Bruno Galluccio, “La misura dello zero”, Einaudi, Torino 2015

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Bruno Galluccio

TRA MONDI: Bruno Galluccio, La misura dello zero, Einaudi, Torino 2015

misuraContrazione. Il movimento si riduce e gravita all’essenziale, le parole raccontano processi, costruiscono piccoli quadri di riflessione. La conoscenza fisica è il linguaggio che edifica tassello su tassello lo scenario attuale. Misure, Sfondi, Transizioni, Curvature, tutto si ri-dispone nel cosmo ma sempre nell’angoscia di una possibile fine. Al centro il racconto si fa storia dell’assenza, nella piccola rassegna i tre matematici illustrano il negativo, l’indisposto.
Pitagora, ovvero le origini e lo sviluppo della scienza occidentale in una pratica di vita che ha nell’astensione la sua causa, «ci asteniamo da cibo animale da fave / rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria». Ma è il linguaggio di questa scienza a farsi ironico collegamento col mondo, per diradare la notte. Il velamento oscura ma, allo stesso tempo, congiunge, perché inibisce la trasparenza ed è solo nel mistero che si crea l’alleanza tra mondo e lingua; il geroglifico che riproduce, falsandola, l’illusione di leggere il reale e raccontarlo.
Évariste Galois, matematico francese, morto ventenne per una ferita riportata in un duello, è presentato da Galluccio proprio nel momento culmine della sua breve esistenza: la notte prima del duello passata a sistemare il «guazzabuglio» di carte decisive, quanto scomposte, delle sue teorie. Non concluse un lavoro che nel suo assolvimento rischiò di essere per sempre perduto, dissolto.
Ed è il tempo, la possibilità di completare l’opera ad assillare ogni capacità creativa; per Galois la scomparsa era cosa certa.
Il tempo – e la notte del possibile oblio, notte che è termine chiave nei tre testi della sezione Matematici – si espande nel componimento intitolato a Kurt Gödel, il logico austriaco dei Teoremi di incompletezza delle teorie matematiche. Un vortice paradossale sulla coerenza dell’incoerenza, nel tempo relativo che accompagnava il matematico nelle sue passeggiate americane con Albert Einstein. Anche quella di Gödel fu una vita di privazioni, fobica, che lo condurrà alla morte per inedia: non mangiava più per paura del cibo, il nutrimento divenne la prima causa di possibile morte e restò ucciso da questa drammatica convinzione, avendo paura di nutrirsi della morte stessa.
Il tempo dell’accrescimento ribaltato nella scomparsa della causa, del disegno (Gödel odiava la geometria), il tempo curvo, plastico, di Einstein si cristallizza nell’indeterminabile e il processo si arresta, gira su un perno unico, quasi per reazione il sistema si autogiustifica: siamo sul bordo del post-moderno (Gödel muore nel 1978).
La misura dello zero è questa rotazione spazio-temporale che tenta la fuoriuscita da un’impasse pluridecennale: tenta di rinominare attraverso un linguaggio che, più che scientifico, sembra riflettere sui criteri della scienza, in un periodare estremamente “comune”, cioè comunicabile, che prova, quindi, a ricostruire la trasmissione di un racconto, originandosi dalla “fisica delle cose”.
Le altre sezioni, quelle che ruotano attorno al cardine “matematico” centrale, sono i confini di un resoconto sul mondo che si dirige all’astrazione, alla “fantasmizzazione” di un reale continuamente, ma oggi più che mai, in bilico tra il continuum e l’oblio.
Derive, disgregazioni e dubbi – lo abbiamo visto in Matematici ma possiamo vederlo proiettarsi sull’intera operazione – sono le incerte certezze di una comunque agognabile prosecuzione. Per questo il linguaggio della scienza sembra assumere l’aspetto, forse illusorio, di una ”oracolarità” che si preoccupa del destino del reale (e il presupposto pitagorico sembra trovare la sua giustificazione).
Oraculum versus ratio, o piuttosto l’accordo raggiunto nella dialettica tra visione e osservazione di ciò che avviene. Lo “zero”, allora, sembra indicare il punto di raccordo in cui il mondo si trasforma nel «guazzabuglio» astratto della sua composizione fisica; il passaggio dal fisico al metafisico (o meglio la loro commistione) è il mirino, lo zero, appunto, che capta e rende possibile la misurazione nell’immisurabile transito epocale, il baluginio di un criterio “altro”.
Ben oltre “la natura delle cose” o, platonicamente, più in profondo, sembra focalizzarsi la cooperazione tra la parcellizzazione infinitesimale dell’esistente e il vuoto assoluto, e la poesia di Galluccio sembra indovinare questa urgenza.

