Ultimi cenni del custode delle acque

La prima pubblicazione della casa editrice Carteggi Letterari
e la mia postfazione al libro

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POSTFAZIONE a Ultimi cenni del custode delle acque (quattordici frammenti) di Fabio Pusterla

La ricerca di Pusterla, sempre incentrata sul recupero e la salvaguardia, rivela, in questa serie di testi che inaugura la collana di poesia di Carteggi Letterari, un differimento. Già il titolo ci introduce a considerare l’eventualità di un cedimento, l’ultima forma di resistenza è riconoscere la trasformazione senza perdere la tensione “agonistica” con cui il linguaggio occorre si disponga al mondo.
La calma apparente della lingua di Pusterla nasconde una fiera ostilità. La tessitura nervosa, una colloquialità ambivalente, costruita, infatti, sulla persistenza degli enjambement e delle spezzature, imprime valore scalare al dettato e vira in direzione della tensione. Una struttura che s’inerpica sull’orlo del crollo e che ha avvio dalle constatazioni paesaggistiche, ma si dischiude a più ampie riflessioni etiche. Solo il fallimento accertato delle convinzioni “umanistiche” di matrice novecentesca prepara il rinnovamento: «Sprofondando nella sventura/ preparerà la luce della terra invasa/ una nuova serenità dell’alba».
Lo sfondo di ricerca della serie chiama in causa, infatti, Leonardo e due grandi “illuministi”: Parini e Cattaneo, cioè rappresentanti di fasi del pensiero fiduciose nelle capacità razionali, in direzione di un miglioramento del contesto. Nonostante la fiducia sostanziale, i tempi in cui Pusterla si trova a scrivere sembrano lontanissimi da un clima costruttivo. Le devastazioni ambientali sono compiute in nome di uno sviluppo che nasconde miseri interessi e la distruzione “comunitaria” è causa d’illusione da “magnifiche sorti e progressive”, più che un’idea, una piscosi collettiva.
Ecco, infatti, l’acqua incanalata in sistemi complessi – ma l’acqua è flusso come la scrittura – eppure sempre sottoposta a traiettorie flessibili, alterazioni, pieghe incontrollabili. La custodia è questo sforzo continuo di arginamento, cioè ricognizione delle potenzialità di una forza, nonostante tutto, misteriosa. Segreto che dovrebbe restare velato nella misurazione, nella norma condivisa. Come la parola, che si appressa al suo oggetto con pudore, per conservarne il senso. Allora la casa del custode delle acque è la dimora dell’aderenza tra segno e mondo, l’accordo che tiene a distanza il nulla. Eppure, abbiamo visto, la stessa casa è sguarnita e i “cenni” del custode sono “ultimi”, per meglio dire postumi, già erosi. Siamo, dicevamo, sull’orlo della caduta, «senza nessuna speranza» l’acqua è comunque in cerca di «un nuovo corso».
La palude per quanto bonificata può sempre ritornare ad essere un miscuglio di umidori “primitivi”, ricordiamo che lo “spunto” paesaggistico è lombardo – in nota scopriamo che la “Casa del Custode delle acque” è un toponimo nei pressi di Vaprio d’Adda – non per niente una zona del nostro paese in cui la gestione razionale delle acque ha condotto oltre che a un progressivo benessere, a uno sfruttamento spesso sconsiderato delle risorse, fino ai casi recenti d’inquinamento delle falde acquifere. Si comprendono così i riferimenti, in primo luogo agli studi di Leonardo, che proprio a Vaprio, prima della costruzione della casa, aveva dipinto alcune vedute dell’Adda per l’eventuale costruzione di un canale, poi a Parini e Cattaneo che sull’acqua “lombarda” hanno scritto versi e trattati.
Il mutamento che interessa Pusterla coinvolge la stessa percezione del soggetto. L’impostazione “illuministica”, la centralità razionale in direzione del progresso, si trasforma in degrado paesaggistico, territoriale, etico. La devastazione occupa il posto dell’accoglienza trascinando nell’isolamento e nella paura: «Sul confine della nostra solitudine/ si guarda all’altra riva/ con paura e sgomento. Inflessibili», e nell’acqua, stavolta marina, affondano barconi di clandestini, uomini e donne non richiesti e per questo “razionalmente” non necessari.
La sensazione costante di un rivolgimento pronto a rendersi concreto, per quanto non del tutto comprensibile, sposta il ragionamento sul piano della fiducia, dell’abbandono: «Deve andare lontano, verso il mare./ È un’acqua dolce, molte lacrime salse/ la gonfieranno.// Si prepara al viaggio travolgendo/ chi la guarda e se stessa. Ma/ devi fidarti ancora, dice, devi/ abbandonarti».
La serie si chiude proprio sull’abbandono alla fiducia, così il custode/soggetto non si nasconde dietro l’acquisito, dietro la costruzione, per quanto motivata, del già compiuto, ma si rinnova lasciando che ogni risultato rischi la cancellazione. Allo stesso modo la poesia non si arresta e può rilanciarsi attraversando la distruzione. Come la salamandra leggendaria richiamata nel primo testo che prova a resistere cantando «nel fuoco», il custode, pur essendo per definizione colui che difende e nasconde, non ha più nulla da proteggere e regolare, niente di “sacro”, neanche se stesso: «e mi fido di te/ anche quando minacci, e ti gonfi/ anche quando porti via/ tutto con te.// I giorni, i ponti, i tetti./ E anche me».

Gianluca D’Andrea

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