PREDESTINATION

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di Francesco Torre

PREDESTINATION

Regia di Michael e Peter Spierig. Con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor.
Australia 2014, 97’.

Distribuzione: Notorius.

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Tratto dal racconto “Tutti voi Zombie” di Robert A. Heinlein, il film dei fratelli Michael e Peter Spierig viaggia disperatamente alla ricerca di un approdo postmoderno, fondendo nella costruzione di un rompicapo (il)logico più generi cinematografici e allontanando da sé ogni possibile accostamento con l’estetica digitale. Dietro l’infinito e spesso pretestuoso gioco sul “chi è chi?” e “chi fa cosa a chi?”, e nonostante l’evidente volontà di nascondere il simbolismo socio-politico del racconto a favore di una più metafisica e wachowskiana ricerca esistenziale su temi di natura transgender, gli autori non riescono però a liberare l’intreccio da anacronistiche ossessioni della cultura capitalistica e proto-consumistica, tipiche della produzione di fantascienza Universal degli anni ’50: destino, carcerazione, ma soprattutto identità, diversità, conformismo.
Un agente temporale viene catapultato nei primi anni ’70 dalla Space Corp, misteriosa società che si occupa di rimozione dei crimini, allo scopo di eliminare Fizzle Bomber, un pericoloso terrorista seriale. Sotto le mentite spoglie di un barman, il futuristico detective “abborda” un malinconico scrittore di paccottiglia sentimentale, noto ai lettori con lo pseudonimo di Ragazza Madre, e si sorbisce (e noi con lui) il lungo racconto di una vita tormentata: orfanotrofio, violenza, aspettative professionali frustrate, storia amorosa andata a male e poi ancora rapimento del figlio, scoperta di una nuova identità sessuale e successiva trasformazione. «Se potessi, uccideresti l’uomo che ti ha rovinato la vita?», gli propone l’agente temporale alla fine del racconto. E da lì si dipana una serie di paradossi spazio-temporali che, con colpi di scena e ribaltamenti di ruolo, attraverseranno 50 anni di storia americana per ricostruire infine ciò che resta di un’identità frantumata e disperata, costretta ad una circolare lotta per la sopravvivenza, senza alcuna prospettiva di fine. Il serpente che si mangia la coda.
Una macchina del tempo a forma di strumento musicale e con un meccanismo che ricorda la chiusura delle vecchie 24 ore. Effetti speciali di apparizione e sparizione in stile George Méliès. Ricostruzioni d’epoca invisibili, confusionali, fatta eccezione per l’ambientazione anni ’60 della Space Corp che, tute bianche e apparecchiature arrotondate, lavora sui toni freddi del rosso e del blu come Truffaut in Fahrenheit 451. Se ogni segno grafico del film sembra operare in funzione del progressivo disvelamento della verità, di una ricomposizione narrativa prima evocata e poi plasticamente raffigurata in una sequenza di montaggio che ricostruisce senza alcun’ombra di dubbio il prima e il poi – a vantaggio degli spettatori più ingenui – pure è narrativamente e linguisticamente che il film pone oltre ogni umano limite di accettazione il principio di sospensione dell’incredulità. Impregnata di soffocanti clichés e sempre progettata per nascondere al pubblico ogni dettaglio chiarificatore, la storia di Jane/John (e di conseguenza del film) si basa sull’assunto che un medico, senza chiedere alcuna autorizzazione, possa decidere non solo di asportare gli organi genitali femminili ad una paziente, ma perfino di operare sul suo corpo ai fini di un irreversibile percorso di trasformazione sessuale, peraltro supinamente accettato senza neanche la richiesta di un supplemento di informazione. Per il racconto di questa esperienza gli autori non trovano altro espediente che la narrazione in terza persona, chiara e lineare anche se eccessivamente verbosa, e alla visualizzazione di flashback soggettivi preferiscono la ricostruzione demiurgica dei singoli aneddoti. Via via che questi si sommano e che il puzzle si ricompone in un disegno unificatore e totalizzante, sono molti i momenti in cui si percepisce che la sceneggiatura non poggia su basi così solide. Ma, pur volendo rinunciare ad un’analisi approfondita sulla fabula, è sul terreno della riflessione linguistica che gli autori sembrano aver abdicato totalmente ad ogni pretesa simbolica del genere di appartenenza. Il film, infatti, pur interrogandosi continuamente su uno degli aspetti costituenti del cinema – il tempo – lo vincola esclusivamente ad una funzione di pretesto narrativo, senza mai offrire tecniche di rappresentazione che mettano in mostra anche una consapevolezza di tipo teorico.

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La citazione: «Certe volte non pensi che le cose siano inevitabili?».

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