Fabio Pusterla: due poesie (da “Concessione all’inverno”, 1985 e “Corpo stellare” 2010) – Postille ai testi

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Fabio Pusterla (Fonte: AN|SICH|TEN – SRF Schweizer Literatur)

di Gianluca D’Andrea

Fabio Pusterla: due poesie da Concessione all’inverno (1985) e Corpo stellare (2010)

concessione

Concessione all’inverno

La luminosa luce, la dorata
nella pulviscolare nube, rifrangente, rosea e
se la neve aspetta dietro l’angolo
dietro il monte
dietro il rosa
tu affila i denti, i ramponi,
arrota il passo, acumina la vista;
prova il peso del corpo, saggia l’equilibro.

Attendi il ghiaccio (a piè fermo) tu
nella luce.

Proprio per i vari elementi: pulviscolo,
brina, freddo generale, fiato spesso.
Rose appassite, foglie, mazzi di dalie marce,
capriole del gatto.
Riflessi da ogni vetro, e la discesa della luce
omogenea, invernale, da ogni buco di monte,
crepa di legno, spazio di sasso. E

tu accettalo questo inverno
luminoso, in agguato, invernaccio
di luce, sospeso nevischio, prolungato
favonio, incendio doloso.

(da Concessione all’inverno, 1985).


Postilla:

Si è detto tanto sull’importanza della memoria nell’opera di Pusterla. Ma l’indizio cogente di questa scrittura tensiva, nervosa – per niente pacificata sotto il velo di una sintassi lineare e di un lessico “comune” – è il ritmo. L’accumulazione retorica è il tratto stilistico più evidente, spiegabile nella spinta etica che, pur scontrandosi con l’alterità, cerca strategie di “rimedio”, adattamenti del soggetto alla mutazione del contesto. L’attesa di una catastrofe non deve inibire le capacità, ma irrobustire l’individuo che ne accetta l’evenienza («tu accettalo questo inverno» comunque «luminoso», crisi percettiva che si manifesta nelle attribuzioni ossimoriche). Il «prolungato favonio» (anche questo vento, atmosfericamente familiare al poeta, è un ossimoro, segnale di “crisi” paesaggistica) è il respiro stesso di chi tenta l’appiglio, il suo «fiato spesso», anzi, il suo “senza respiro”, l’affanno del resistente, agonismo di chi non si arrende alle forze contrarie – esterne, ctonie -ma con i coaguli delle “stesse” parole rilancia il suo assillo: offre una risposta al possibile silenzio, conglomera, in questo caso, sulla scia zanzottiana, per non cedere.


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Nell’attesa

Un ponte un altro ponte e un altro ancora:
davvero inverosimile confondersi? Se il fiume
a volte pare immobile, case e strade sospese,
e il mondo fermo prima di un salto nel vuoto,
pura concentrazione dell’esistere,
materia che si afferma e che si supera,
si può restare al margine, guardare ogni cosa per ore
con fiducia. Alti sulla corrente impercettibile
del tempo, nell’attesa.

(da Corpo stellare, 2010).


Postilla:

Ancora luoghi (di memoria, “per non morire”), cifra stilistica immutata, anzi, amplificata a distanza di anni – la costruzione asindetica del primo verso elimina persino le interpunzioni. Il respiro che corre a un chiarimento (ecco finalmente i due punti, la pausa riflessiva). L’istante di sospensione prima di un’imminente caduta – ancora il tema, “necessario” per l’autore, della frana dell’acquisito: il mondo si rinnova di continuo nel gioco ambivalente distruzione/costruzione («il mondo fermo prima di un salto nel vuoto»). Solo captando i segni oscillatori, “tellurici”, del profondo, la «materia» può rinnovarsi, e solo riconfermando il suo movimento, riconoscendo anche per impatto, i “luoghi” d’origine del dissesto. Pure restando «al margine», nell’osservazione delle contingenze, le comunità possono ritrovarsi – almeno questa è la speranza del soggetto che tenta il coinvolgimento, espresso negli ultimi due versi dall’utilizzo della prima persona plurale – e ascoltare la «corrente impercettibile/ del tempo», attendendo, cioè rivolgendo il proprio animo verso qualcosa, che sia anche un’ombra, una visione.

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