BEKAS

bekas
Una scena dal film BEKAS

di Francesco Torre

BEKAS

Regia di Karzan Kader. Con Zamand Taha (Zana), Sarwal Fazil (Dana).
Svezia/Iraq 2015, 92’.

Distribuzione: Minerva Pictures.

Programmato in pochissime sale in tutta Italia (in Sicilia per il momento solo al Cinema Mezzano di Porto Empedocle), Bekas è la versione extra-large dell’omonimo cortometraggio d’esordio di Karzan Kader, apprezzato e premiato al Giffoni Film Festival del 2011. Autobiografico (Kader è fuggito dal Kurdistan all’età di sei anni proprio alle porte della prima Guerra del Golfo, per poi emigrare in Svezia), prende le mosse proprio dalla grande diaspora del popolo curdo per narrare il tentativo di Dana e Zana, piccoli orfani senzatetto, di raggiungere la libertà superando, a bordo di un asino o agganciati ai tubi di scappamento di un camion, i confini iracheni presidiati dall’esercito di Saddam Hussein.
Adattare al lungometraggio una storia pensata e realizzata per il formato breve è da sempre esperienza azzardata. Spunti narrativi di breve respiro ma grande intensità drammaturgica, infatti, possono colpire al cuore o sorprendere se sviluppati nell’arco di 10 o 15 minuti, ma risultare annacquati, ripetitivi e prevedibili se estesi al quintuplo della durata. Bekas, in questo senso, mostra in maniera evidente tutti i limiti di questo genere di operazione: verbosità, inserimento gratuito di intermezzi comici o paesaggistici, aggiunta di linee narrative superflue e fuorvianti (in questo caso, una sotto-trama sentimentale tra adolescenti niente più che abbozzata).
Una regia particolarmente creativa e dinamica, il tono antinaturalistico da fiaba contemporanea ma soprattutto il volto e i corpi dei due splendidi protagonisti, esercitano però il proprio fascino anche all’interno di una struttura così storpiata, peraltro infinitamente deturpata dal doppiaggio italiano.
Kader si esalta nelle scene d’insieme e nei totali, utilizza senza paura dolly e bracci meccanici, esaspera il confronto tra i due fratelli tramite inquadrature irregolari di grande intensità emotiva. Il suo cinema sembra aver acquisito la lezione di Danny Boyle (due i riferimenti principali: Millions per il ritratto di una coppia di fratelli la cui infanzia viene infranta da un lutto, ma soprattutto per l’esuberanza e la lucida follia del minore che serve da lezione al maggiore, già tentato dalle storture del mondo dei grandi; The Millionaire per la descrizione della vita di strada, il continuo ricorso a futili espedienti narrativi che mantengono la macchina da presa sempre in movimento, la precoce dimestichezza con il lavoro e il denaro, il desiderio di fuga), legando ottimamente la funzione narrativa con l’esigenza di puro intrattenimento.
Un velo di luce solare copre poi ogni angolo del fotogramma, sottolineando ora l’immutabilità di scenari ancestrali – lande deserte in cui ogni riferimento temporale perde significato – ora il calore di un percorso di formazione on the road che gioca tutto sulla visualizzazione di emozioni semplici di carattere universale: gambe che macinano metri rincorrendo un pallone, corde che si arrotolano su una carrucola, un bagno all’aria aperta, il lancio di una biglia con uno schiocco di dita. Risate. Pianti. Abbracci. Rapidi e fertili frammenti che descrivono lo stato e i riti dell’infanzia, e che sembrano offrire il vero tratto d’autenticità di un film che, preoccupato di essere politicamente corretto ma in fondo sostenuto da un’adesione fideistica al capitalismo occidentale (Superman, la Coca Cola, i jeans come traguardi di un percorso spirituale verso la libertà e la felicità), finisce per risultare allergico a qualsiasi approfondimento storico, autocensurandosi sulla pulizia etnica operata da Saddam Hussein così come sugli interessi degli Stati Uniti legati all’altissima concentrazione di giacimenti petroliferi del Kurdistan.

La citazione: «Da che parte dobbiamo andare per l’America?».

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