogea 2015)

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PREGRECA

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

Isola, sole e luna e moventi
mortali, misteriosi paradigmi
di sfingi, puma, leoni ruggenti
con faccia d’uomo, profilo d’enigmi
rugosi sotto palpebre di belva,
appostati in una oscura parola,
nella loro stessa ombra, in una selva
colore di funebre lava viola.

. . . . .

da Lipari, Milazzo, Caucana,
dal Conzo, dalla Favignana,
dalle miniere di Monte Tabuto
(le gallerie di selci come greti
di fiumi discesi insino
all’aldilà, navigati sepolcreti),
da Monte Pellegrino, nelle grotte
dove qualcuno chiese aiuto
nella profonda notte,
da Levanzo, da Stentinello,
da Megara Hyblea, da Paceco,
da Naxos, per ogni budello
d’arenaria dove la vita un’eco
lasciò fuggendo, una bava
di lumaca sull’ocra, sulla lava,
una frana di formica, un cieco
verso d’uccello, un’impronta digitale
sopra un vaso a spirale,
lo stampo della vita
rigato da un polpastrello,
un grido, un graffio: quello e quello

. . . . .

cacciati di qua, dai ruggenti
enigmi, gli innocenti,
coi perduti averi, le vite,
le labbra per sempre cucite,
emigravano nell’aldilà.

S’imbarcavano per quelle rive
in classe unica, ammucchiati
o clandestini nelle stive
di necropoli come navi olearie.
All’impiedi nelle giare, rannicchiati
sui talloni, masticando qualcosa
nella notte, forse tossico
(quali pensieri? quali memorie?)
nella tenace, paziente posa
dal cafone resa famosa

. . . . .

e realtà e allegoria di gesta
future, d’offese senza difesa,
d’uomo che a uomo fa vita arresa,
le mani dietro la testa,
allacciate alla nuca,
alle spalle scavata la buca.

Navigavano nell’argilla,
nel soffice tufo, nelle pieghe
della pomice, coprendosi di rughe
a emigrare stilla a stilla
fra la polvere e le atre schiume
delle necropoli occhiute
esposte ai lidi, battute
da echi grigi, lontani,
di salsedine e cenere insieme,
di gridi rochi di gabbiani.

Per l’altomare di pietre
senza stelle, fra stasi
e procelle di silenzio, anelito
a non svanire nel nulla, a essere
seguiti, ritrovati poi
in una scintilla da me, da voi,
si lasciavano dietro, quasi
soffiati dall’alito
nel vetro dei vulcani,
segni incisi, saluti
siciliani, gesti muti:
il dito sulle labbra, le ciglia
alzate, il silenzio indomito
di chi vive come in una conchiglia,
vivo e già morto e graffito.

Oh disegni dell’aurora, quali
sogni di libertà detti
in gergo di congiurati
rei confessi vi furono allusi,
quali pegni inespressi, stretti
da mani di vivi con occhi
di morti come nodi al fazzoletto,
con la fatalità di chi
emigra e si riposa vinto
nella posa del feto,
i pugni chiusi sugli occhi,
i ginocchi contro il petto
come in ventre al mistero, in un segreto
barlume di labirinto.

Oh alfabeto di morti
emigranti, oh linguaggio di dita
figurato di morte e di vita,
chi sotto metafora impresse
un così lucente raggio
al suo scheletro, chi riflesse
dal vetro un messaggio
di libertà che a noi viene, da noi va
ieri, domani, aldiquà, aldilà?

Con linea esile, d’aria dura,
grafia labile, esotica
libertà qui si figura
cerbiatta malinconica
che tremula, esterrefatta
corre l’alea ma intatta
metafora vola dall’aldilà,
libertà sempre in fuga, intravista
sulla immemore pista
dei morti, così ignota
da arrossirgli ancora la gota

libertà un palpito a prua delle barche
trasmigranti come arche
nel sale cha asciuga le impronte
di chi muore ed emigra
con una ruga in fronte

antico ardire, inerme bramosia
libertà sia di vivere sia
di morire, oscuro geroglifico
dall’eco dileguata di segreti
murmuri immensi di alfabeti.