sculpture-budapest-zero-km
sculpture Budapest zero km (Fonte: cepolina.com)

Gianluca D’Andrea
(Agosto 2015)


TESTI

morire non è ricongiungersi all’infinito
è abbandonarlo dopo aver saggiato
questa idea potente

quando la specie umana sarà estinta
quell’insieme di sapere accumulato
in voli e smarrimenti
sarà disperso
e l’universo non potrà sapere
di essersi riassunto per un periodo limitato
in una sua minima frazione


dici dove non sei
dici attraverso il corpo
la linea degli edifici sull’orizzonte
che ti racchiude
il fango dove passi illeso

bene sarebbe entrare in un locale
ristorante o altro
partecipare a qualche forma di vita
i bicchieri fanno schermo
e transitano tranquilli nel presente
fuori un semaforo si muove e perde luce
verso le auto
che superato l’ultimo rallentamento
si dirigono al bersaglio dell’autostrada
veloci nella protezione degli alberi

sei capitato qui per caso dicevano
è il vapore che si leva dalla strada
è lo sguardo smarrito dai cappotti lucidi

ora tremi nel corpo
esci
ti sembra di non lasciare segni


il sistema di riferimento del no
sull’asse x porta il soggetto
su quello discendente il verbo
riflesso nello specchio
sul terzo trae il peso del tempo

data una sfera nella luce nera
quanto dista il suo centro dall’origine?


Pitagora

Il respiro della notte è onorato
ora va ad attenuarsi lo splendore degli astri.
Pitagora dorme.

Il paesaggio lo assiste
lo accompagna nello scendere cauto su rocce
in vista del mare.
Il sonno cu viene dagli alberi
il respiro dalla luce
che attraversa una lieve fenditura
e alta si espande.
Tutto è numero egli dice.
anche qui nella incomprensibile notte.

È vero: ieri c’è stato uno scatto
di superbia che ha offuscato le fronti.
Ma noi di certo veneriamo gli dei immortali
serbiamo i giuramenti onoriamo gli eroi
come egli ci insegna.
E di solito ci siamo ritirati con modestia
abbiamo cercato di non agire senza ragione
e ben sappiamo come il nostro destino sia la morte.
Il mondo ci confonde
ma noi confidiamo.
Ci asteniamo da cibo animale da fave
rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria
e per quanto possibile in pace soffriamo.

Pitagora dorme.
I sogni gli giungono dagli avi.
Ora il cielo è senza disastri
chi è arrivato sa di poter scegliere.

C’è il quadrato costruito sull’ipotenusa
e ci sono i quadrati costruiti sui cateti.
Generare collegamenti è la natura umana più alta.
Dimostrare è possedere
una parte di mondo dopo averla osservata
condividere una regione del linguaggio.
Frase genera frase e il buio si dirada.

Non portiamo fuori la notte
perché di cose pitagoriche sappiamo
non si debba senza lume conversare.
Tutto è serbato nelle nostre menti
e nei lineamenti tranquilli dei volti.

