Bartolo Cattafi: una poesia da “Le mosche del meriggio” (Mondadori, Milano 1958) – Postille ai testi

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Bartolo Cattafi a Messina, fotografato da Walter Mori per Epoca, 1972

di Gianluca D’Andrea

Bartolo Cattafi: una poesia da Le mosche del meriggio (1958)

le mosche

Il giorno dopo

L’autunno ha mari teneri, ha colori
che calme navi tagliano; cadranno
foglie e cieli sospesi per un filo.
Andare sino all’albero, sedersi,
entrare in confidenza con l’inizio
di radiche più avide e vive verso il basso.
Abbiamo accanto povere fredde cose,
bucce, bottiglie, frammenti di memoria,
più in là c’è il mare.
«L’ultima domenica», e ci trovi
ancora ansanti, il cuore
un poco stanco per la festa,
branco che più non fugge, prede
colorite dal ferro irto nel mondo
dal vino, dai fuochi solitari.
Ci vinse
questa striscia di fumo sulla terra,
fu sempre obliqua l’ombra
che ci seguí in silenzio.


Postilla:

Passaggio di sfumature e accenti perentori. Se l’andatura discorsiva dei primi versi – endecasillabi piani, “paesaggistici” – introduce le suggestioni autunnali di un incontro con la natura, la “tenerezza” della visione si accende quando lo sguardo dell’osservatore si abbassa alle radici («di radiche più avide e vive verso il basso») dell’essere, attivando la riflessione sul mutamento dei luoghi e, più precisamente, della disposizione delle “cose” nei luoghi. Quasi a metà componimento, l’indizio principale è l’accumulazione per asindeto, la triplicatio «bucce, bottiglie, frammenti di memoria», in cui gli ultimi pur appartenendo all’universo intimo del soggetto, non possono allontanarsi dall’abbraccio freddo dell’inanimato. Le radici della trasformazione si dirigono, allora, dal mondo ancora “naturalisticamente” presente nel corpo del soggetto all’allontanamento scissorio in un nuovo paesaggio, il «ferro irto» confitto «nel mondo».
La conclusione, altamente assertiva, non lascia scampo: «Ci vinse» – ancora il senso d’appartenenza a un comunità, la prima persona plurale avvolgente, per quanto sconfitta – qualcosa di indefinito che si insinua dal silenzio. Dal fumo, ancora percepibile dopo fuochi e macerie, all’ombra, la figura disorientata che vaga in “nuove selve”, senza possibilità di adattamento, senza punti saldi. Autunno, immagine obliqua, il giorno dopo.

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