LETTURE di Gianluca D’Andrea (41): INDIZI DI PRESENZE

rime

Giorgio Celiberti, 1993-1995 Rime e ritmi. Affresco.

di Gianluca D’Andrea

«acque pettegole del giudizio».

(László Krasznahorkai, Satantango, 2016, p. 92)

Maturazione del vecchio

Scivola l’acqua tagliando il cerchio in verticale
mentre il carteggio si perde gonfiandosi
e scoppiando come una parola d’amore
che tutti abbiamo falsato per sentirci,
abbandonarci a un finale e poi rinascere,
un po’ spostati all’esterno, più soli,
più vecchi.
Il formato della versione narrata si scansa
facilmente, basta parlarne per difendersi:
il vecchio è maturo per la sua morte
solitaria e la rinascita nel diverso più duro
che è quello dell’incoscienza o limite
di percezione. Per altri arriva improvvisa
e chiude.

(Gianluca D’Andrea, Inedito)

Non potendo più definire in senso stretto la poesia, sembra necessario sentire come le immagini di senso che tradizionalmente hanno caratterizzato il genere, restino produttive nella composizione del messaggio.
Il vecchio significante si ripresenta nella scelta soggettiva ed è riattivato per ricostituire un abbraccio sensoriale, una relazione col suo oggetto: il lettore come obiettivo?
L’ombra (o la luce abbagliante, che non ha funzione troppo diversa) in cui sfuma il soggetto, ne definisce l’identità. Così la poesia sembra restare un intrico di tracce che prova a rispondere a quella che Wallace Stevens definì come «immane accozzaglia di questo mondo». Non si tratta semplicemente di dare un ordine al caos – azione sfasata e reazionaria rispetto ai tempi e non solo – quanto piuttosto di restituire la complessità del mondo attraverso indizi di presenza. Se il mondo è delle immagini è perché la tensione a una semplificazione del linguaggio sottende una necessità di comunicazione complessa – “relazionale” – che l’ultimo trentennio almeno (anche se il percorso ha origini sicuramente più antiche e s’intreccia al concetto di omologazione) ha, invece, appiattito sulla mera informazione. Così la comunicazione per immagini sembra essere il segnale di un tentativo di riapertura, un nuovo codice di rappresentazione, con i rischi incombenti di una pseudo-presenza, o meglio, di una presenza auto-manipolata. Lo spettro di Narciso si aggira tra stanze sempre più solitarie e rimbalza tra gli schermi contagiando e, allo stesso tempo, provocando la necessità di una fuoriuscita. Indizi, si diceva, che la poesia, con la sua consistenza d’ombra concreta, può captare e riprodurre in funzione di una scaturigine relazionale, ripresentando la complessità del rapporto soggetto/mondo.

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