UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori (“Trainspotting” di Irvine Welsh)

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Trainspotting Poster by Parpa © (Fonte: DeviantArt)

UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori (Trainspotting – di Irvine Welsh)

trainspottingTrainspotting è uno di quei libri che lasciano un segno indelebile nella nostra anima, uno di quei libri che è difficile dimenticare e che, in modo peculiare, diventano parte integrante del nostro essere.
La trama è semplice, quanto cruda, quasi impossibile da riassumere rendendo giustizia alle pagine scritte.
Non credo che Trainspotting sia un romanzo nel senso più tradizionale del termine, piuttosto una sequenza di pensieri e di riflessioni, di ricordi mischiati ad allucinazioni.
Non ci ritroviamo davanti ad una trama lineare né a capitoli numerati, bensì ad episodi scollegati, brevi racconti, legati da intermezzi denominati “Dilemmi del drogato” (numerati, almeno quelli, ma comunque in maniera discontinua, come se fossero parte di un libro che viene sfogliato svogliatamente).
Perfino nella struttura ritroviamo quella confusione, quell’apparente assenza di costanza che va in realtà a marcare i confini della monotonia, la stessa da cui i nostri protagonisti cercano di scappare trovando un rifugio nella droga e negli eccessi.
I nostri “amici” fanno parte di una delle tante combriccole di Edimburgo, nello specifico nel quartiere di Leith.
Chi ha più voce all’interno del romanzo è Mark, anche detto Rent Boy, ragazzo in affitto. E’ l’unico di cui conosciamo la famiglia e una fetta di passato e che ci fa indovinare la ragione del suo essere “trainspotter”. Per Welsh non è importante cosa abbia spinto i ragazzi a cominciare a bucarsi ma quanto essi provino, invano, a smettere. E’ proprio Rent il più determinato ad uscire dall’amata casa gestita dalla Madre Superiora per entrare nel circolo borghese fatto di tv e poltrone comode e lussuose, il cui squallore è la causa scatenante della sua dipendenza e di cui riesce a cogliere la misera monotonia e al contempo l’irrangiungibile tranquillità.
Spud, invece, a sua volta eroinomane, è il più debole del gruppo. Anche se, probabilmente, “debole” non è il termine più calzante.
Debole è colui che soccombe, colui che non ce la fa. Ogni personaggio di Trainspotting è debole. Perfino Begbie, che non si droga e che recita la parte del duro è debole, forse proprio il più debole, ma quello che sa nascondere meglio la sua debolezza, dietro un muro rosso sangue che puzza di alcool. Ma si può dire che Spud sia il meno meschino, il più ingenuo.
Sick Boy è, invece, il donnaiolo che non può mai fallire e che imprigiona con il suo sguardo da cerbiatto ogni donna che desidera. È uno stronzo, Sick Boy. Ma forse meno di quanto ci lascino pensare i suoi racconti.
È pur sempre umano e gli riesce impossibile, davanti alla morte in culla di quella che sapeva essere sua figlia, ricordare di essere l’alter-ego di Sean Connery.
Poi c’è Tommy, lo sportivo biondo che ha tutto ciò che si possa desiderare ma che, preferendo un concerto di Iggy Pop a Lizzy, la sua fidanzata, vedrà il suo mondo frantumarsi in mille pezzi e si lascerà cadere a sua volta nel temibile limbo dei drogati.
Irvine Welsh entra nella mente di ognuno dei suoi personaggi e dà voce a quello che vi trova, senza modificare un singolo verbo.
È anche questo che rende Trainspotting uno dei romanzi più crudi che io abbia mai letto: l’assenza totale di filtri.
Pur essendo il primo libro (e il più fortunato, grazie anche al film di Danny Boyle) dello scrittore, non vi è ombra di quel pudore e quella timidezza che è facile trovare in chi è agli esordi.
È difficile restare estranei durante la lettura del libro, astenersi dall’integrare alcune espressioni ricorrenti nel proprio linguaggio, è una condizione che dobbiamo accettare se vogliamo godere a pieno di ciò che la storia ha da comunicarci.
Diventiamo anche noi degli eroinomani, sentiamo ogni granello di angoscia posarsi sulla nostra schiena, ogni richiesta di aiuto sembra giungere alle nostre orecchie, chiara come se fosse vicina.
Ci ritroviamo catapultati in una realtà che vorremmo quasi non esistesse, accorgendoci di quanto sia vicina, di quanto sia facile varcare il confine.
Non riusciamo a condannare i protagonisti per le loro scelte, proviamo empatia nei loro confronti, eppure siamo consapevoli che tendere loro una mano sarebbe inutile.
Ma quello che rende veramente unico Trainspotting è la presenza, per nulla velata, dell’elogio delle doti dell’eroina agli occhi dei tossicodipendenti. Non abbiamo infatti la visione di un disagio provocato solo dal dolore, quello che più spaventa è l’ossessione.
La maniacale ricerca di un piacere assoluto e onnipotente, un attimo di vita, la ricerca di un’estasi, di una elevazione rispetto agli altri. Eppure, questo mondo di dannati riesce ad esercitare un fascino malato, viscerale, al quale non è difficile soccombere.
Non è il momento della “botta” che ci viene presentato come un inferno, bensì quello posteriore, quello dell’astinenza.
Sudore, dolore, allucinazioni, urla, cantilene che sembrano non avere fine, sensi di colpa, fantasmi… e l’unico modo per uscirne è andarsene, per sempre, senza fare più ritorno.
E’ questo che farà Rent, sceglierà la vita lasciando indietro tutto e tutti, un atto di egoismo assoluto e tradimento, per assicurarsi un futuro, un posto fisso in quel mondo borghese e agiato che tanto credeva di odiare ma al quale, in realtà, aveva sempre ambito.
Ma sarà quella vita di lunga monotonia che Mark sogna, abbastanza da eguagliare quell’estasi provocata dall’eroina e tanto elogiata nonostante le sue conseguenze?
Trainspotting merita un posto d’onore nella lista dei miei libri preferiti. Era da tanto tempo che volevo leggerlo e avevo molte aspettative, che non sono rimaste insoddisfatte.
Molti vorrebbero che la realtà contenuta in questo romanzo non esistesse, altri si rallegrano di non farne parte, altri ancora sputerebbero addosso ad ogni singolo personaggio se solo ne avessero l’occasione. L’unica cosa che io posso dire di aver provato, durante la lettura del libro è stata una grande empatia. Non so per altri, ma per me è il sentimento più umano di fronte a situazioni del genere. Perché, per quanti sbagli si siano fatti nella vita, nessuno merita di rimanere prigioniero in un inferno o di trovare un cadavere nella culla al posto della propria figlia, nonostante ritrovarsi ad affrontare i risultati del degrado, una volta usciti dal mondo di fantasia che la droga aiuta a costruire, sia un ovvio effetto di una totale mancanza di attenzione per tutto ciò che non sia la dose giornaliera di eroina. Consiglio anche il film di Danny Boyle, dalla meravigliosa colonna sonora, che mantenendosi abbastanza fedele al libro riesce a tradurre la percezione che si ha del film attraverso una fotografia e delle scelte stilistiche molto particolari.
Quella di Trainspotting, seppure scritta più di venti anni fa, è una storia che si può ancora dire attuale. Come previsto, le droghe sono cambiate e la sessualità ha abbattuto ancora tanti tabù.
Eppure, per quanto ci possiamo ripetere il contrario, è cambiato ben poco.
E non potremo, ancora una volta, trovare nessuno a cui dare la colpa.

Charlotte Westenra

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