Una giornata al Biografilm Festival

biografilm

di Francesco Torre

Una giornata al Biografilm Festival

Francesco Torre è stato al Biografilm Festival di Bologna. Ecco tre piccole recensioni a caldo dall’11ª edizione dell’evento svoltosi a Bologna dal 5 al 15 giugno scorso.


PODER E IMPOTENCIA – UN DRAMA EN 3 ACTOS

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Regia di Anna Recalde Miranda.
Italia, Francia, Paraguay 2014, 103’.

Fernando Lugo, ex vescovo della Teologia della liberazione, nel 2008 vince le elezioni in Paraguay. Dopo sessantuno anni di partito unico, trentacinque dei quali sotto la dittatura di Alfredo Stroessner, la sua vittoria rappresenta il sogno di un vero, grande cambiamento. Ma la politica non è fatta per i santi, e il sogno diventa un incubo, tra corruzione politica e informazione pilotata.

Non sorprende che il documentario di Anna Recalde Miranda, presentato fuori concorso a Bologna in una versione aggiornata, abbia vinto nel 2011 il Premio Solinas, ovvero il più grande riconoscimento nazionale riservato agli sceneggiatori. Il soggetto da cui prende le mosse, l’ascesa al potere e la caduta di Fernando Lugo in Paraguay, si sviluppa, infatti, tra inaspettati colpi di scena e trame secondarie, con una costante tensione emotiva e una solida progressione drammatica. Spesso lasciando sul campo interrogativi scottanti, rinunciando ad approfondire temi economici e culturali di interesse globale, ma mai abbassando il tono del racconto alla semplice documentazione della realtà.
D’altra parte, è proprio la forma del film – peraltro esplicitata nel sottotitolo – a richiamare la struttura aristotelica in tre atti, un paradigma perseguito coerentemente con tanto di turning point talmente incisivi da sembrare frutto di pura fantasia se non sapessimo che invece quanto ci viene narrato è successo davvero. Così, se il primo atto ha la classica funzione di settare il contesto storico-politico (un potere arrogante, opprimente, immarcescibile, con orrendi scheletri nell’armadio, che almeno a parole Lugo vorrebbe debellare per diminuire l’enorme divario economico tra il 2% della popolazione che detiene il 90% della ricchezza e il resto della popolazione) e di presentare al pubblico protagonista, alleati e oppositori, ecco che il secondo si apre con un evento del tutto inatteso, un punto di svolta quasi dal sapore melodrammatico: Lugo scopre di essere malato di cancro. Qui il film si apre a una nuova complessità, abbraccia il parallelismo diretto tra Storia e vita personale e semina le successive inevitabili tappe del racconto: la lotta con la malattia e con i nemici politici; l’apparente sconfitta delle terapie e la cocente batosta elettorale; il tentativo di riscatto politico e sociale, dopo la guarigione.
Avvincente e mai edulcorato, lo sguardo della regista non rinuncia mai a porre i protagonisti, anche l’”eroe” Lugo e la sua squadra, in un cono d’ombra in cui non sai se identificarli davvero con delle mosche bianche oppure solo con delle schegge impazzite di uno stesso sistema di potere. Le vicende umane e i fatti della storia si intrecciano perfettamente come in un corpo organico, con un equilibrato mix tra puro reportage e gusto per la narrazione.
Il risultato finale è un thriller senza happy end. Traditori, cospiratori, presunti narcotrafficanti, gruppi eversivi di misteriosa appartenenza ideologica e culturale costruiscono attorno a Lugo una ragnatela soffocante nella quale l’ex presidente, inizialmente salutato dalla popolazione come l’uomo del cambiamento, non può che rimanere totalmente invischiato, destituito infine da un colpo di Stato. E se l’epilogo ci mostra chiaramente – con la vittoria alle elezioni del controverso Horacio Cartes (membro del Partido Colorado, lo stesso del dittatore Stroessner) – chi ha vinto, cioè gli immobilisti, i gattopardi, i latifondisti, le multinazionali della soia, i corrieri della droga, pure è senz’altro evidente che tra gli sconfitti non vi sono Lugo e i suoi uomini (rieletti al Senato) quanto i contadini schiavizzati e le semplici unità di polizia, prima costretti a scontri fratricidi sull’altare di una riforma agraria mai realizzata e infine ricondotti all’eterno ruolo assegnato loro dalla Storia: quello di ultimi tra gli ultimi.


LE PIU’ PICCOLE DEL ‘68

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Regia di Elena Costa.
Italia 2014, 55’.

Nel giugno 1968 cinquanta operaie occupano l’unica fabbrica di Manziana, un paese in provincia di Roma, per opporsi alla sua chiusura. Molte di loro sono giovanissime, appena adolescenti, e quella è la loro prima esperienza non solo di politica, ma di convivenza fuori casa, di confronto con i grandi problemi del mondo, di libertà.

