Wystan Hugh Auden: una poesia da “Grazie, nebbia” (Adelphi, Milano 2011) – Postille ai testi

auden
W.H. Auden, Photography by Mark B. Anstendig

di Gianluca D’Andrea

W. H. Auden: una poesia da Grazie, nebbia (2011)

grazie nebbia

Aubade

In Memoriam Eugen Rosenstock-Huessy

Beckoned anew to a World
where wishes alter nothing,
expelled from the padded cell
of Sleep and re-admitted
to involved Humanity,
again, as wrote Augustine,
I know that I am and will,
I am willing and knowing,
I will to be and to know,
facing in four directions,
outwards and inwards in Space,
observing and reflecting,
backwards and forwards through Time,
recalling and forecasting.

Out there, to the Heart, there are
no dehumanised Objects,
each one has its Proper Name,
there is no Neuter Gender:
Flowers fame their splendid shades,
Trees are proud of their posture,
Stones are delighted to lie
just where they are. Few bodies
comprehend, though, an order,
few can obey or rebel,
so, when they must be managed,
Love is no help: We must opt
to eye them as mere Others,
must count, weigh, measure, compel.

Within a Place, not of Names
but of Personal Pronouns,
where I hold council with Me
and recognize as present
Thou and Thou comprising We,
unmindful of the meinie,
all those We think of as They.
No voice is raised in quarrel,
but quietly We consverse,
by turns relate tall stories,
at times just sit in silence,
and on fit occasion I
sing verse sotto-voce,
made on behalf of Us all.

But Time, the domain of Deeds,
calls for a complex Grammar
with many Moods and Tenses,
and prime the Imperative.
We are free to choose our paths
but choose We must, no matter
where they lead, and the tales We
tell of the Past must be true.
Human Time is a City
where each inhabitant has
a political duty
nobody else can perform,
made cogent by Her Motto:
Listen, Mortals, Lest Ye Die.

*

Albata

in memoria di Eugen Rosenstock-Huessy

Richiamato in un Mondo
nel quale i desideri sono inutili,
cacciato dalla cella
imbottita del Sonno e riabbracciata
l’Umanità impegnata, so di nuovo,
come sant’Agostino ci ha insegnato,
di esistere e volere,
di possedere volontà e coscienza
e di voler esistere e sapere,
volto in quattro diverse direzioni:
all’esterno e all’interno nello Spazio,
osservando e pensando,
all’indietro e in avanti lungo il Tempo,
ricordando e facendo previsioni.

Là fuori, per il Cuore, non esistono
Oggetti non umani,
ognuno ha un Nome Proprio,
non c’è Genere Neutro: i Fiori sfoggiano
le loro tinte splendide,
fieri si ergono gli Alberi,
le Pietre si dilettano a restare
là dove sono. Pochi sono i corpi
che comprendono un ordine,
pochi che obbediscono o si oppongono,
perciò non basta Amore per gestirli:
dobbiamo accontentarci di vederli
come una mera Alterità e contare,
misurare, costringere, pesare.

E all’interno un Luogo, non composto
di Nomi, ma Pronomi Personali,
dove siedo in consiglio
con l’Io e percepisco la presenza
di Te e Te, che va a formare Noi,
non pensando agli estranei,
coloro che vediamo come Loro.
Nessuna voce si alza litigiosa,
ma conversiamo calmi,
e raccontiamo a turno una storiella,
a volte ce ne stiamo silenziosi,
e se il momento è giusto
canticchio sottovoce
versi creati a nome di Noi tutti.

Ma il Tempo, dominio dell’Azione,
richiede una Grammatica
complessa, con diversi Modi e Tempi,
primo l’Imperativo.
Ci è permesso di scegliere il sentiero,
però dobbiamo farlo ovunque porti;
le storie da Noi dette sul Passato
devono essere vere.
Il Tempo degli Umani è una Città
in cui ogni abitante
ha un compito politico
che nessun altro è in grado di eseguire,
reso più convincente dal Suo Motto:
Ascoltate, Mortali, o Morirete!

(Trad. Alessandro Gallenzi)


Postilla:

A parte le valenze filosofiche e la perizia sperimentale, nell’ultima produzione di Auden è il tempo ad acquistare centralità. Albata (1972) riassume la necessità per cui la richiesta di una nuova “Grammatica” è quasi consustanziale al movimento della scelta. Il supporto “linguistico” è plastico, tra riferimenti arcaici all’innominazione sorgiva espulsa, però, nell’esubero di significazioni, con la funzione di trattenere la voglia stessa di nominare: «Out there, to the Heart, there are/ no dehumanised Objects,/ each one has its Proper Name». La misurazione degli oggetti (del reale) attraverso i segni è un compito che tende a ricompattare la comunità, formare una tradizione: «e se il momento è giusto/ canticchio sottovoce/ versi creati a nome di Noi tutti». Spazio e Tempo sono la volontà di risentire, senza desiderio ma per necessità, la presenza dei corpi: all’esterno e all’interno, “osservando e pensando”, indietro e avanti, “ricordando e prevedendo”, punti cardinali di un corpo che ci permettono «di scegliere il sentiero» pur nell’incognita dell’esito (“ovunque porti”). La “Verità” declamata in conclusione è il compito, per questo l’Imperativo è il rischio che rende plausibile una nuova definizione, “dovuta” per tracciare scie e ulteriori costruzioni (la plasticità linguistica che ha base nel passato e capacità di prevedere nella trasformazione), un’imposizione del soggetto sul discrimine aprioristico: «Audi, ne moriamur».

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