Tutto è numero – dice.
E ci dispone le proporzioni armoniche
dei suoni e degli astri.
Si pone dietro un telo
perché tutto sia nell’appartenenza
come un viaggio di abbandono
o come i nostri inverni ci cercano
il nostro muoverci negli spazi stellari.
E noi gli crediamo.
Che torneremo a dormire e a guardarci dormire
a far scorrere tra le nostre dita
questa stessa sabbia in un ciclo futuro

andando a ritroso coprendo le cadute di tempo
entriamo nell’agosto di quella passeggiata

la domanda negli occhi scuri
l’impazienza e il dolore per quello
che allora era futuro


malgrado il ruvido che a volte affiorava
e prendeva alla fronte alla voce
eravamo dalla stessa parte

la passeggiata era a tratti contenuta
da un passamano di corda
assecondava le rientranze della roccia

nei punti di sporgenza sul mare
ci prendeva l’aria


il presente mi manca

quel tempo trascorso in cui ora sorridi
le cose oscurate

l’immagine che si forma sulla retina
i bastoncelli magnifici sul mio libro di anatomia

come fare un passo all’indietro e rimanere chiusi
come far scorrere ogni cosa ma di fianco

sei nel giaciglio per far morire le tue ombre
dopo la battaglia viene la pace più dura

dopo le morti le probabilità vengono sconvolte


dopo tutte le morti ritornò a casa
per rieducare il senso del tatto
anche sotto il sole la coltre più esterna lo avvolgeva
a volte si sperdeva nella cucina
preparava cibi insipidi
e quando emergeva dalla lamina di distrazioni leggere
gli sembrava che tutti fossero ancora lì

prese a giocare d’azzardo
si fermò quando gli restava soltanto una striscia
decente di sopravvivenza
prese ad anticipare l’interesse del buio
tutte quelle telefonate
si accumulavano sul tavolino
nell’autunno delle frazioni

una volta mandò dei fiori
sotto un cielo nerissimo
la terra che accoglieva il vento
poi riprese l’avvicinamento alla pietra
a diminuire a restringersi

quasi lontano ci fu un grido
lo portarono via
assetato guardava con tutti gli occhi

*

incominciava la sabbia
l’umido nella testa
il calmarsi progressivo delle vele
spostava lo sguardo seduto sulla panchina
al limite di quella sabbia
nell’acqua c’erano tuffi alti e tranquilli e barche
e uomini dai nomi strani incompresi

eppure non me lo porti il nome


voce e suono porti con misure
lungo la durata il cerchio
si estende cerca ostacoli e risonanze
la sezione aurea dell’orecchio
è la residenza più alta

ciò che piò dirmi produce un rallentamento
prende la forma adatta del tempo
la fa ruotare ne fa gocciolare istanti

come si confondono gli anni le ere
e come gli eventi si vanno coagulando
in luoghi indipendenti dalla loro nascita


il gelo è incluso
il sistema già in movimento
riesci a sollevare tutto questo passato?

il tempo è stato scostato di un poco
perché non ci sia inclinazione
e l’acqua è spenta

si racconta che dopo
questo tragitto che hai di fronte
ci sia aria più netta e tagliente
che lo scenario non sia quello che vedi
ma una altro dotato di sovrimpressioni
che i corpi che abbiamo imparato
siano davvero siano vivi


probabilmente in una stanza diversa
ci sembrerà di ascoltare le stesse voci
e un respiro nella notte sarà tardissimo

*

solo rivedendo la forma
avremo spiragli sui possibili
per tutti i treni perduti
gli orari mai consultati

*

prendere infine in prestito qualcosa
dalla libreria delle stagioni
con le storie che si erano ammonticchiate
mentre si decideva

*

così le cellule del viso i loro attimi
la sincronia tesa col verde
con la modestia dei cespugli

*

lungo le tue sillabe
lievita la tua stanza
levighi il tuo senso del tempo

*

e mentre lo dicevi cadevi nel vuoto


il cielo declina
il plurale di tempo

*

una grotta caverna è scavata all’interno del mito
nelle viscere storia

*

gravità
per due diverse cadute nell’acqua terrestre

*

la capacità di riflettere nello spazio
la nostra albedo

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