SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

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Una scena dal film SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

di Francesco Torre

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

Regia di Ridley Scott. Con Matt Damon (Mark Watney), Jessica Chastain (Melissa Lewis), Jeff Daniels (Teddy Sanders), Chiwetel Ejiofor (Venkat Kapoor), Michael Peña (Rick Martinez).
Usa 2015, 142’.

Distribuzione: 20th Century Fox.

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Il voyerismo, le dirette tv, la presenza ingombrante dell’opinione pubblica, e poi il tema della lotta per la sopravvivenza, la solitudine, un fatale conto alla rovescia. Sono molti gli ingredienti che sembrano identificare “The Martian” più con un prototipo di reality show interstellare che con una riflessione estetico-filosofica sui temi della coscienza umana e dell’immensità dello spazio. Un approccio di certo consapevole che, derivato dalla struttura del romanzo omonimo di Andy Weir e reso maggiormente esplicito dall’adattamento per lo schermo di Drew Goddard, evoca sì alcuni giganteschi e riconoscibilissimi topoi letterari e cinematografici del passato – peraltro all’interno di uno scenario ambientale del tutto autocitazionista – ma con grande libertà espressiva pare preferire situarsi nei territori di “The Truman Show” più che in quelli di “Robinson Crusoe” o dei suoi più contemporanei corrispettivi audiovisivi (“Cast Away” su tutti), rendendo difficile qualsiasi forma di parallelismo con le precedenti incursioni di Ridley Scott nel genere fantascientifico.
Mark Watney è un naufrago dello spazio. Atterrato su Marte con un’équipe di scienziati per una missione NASA denominata Ares III, stava raccogliendo campioni di terra rossa quando una violentissima tempesta di vento gli fece perdere ogni contatto con la sua squadra. Il responsabile della spedizione, la flemmatica Melissa Lewis, decise per l’aborto della missione e il ritorno a casa. Creduto morto, Watney si ritroverà così «il primo uomo ad essere solo su un intero pianeta». Cercherà di far fronte alla mancanza di viveri grazie alle proprie competenze in fatto di botanica, riesumerà una stazione di collegamento risalente alla prima spedizione USA su Marte per stabilire un contatto con la Terra e, tra beghe interne alla NASA, colpevoli fallimenti delle strategie di soccorso e inaspettati incidenti al proprio impianto di coltivazione diretta, combatterà con il tempo che passa provando a non perdere se stesso e la fiducia nella vita.
Moltiplicazione dei punti di vista e delle sorgenti di video capture (telecamera collegata al casco spaziale, TV, monitor dei computer di bordo, visori delle attrezzature spaziali, e a connettere tutto lo sguardo onnisciente del regista demiurgo), uso sempre originale e a tratti spericolato delle focali ottiche, sequenze velocizzate, rappresentazione visiva di linguaggi e codici di comunicazione non verbali. A 77 anni, Ridley Scott abbandona la magniloquenza e il manierismo delle ultime produzioni (da “Le Crociate” a “Exodus”, passando per “Robin Hood” e “American Gangster”) per firmare uno dei suoi film più stilisticamente creativi ed esteticamente audaci. Con la stessa libertà di chi ha saputo e potuto creare un cielo con due soli (“I Duellanti”), imprime ad una vicenda dai risvolti epici un ritmo da commedia brillante, costantemente in bilico tra le istanze postmoderniste e la mitologia classica. Un linguaggio eclettico (forse troppo?) ma non immersivo, che lascia allo spettatore la possibilità di sentire in prima persona la solitudine e il senso dell’ignoto vissuti dal protagonista ma che mai dimentica la propria natura finzionale, anzi lavora spesso al limite della soglia massima permessa di inverosimiglianza e coerenza narrativa, a volte superandola.
Più schematica e rigida, invece, appare la struttura drammaturgica, con un montaggio alternato A-B (Marte/Nasa) nella prima parte del film e una più ricca, e piena di tensione, successione di ambientazioni nella seconda parte, dove l’avventura torna pienamente interstellare. La vicenda, comunque, sviluppa un arco narrativo del tutto riconoscibile e piuttosto convenzionale, forse eccessivamente tortuoso nel segmento centrale – dominato dall’interrogativo morale riguardante la possibilità o meno di rivelare all’equipaggio della Ares III che il collega abbandonato su Marte è ancora vivo, dai dissidi interni agli uffici Nasa di Houston e, udite udite, da una segreta collaborazione tra le agenzie spaziali statunitense e cinese – ma sempre in grado di rendere ogni passaggio universalmente comprensibile al di là delle notevoli astrusità scientifiche portate in dote dal romanzo.
Divertente, ottimista, avventuroso, “The Martian” sfiora alcuni temi di grande pregnanza filosofica, lasciandoli però spesso lì a fluttuare incessantemente, come corpi in assenza di gravità all’interno di un’astronave. Rimanendo entro i limiti di un grande percorso di resilienza, elimina ogni riferimento metafisico per abbracciare un razionalismo di stampo neopositivista in cui è l’uomo a illuminare l’universo e non il contrario. Non a caso, le prime immagini del film inquadrano gli astronauti che, con i caschi illuminati, vagano come lucciole nell’abisso. Qualsiasi forma di dialettica però è negata, l’assioma viene presentato come un dato di fatto, accettato o meglio subito così come il personaggio di Mark Watney subisce la disco music come unica forma di compagnia presente nel suo abitacolo marziano. Non c’è spazio per i dubbi di natura esistenziale, e nemmeno per gli abbandoni nostalgici (del passato del naufrago non ci viene detto quasi nulla), l’unica forza in campo è univoca e va nella direzione del futuro, si potrebbe dire del progresso.
Con la bandiera degli States sempre ben in evidenza, si farebbe presto ad identificare tale punto di vista concettuale con l’american way of life, e derubricare l’intera operazione come una forma di propaganda liberal. La sensazione, però, è che il film, sebbene contenga innegabilmente anche questo, voglia andare oltre. Nel continuo ricorso al videodiario da parte di Mark Watney, non possiamo leggere infatti solo ed esclusivamente un facile escamotage non visivo per porgere immediatamente allo spettatore tutte le informazioni di cui ha bisogno per comprendere ogni passaggio della trama. Quel parlarsi inutilmente addosso, quel crearsi continuamente delle maschere anche in un contesto di totale solitudine, non può che essere interpretato come il sintomo di un’innata richiesta di comunicazione e socialità. E sebbene il personaggio sia completamente isolato, senza alcuna possibilità di comunicare con la Terra, pure la narrazione parallela (diversamente da quanto succede, per esempio, a Robinson Crusoe o al protagonista di “Cast Away”) lo connette idealmente al resto del genere umano. Senza alcuna propensione all’assoluto, al martirio, all’autocommiserazione, e con l’unico obiettivo di portare a casa la pelle, Mark Watney si fa così figura dell’uomo qualunque di fronte alle avversità della vita (e qui si torna allo schema strutturale del reality show come forma drammaturgica generatrice di senso), consapevole che l’aspetto qualitativo della natura umana consista nella sua dimensione sociale. Quando dalla Terra gli chiedono una foto per i media, non alza lo sguardo verso il cielo, non prende la sabbia rossa nelle mani, né affida ad un cartello un messaggio personale, magari d’amore. Non è Orfeo, né Lazzaro, e nemmeno Ulisse in transito nell’Ade. No, Mark Watney sceglie di indossare la tuta spaziale e tenere i pollici in su. Come Fonzie. Happy Days su Marte.

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Una scena dal film SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

 

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