ANIME NERE

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Una scena dal film ANIME NERE

di Francesco Torre

ANIME NERE

Regia di Francesco Munzi, con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracana, Barbora Bobulova.
Italia/Francia 2014, 103’.

Distribuzione: Good Films.

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Ambizione, tradimento, vendetta, follia, morte. L’intreccio del terzo film di Francesco Munzi (tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco) richiama contenuti e topoi tipici della tragedia classica: tre fratelli, tre modelli valoriali contrapposti, tre identità complementari e insieme incompatibili; un luogo del mito e del fato, qui Africo in Calabria, dove ogni esistenza magneticamente converge e in cui tutti i conflitti si bagnano di lacrime e sangue; una scintilla, piccolo incidente alimentato da un latente scontro generazionale, che si trasforma – anche in virtù di silenzi e fraintendimenti – in un incendio assassino del senso di appartenenza, e dunque fratricida.
C’è del marcio in Aspromonte? Certo, ma non solo. La sceneggiatura di “Anime nere” sa disegnare traiettorie strutturali rivelatrici di grande maturità linguistica, inserendosi nel solco della tradizione del dramma post-contemporaneo e indagando con rappresentazioni iper-realistiche il modus operandi della ‘ndrangheta. Altrettanto caratterizzanti in tal senso sono sembrate le scelte fotografiche (esterni lividi, privi della luce del sole), il missaggio audio, complesso ed immersivo, e soprattutto il montaggio, energico e mimetico insieme.
Piuttosto incerta e limitata, al contempo, è parsa la voce autoriale, ancorata a facili stereotipi (la “Milano da bere”, la Calabria della “pizzica”) e radicata in un humus anti-progressista che relega le donne (tutte prive di coscienza e morale) sullo sfondo della Storia, condanna lo Stato al marginale ruolo di muto asseveratore di omicidi e illegalità varie, e senza alcun margine di speranza e fiducia si congeda dallo spettatore con la rappresentazione di un “presepe” di morte, paura e solitudine destinato a rimanere immutato per sempre.

La citazione: “La nostra vita qui in questo paese non è più una vita, è vivere la morte”.

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