Lo spettacolo della fine – XXXII.

Lo spettacolo della fine – XXXII.

Viaggiare nella capsula e nello spazio sembrava l’opposto che vagare nelle foreste del fondo marino. Andavo in giro e i miei capelli diventavano bianchi come la brina d’inverno (almeno da quel che posso ricordare). L’unico mostro era la luce, perché ognuno di noi era solo pur mantenendo contatto. Per questo tutti erano consapevoli di essere morti e attaccati alla vita, ecc.
Ogni dato, frammento, video, caricamento era un riflesso. Potenzialmente ogni solitudine era scomparsa perché ognuno bastava al contesto, in quanto spettacolo di se stesso; ogni scelta attivava un percorso di cunicoli la cui unica meta era il desiderio, ormai facilmente rintracciabile attraverso lo schermo della console. Tutti uniti nella dissociazione, collegati al desiderio che fagocita e ingloba e riproduce il desiderio, ecc.
Guardavo scene documentarie:

Lo spettacolo della luce, il fruscio
intermittente della luce
arrivava improvviso e terrificante.
Ondate possenti che rilasciavano
tutta l’angoscia accumulata nell’attesa,
inconsapevole e pacifica, della routine
di sguardi e riflessi che caratterizzava la vita
nella capsula. Le cadenze nervose
della luce, la violenza dell’impatto
che rende temporaneamente ciechi
e il fastidio ineluttabile di non vedere,
di pensare al buio e attendere
la scia lattiginosa della fine,
il risucchio prima della calma
basculante e soporifera: il riposo
e la noia che mi spinge
alla console a cercare giochi
di luce terrestre e l’arte di crepuscoli
e aurore eclatanti, spettacolari.

L’unica risposta allo sfacelo è proseguire nonostante il bruciore agli occhi, non per amore – concetto scaduto nella solitudine dei tanti riflessi – ma per amore di altri amori che arriveranno, è certo, dentro lo stesso riflesso in questa luce soffocante e deludente dello sfacelo.

Ricordai il gesto d’amore in una poesia di Brecht – altro nome scaduto nel tempo della fine – e il susino ironicamente, seriamente, abbattuto e ridotto a correlativo di un mondo trapassato.
Mi svegliai tremante e infreddolito
e iniziai a scrivere di quella scomparsa –
la console trasmetteva immagini testimoniali di un senso abbandonato e ridotto al consenso di un attimo, variato e ripetuto,
variato e ripetuto
variato e ripetuto, ecc.

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