Si presentano come se il tempo si fosse fermato all’epoca dell’occupazione, le lavoratrici di Manziana protagoniste del documentario visto al Biografilm Festival nella sezione Biografilm Italia. I loro volti non tradiscono nulla riguardo alla loro età, eppure esse si rivelano al pubblico diversamente: «Io ho 19 anni», «Ho 21 anni», «Ho 16 anni», dicono legando in modo indissolubile quel passato e il loro presente, quasi a ricercare un’identificazione personale con quel piccolo grande gesto di ribellione che all’epoca fu accolto con stupore dai media e dagli stessi abitanti del paesino a 50 km da Roma. Quando le testimonianze iniziano a dipanarsi come una matassa su una macchina per cucire, però, lo sguardo della regista Elena Costa svela qualcos’altro: l’ordinarietà di una vita piccoloborghese di provincia, le case piccole e pulite, i balli di gruppo come passatempo e una tombola in piazza come evento speciale. L’occupazione, vista la quasi totale assenza di repertorio dell’epoca, filtra solo tramite i ricordi diretti, rievocati con eccesso di teatralità in piccoli siparietti domestici: una signora in giardino che ripercorre quei giorni mentre sbuccia i piselli con il marito; una mamma che racconta alla figlia davanti a un caffè; gli aneddoti che riaffiorano in una rimpatriata tra ex occupanti. Il tentativo evidente di mimetizzare la telecamera e lasciare che le emozioni possano venire a galla liberamente non sempre funziona. Il risultato spesso anzi è fictional: le donne sembrano ingabbiate in inquadrature studiate e artefatte, come attrici che recitano a soggetto davanti a una macchina da presa che le scruta in modo paternalistico. Anche le musiche originali, piane e colorate, contribuiscono alla costruzione di un’atmosfera familiare, da prima serata di Rai Uno, senza eccessi né storture, solo voci e storie edificanti. E la lotta, l’occupazione, il ’68? Relegati a un canto finale, a rappresentare, come in un film di Scola, il più rassegnato dei “come eravamo”.


THE ERPATAK MODEL

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Regia di Benny Brunnen e Keno Verseck.
Olanda 2015, 76’.

L’incredibile storia di Erpatak, un villaggio rurale dell’Ungheria trasformato in un piccolo nucleo orwelliano dall’idea politica di un solo uomo: il sindaco.

Come sono nati i regimi totalitari? Come è stato possibile che nel secolo scorso intere comunità abbiano accettato il peso di una tale aggressione sul loro stile di vita, che innocui cittadini si siano trasformati in sentinelle dell’odio, che l’individualità sia stata soppressa in nome dei principi militari di ordine e disciplina, che siano emerse figure dittatoriali ridicole nell’aspetto quanto spietate nel modus operandi?
Il documentario di Benny Brunnan e Keno Verseck, mostrando una realtà contemporanea, risponde anche a queste domande, trasformando un piccolo caso di cronaca nazionale ungherese in un incubo continentale. Ecco rivivere, infatti, con il sindaco della piccola città di Erpatak, «il mostro scaturito dal cuore dell’Europa», ovvero il nazismo. Tolleranza zero, distinzione dei cittadini nelle categorie di “costruttori” e “distruttori”, propaganda nazionalista nelle scuole, celebrazioni con canti di regime. Questo e altro nel repertorio di Zoltán Mihály Orosz, curioso sindaco di una cittadina rurale magiara, che veste buffi abiti tradizionali e sfoggia un sorriso rassicurante. Non tutti in paese lo prendono sul serio: c’è chi ironizza sui suoi metodi, c’è chi apertamente li combatte. Ma intanto la popolazione è sotto scacco, chi non segue le regole rischia di perdere il sussidio statale, spesso l’unico strumento per portare a tavola un pasto caldo al giorno, o addirittura i figli minorenni, allontanati dai servizi sociali. E il “Grande Fratello” è sempre lì, a controllare ogni movimento ed intervenire, se non con la violenza umiliando pubblicamente i non allineati. Lo Stato ungherese tollera, evidentemente, anzi incoraggia, spalleggia con politiche aggressive e ideologia revanscista. E tutto si svolge in un clima di apparente normalità, un’atmosfera quasi surreale che, come in un film dei Fratelli Cohen, racchiude un enorme potenziale d’odio e violenza sempre pronto ad esplodere.
Alcune sequenze, come quella del processo che vede il sindaco imputato per diffamazione, sono forse eccessivamente lunghe e verbose, ma i registi fanno sempre in modo che la realtà emerga da sola senza pregiudizi, quasi con sguardo scientifico. D’altra parte, forse, era l’unico modo per ottenere la fiducia delle istituzioni locali e in primis del sindaco, avere l’autorizzazione a riprendere le “adunate pubbliche” e i processi sommari in piazza, gli incontri in Municipio e le rievocazioni notturne delle battaglie delle SS. Un procedimento da reportage puro, che rinnova gli interrogativi classici sulle possibilità di un revival nazionalista in Europa in modo non militante, più attento a chiamare in causa gli aspetti antropologici della questione che a proiettare funeste sorti socio-politiche collettive.

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