Cos’è il contemporaneo. Dante e il paradiso (Canto VIII) – di Andrea Ponso

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Paradiso, Canto VIII. Dante parla con Carlo Martello (Fonte: Bodleian Library – University of Oxford ©)

di Andrea Ponso

CANTO VIII

“Io non m’accorsi del salire in ella” dice Dante parlando del cielo di Venere e dell’amore; l’io non si accorge se non nell’altro: “ma d’esservi entro mi fé assai fede / la donna mia ch’i’ vidi far più bella”. L’io come coscienza chiusa, come “monade” è incapace di seguire la salita, perché esso è “carne”, nel senso paolino, e non “corpo”: solo la sapienza fisica e sensibile del corpo glorioso è capace di quest’apertura finalmente piena che riesce a sentire nel sentire dell’altro, che depone la pretesa solipsistica a cui tende ogni “anima” per farsi toccare e guidare, sorprendere e com-muovere dall’altro.
E Dante quindi sale, anche se sappiamo che gli ordini spazio temporali che troviamo nel paradiso sono solamente funzioni dell’umiltà e della grazia ermeneutica e narrativa, che in realtà non hanno luogo quando ormai si è tutto in tutto, come promette l’evangelo di Cristo. E l’immagine che, attraverso Beatrice, Dante raggiunge, è apparentemente il massimo del disincarnato: “E come in fiamma favilla si vede, / e come in voce voce si discerne, / quand’una è ferma e altra va e riede, / vid’io in essa luce altre lucerne / muoversi in giro più e men correnti, / al modo, credo, di lor viste interne”. Ma questa immagine altro non è che il segno e l’agire del segno come azione e sentire: non sarebbe nemmeno immagine, se non in movimento; sono corpi e vite talmente libere da non cadere mai dentro alla rappresentazione, sono forze ergo-emotive e sinestetiche al di là della divisione tra soggetto e oggetto, come sempre in questa cantica; tanto che la loro stessa intensità intellettiva nei confronti della visione divina non è mostrata dal loro pensiero o dalle parole ma, propriamente, dalle modalità e dall’intensità delle loro azioni e movimenti. È pur sempre carne musicale, materia che vibra, agisce e suona, voce e canto propriamente polifonico: una sobria ebrietas, come direbbe Ambrogio, in cui la relazione musicale e ritmica ci porta nella communitas senza più immunitas – in quel massimo di apertura del corpo della vita che, tuttavia, non cancella la storia e le singolarità di chi vi partecipa, ma ne costruisce il senso e, più che il significato, la loro significatività – che è cosa ben diversa. E non dimentichiamo che, proprio qui, in questo canto, siamo nel cielo dell’amore, culmine di questa relazione e di questa forza.
E infatti ecco Carlo Martello – storia, carne e amore fatti musica in un intreccio che non è più grumo ma armonia – che prende la parola e non solo a suo nome, con quel “Noi” che, come vedremo, è in comunicazione anche con la storia di Dante sulla terra, e che mostra precisamente ciò che il poeta aveva anticipato nel suo sentire, vale a dire la modalità musicale del loro essere in azione e in unità, proprio come accade nella liturgia: “Indi si fece l’un più presso a noi / e solo incominciò: Tutti sem presti / al tuo piacer, perché di noi ti gioi. / Noi ci volgiam coi principi celesti / d’un giro e d’un girare e d’una sete, / ai quali tu del mondo già dicesti: / Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete; / e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, / non fia men dolce un poco di quiete”. Canto fermo e polifonia, se così possiamo dire, diventano la stessa unità relazionale, singolare-plurale, tanto che lo stesso uscire dall’unico “giro” e dall’unica “sete”, per la forza d’amore che ne è il motore, “non fia men dolce”; e tanto che la stessa relazione singolare dell’uomo Dante con Carlo Martello si tinge dei colori fortissimi e insieme dolci dell’amicizia terrena e della consonanza poetica, che in cielo non viene certo dimenticata o cancellata a favore di un freddo impianto concettuale – quasi che questi movimenti del cielo d’amore diventino tutt’uno con quelli della retorica e dello stile, dello scrivere e del leggere, insomma, del fare poesia.
L’immagine, splendida, che riassume tutto quello che abbiamo detto fino a ora, e forse l’intera modalità relazionale di questa cantica, ci viene offerta dalla voce dell’anima protagonista: “La mia letizia mi ti tien celato / che mi raggia d’intorno e mi nasconde / quasi animal di sua seta fasciato”. Ritroviamo, insieme, il massimo della letizia e dell’amore nel suo protendersi verso l’altro e, nello stesso tempo, quel non vedere mai fino in fondo, quel rimaner celato che non è una difesa ma un eccesso di gioia e che, come tale, non può non espandersi all’altro – ma in una modalità che impedisce l’appropriazione e la delimitazione conoscitiva di tipo solo razionale. Raggiare e nascondimento: è il ri-velare, è il massimo di una presenza che non si riduce a qualcosa di diverso dal suo evento presente, al suo accadere inappropriabile ma, proprio per questo, pienamente vivibile come esperienza d’amore.
Come al solito, poi, la dissertazione dottrinale è una conseguenza dell’intensità dell’incontro con l’altro e il suo evento: è certamente importante, ma sembra non essere il punto incandescente da cui ogni parola nasce e procede. E questo punto è l’amore, e l’amore non ha altre origini se non queste, di tipo somatico, relazionale, d’azione e gesto, nell’incontro con l’altro.

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