Franco Buffoni: una poesia da “Jucci” (Mondadori, Milano 2014) – Postille ai testi

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Buffoni, Jucci, Eternit (Collage di Gianluca D’Andrea)

di Gianluca D’Andrea

Franco Buffoni: una poesia da Jucci (2014)

jucci

Come un eternit

Ho provato a pensarti dal futuro
Da quando e dove
Ferma nel tempo io
Ti vedrò salire
Sempre più vicino
All’età mia.
Giusto un attimo prima fermerò il pensiero
Per festeggiare il nostro compleanno alla pari
Col mio safari nella tua sorpresa.

Come quando assistevi al tuo funerale
E lo trovavi troppo lungo
E contemplavi il tuo cadavere,
Funambola.

E l’ultima volta la mia tomba
Cancellata dalla neve…
Tu che mi cercavi, giocherellone insensato
Pirla gaudioso.

Arrivi, arrivi, e con i tuoi capelli…

Le note stonate hai sempre saputo
Come chiamarle a raccolta.

Di quando, per vincere il pallore,
Ti cimentavi coi colori accesi
Il verde e il paonazzo
L’incarnato e il ranciato.
Ma perché è ondulato il mio ricordo?
Come un eternit mi lavora alle tempie
E sotto il mento mi sorprende…

Perché io innamorata sono dentro di te,
più ti scuoti per allontanarmi
più io penetro in profondità.


Postilla:

La poesia di Jucci sconvolge il racconto e la percezione degli eventi (per un’analisi accurata dell’intero libro, qui).
Come un eternit è un testo paradigmatico – già questo titolo funge da richiamo sonoro al tempo epocale, assoluto, che si allarga da un riferimento contingente, collaterale e, in apparenza, accessorio.
Eterno è il tempo della memoria, in cui ogni evento diviene possibilità. Lo spettro (dell’amica?) vive trasfigurato in presenza. Dialogo con le ombre, realtà alla seconda potenza, sdoppiamento che si concreta in un piano “oltranzista”, e quindi estremo, più che oltremondano, nell’iper-realtà che ci pertiene.
Jucci è una previsione nell’abbattimento della linearità temporale – ma la poesia, quella vera, non è sempre questo dialogo temporale con le ombre? l’abbattimento dei limiti del “comune” partendo da ciò che di più comune abbiamo (il dolore) e l’approdo a una nuova dimensione percettiva?
«Ma perché è ondulato il mio ricordo?/ […] Perché io innamorata sono dentro di te», in profondità noi siamo spettri di uno stesso essere: scisso, o meglio, incalcolabile.

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