Cos’è il contemporaneo. Dante e il paradiso (Canto II) – di Andrea Ponso

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Paradiso, Canto II. Beatrice mostra a Dante tre specchi (Fonte: Bodleian Library – University of Oxford ©)

di Andrea Ponso

Canto II

Un “legno che cantando varca”: si apre in questa materialità vibrante e pericolosa, e gioiosa insieme, il secondo Canto. Questo “legno” è metaforicamente la “barca” su cui si viene trasportati dalla corrente del desiderio; ma mi colpisce che sia il “legno”, materia grezza e naturale insieme, capace di resistenza e infiltrazioni, di galleggiamento in superficie e di sensibilità tattile all’umido e al secco. E non è forse, forzando come non si può non fare, anche Il Legno, quello della Croce che, tramite il suo sacrificio, apre alla vita risorta e nuova in Cristo? Quel legno che uccide Dio ma, contemporaneamente, apre le sue membra in un abbraccio inclusivo; quel legno che, come mero segno, viene superato dal significante del corpo di Cristo che vi è inchiodato sopra, come a dire che il corpo viene prima del segno, che il significante viene prima del significato. Del resto,

«dove finisce il linguaggio, comincia non l’indicibile, ma la materia della parola. Chi non ha mai raggiunto, come in un sogno, questa lignea sostanza della lingua, che gli antichi chiamavano “selva”, è, anche se tace, prigioniero delle rappresentazioni» (Giorgio Agamben, Idea della prosa, Feltrinelli, Milano 1985, p. 19).

Dante mette subito in guardia il lettore, in maniera netta e forse non solamente retorica, dal seguire questo percorso e questo canto:

tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pèlago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.

Non è anche cristico, oltre che estetico, l’ultimo verso di questa terzina? Una perdita, un non saper mettersi radicalmente alla sequela del poeta e di Cristo, che smarrisce e destabilizza, un vuoto che si apre come quello del sepolcro dopo i tre giorni: e noi, lettori come discepoli, siamo messi di fronte ad una possibilità di visione e di esperienza che non ammette tentennamenti: o quel vuoto è niente, oppure è un grembo che non trattiene e lascia nascere e rinascere a vita nova.
E infatti c’è un “solco”, un’altra spaccatura o crepa, quasi un ventre femminile, un taglio che si apre e si richiude, un altro vuoto come unica traccia da seguire: “servando mio solco / dinanzi a l’acqua che ritorna equale”. Tutto sembra tornare come prima, l’acqua come tutto si richiude nella sua impossibilità di ricordare se non un vuoto, un “solco”, una variazione ritmica, una pausa, una gravidanza continua. È così anche dopo la morte di Cristo, e per molti è così anche dopo la sua resurrezione, perché la sua presenza c’è, ma è sottoposta alla libertà del noli me tangere: si può toccare, ma non trattenere; è corpo e non uno “spirito”, e chiede da mangiare; è corpo fino in fondo, ma liberato da ogni determinazione riduttivistica. È con-tatto, ancora, stare dietro a quel vuoto che ritmicamente s’apre e si richiude, e chiama – e chi ama, vi s’immerge e risale, non potendo mai sprofondarvi completamente, come in un amplesso, come nell’amore: nelle sue splendide omelie sul Cantico Bernardo sosteneva con grande trasporto che l’ascolto della parola è coito con lo Spirito Santo.
E per far questo, occorre grande tracotanza unita a umile atteggiamento: scovare e accettare tracotanza e umiltà, significa acconsentire alla “concreata e perpetüa sete”; significa lasciarsi letteralmente torcere e distorcere il viso e l’essere da “mirabil cosa”: “giunto mi vidi ove mirabil cosa / mi torse il viso a sé”. E in questa distorsione dell’immagine e della rappresentazione c’è la lacuna luminosa che porta alla somiglianza divina, e c’è letteralmente la conversione, una conversione continua, un voltarsi, un cambiare continuamente senso e direzione per adeguarsi all’imprendibile e concretissima presenza di Dio. E, contemporaneamente, la somiglianza corre teologicamente e concretamente verso la figura dell’incarnazione di Dio, che rompe ogni logica terrena, ma che non distrugge il corpo e il “legno” che vibrano – solo li avvicina all’essere corpi gloriosi, capaci di non ostacolare, di non essere più impenetrabili ma relazionali:

S’io era corpo, e qui non si concepe
com’una dimensione altra patio,
c’esser conviene se corpo in corpo repe,

accender ne dovrìa più il disio
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura in Dio s’unio.

Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
non dimostrato, ma fia per sé noto
a guisa del ver primo che l’uom crede.

Poco più avanti, ritorna la problematica dei sensi, in rapporto alla visione e alla comprensione delle macchie scure che dalla terra si vedono nel corpo lunare; ma la risposta di Beatrice, questa pellicola e pelle sensibile, incarnata ed elastica che è il pensiero, non riguarda naturalmente solo quel fenomeno particolare quando dice che “dietro ai sensi / vedi che la ragione ha corte l’ali”. Ricordando ciò che la fede promette e presentifica, non possiamo non ritenere che è davvero la “ragione”, e non i “sensi”, che “ha corte l’ali”, che non riesce a stare dietro alla metamorfosi del corpo e del sentire e che, quindi, è dal corpo che viene primariamente la trascendenza come immediatezza del sacro; gli stessi discepoli non riescono a stare dietro al corpo glorioso del Risorto: le parole sarebbero facili da seguire, ma non bastano – e, infatti, ad Emmaus con le parole non si riconosce Cristo veramente, ma solo nel gesto del suo corpo quando spezza il pane. Certo i sensi e il corpo possono anche essere ostacolo, ma solo se chiusi nell’organizzazione della “ragione”: se invece la si lascia andare a fondo – “Certo assai vedrai sommerso / nel falso il creder tuo, se bene ascolti” – allora anche il corpo e i sensi salgono. Non vengono elusi ma piuttosto mondati, ripuliti dall’errore e, quindi, resi ancora più potenti e sensibili nell’ascolto:

Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,

così rimaso te nell’intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto.

Ecco forse una possibilità di spiegazione, sicuramente forzata ma per questo libera, di quell’immagine che troviamo all’inizio di questo Canto, quella della freccia scoccata che viene percepita nel suo percorso solo al momento dell’arrivo (“il volo di Dante finisce prima di cominciare” ha scritto il Bosco), retroattivamente, come se l’intento fiorisse dall’esito – solo dopo, come ricostruzione linguistica e narrativa, e non al presente. E non è questo forse il corpo che sempre ci anticipa, e la ragione che poi ricostruisce l’a priori e l’idea di un’origine sottomessa alla linearizzazione temporale e testuale? E dov’è il sacro se non in questo lasciarsi anticipare dall’alterità che ci raggiunge e ci sorprende proprio nel corpo e nei sensi finalmente liberati dall’errore – dall’errore di voler essere troppo “razionali” o dal dualismo tra pensiero e sentire? E questo è confermato anche dalle spiegazioni relative all’influenza degli astri: non solo il desiderio sale verso Dio, ma l’amore stesso di Dio scende ad irrorare ogni creatura nella sua finitezza. In questo senso, Dante scopre davvero la carne nel paradiso e il paradiso nella carne.

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