Gli altri migravano su chimere,
per mari d’aria e remare d’anime,
con dolce tuono di procellarie.
I siciliani emigravano invece
su navi scalfite su patere
(alito di venti e vele di rame),
in pietrapomice e arenarie,
in tufo di calcare e salgemma,
calati in stive di pece,
i pensieri spiumati di mimosa:
in giare e nicchie, ritti
o chini sui talloni, nella posa
dei cafoni, nel loro stemma
di senzaterra, di sconfitti

carne da macello, qui o là,
in Australia, nell’aldilà,
oltremare, dovunque sia
una miniera, un qualsiasi
budello per seppellire
l’enigmatica frenesia
di chi per morte s’imbarca
come su di un’arca
di libertà, coi bisogni
stretti alla vita e i sogni
zavorra viavia
da gettare e alleggerire
i petti di nostalgia
mentre diventavano scheletri
e le armi al piede, i vetri
di ossidiana segnavano,
buia e struggente
meridiana di paure,
l’emigrare e le sue figure.

Forse non era l’aldilà
tutta questa gran novità,
forse pure di camorra,
di enigmi e d’omertà
era regno l’aldilà,
forse pure sottoterra
sfingi, puma, leoni ruggenti
mantenevano la guerra.
Anche di là gli innocenti
emigrarono, strage su strage,
dal calcare di Pantalica
in America, nel Borinage.

*

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

*

DOVE GALLEGGIANO SQUAME

suvvìa, qua vieni,
ferma la nave e il nostro canto ascolta.

Odissea, XII

In quale scuola fatata d’aprile
ci si chiede il colore, il colorito
delle gote e del crine, ci si chiede
se ha pensieri e quali amori il tonno,
il pescespada, il delfino, se a sera
la sirena nel suo sonno annusano.

Dove sono quei dolci flauti in gola,
quel gorgheggiare a colpi di coda?
Dove sono quelle voci, quei rauchi
motivi alla moda, quell’implorare
per acuti, in solitudine e fede?
Dove galleggiano squame, su quale
spiaggia s’interrogano le scaglie,
il pettine, i capelli, quelle brame?

Ora inermi, umane, mortali
l’altomare veleggiano sui tacchi
in una camera, sole o a schiere,
fiutano alle imposte la salsedine
delle quaglie migrate a pelo d’acqua.

Ora esistono in una conchiglia
souvenir le tempeste, i maremoti
che nella pece lievitano estivi
dove sono eterne le schiume, quelle nevi,
sotto pennacchi di fumo, vulcani.

Ora dice un lunario i giorni, i mesi,
quando i venti di scirocco e grecale
spirano fatalità su terraferma
per eventi d’infamia e d’onore
mutano destino, pettinatura.

Ora si legge sul giornale quando
scendono oggi semidei in terra
recando sul solino la Polare,
sulle spalle quel blu dell’oltremare.
Allora bruciano navi alla fonda,
una guerra finita ricomincia
e di passaggi sullo Stretto, a vita,
rimane un fazzoletto fra le dita.

Ora remigano da boa a boa, quelle,
accennano con lunghe ciglia al mondo,
persino un uomo le tocca con mano.
Di quelle polene s’indora la prua,
della loro bocca udita in famiglia
catturata con sapore di sale.

Oggi si segnano ignote, sicure
stelle azzurre nei tatuaggi fedeli,
Venere fra le mammelle si additano.


Stefano D’Arrigo. Scrittore italiano (Alì 1919 – Roma 1992); a parte le poesie del Codice siciliano (1957; nuova ed. accresciuta, 1978 e 2015), è noto per il contrastato successo del monumentale romanzo Horcynus Orca (1975): un progetto ambiziosissimo, teso a riunire in un solo libro tutta la tradizione narrativa dell’Occidente, dalla Bibbia a Omero, al Decameron, ai poemi cavallereschi, per riscriverla e coglierne l’immutata vitalità simbolica e affabulatoria sull’orizzonte delle grandi innovazioni della narrativa del nostro secolo (almeno a J. Joyce, il rinvio è obbligatorio). La realizzazione risulta elaborata anche sul piano dell’invenzione linguistica. Più discutibile è invece la riuscita del romanzo successivo, Cima delle nobildonne (1985).

(Fonte: Treccani.it)

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