“Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)

di dio ignani
Tommaso Di Dio (Foto di Dino Ignani)

Tua e di tutti di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)

tommaso-di-dio-tua-e-di-tutti-copertinapiatta21La nuova raccolta di Tommaso Di Dio si confronta con la nominazione e la possibilità della parola di espugnare il vuoto di senso. La dicibilità di un mondo che si avverte “agonizzante” si volge nella premura “agonistica” del martellamento nominale: «Milano le case le strade; la sera, lo sgorgo» (Forse bisogna chiudere gli occhi, p. 20). L’accumulazione non vuole dare ordine ma tensione e sforzo a una parola destituita di valore e credibilità, non c’è climax e neanche il suo contrario:

La strada; il giorno che
qualcosa ricomincia. Ora
sei venuto a stare qui. Ma dall’alto la città
non era che una miriade sbriciolata di luce
strada faccia qualunque. Bisogna legarsi
erodere le grandi distanze
per le schiene delle montagne
cercare dove fra gli occhi la vena
prende sangue e qualcosa ancora
resta, s’infittisce, moltiplica,
dice cosa è
dimenticarsi; di aver odiato
una volta in ogni dove il tutto
di questa vita.

(p. 32)

La neutralizzazione del senso trova uno sbocco nella pietas per il circostante cui si chiedono momenti di accensione, desideri dileguati di un’individualità in deficit o in apprensione per la scomparsa:

Ho ancora gli occhi
sporchi dei sogni. Ci sono tanti
alberi e cieli nella mente tenuti
troppo stretti che ora
cosa sono. E invece vedi questo
sentirmi nel corpo solo, neutrale; e volere tutto
da questa materia fragile
ottusa insensibile vivacità della pelle
che tocca l’altra pelle. Sono gli anni un bosco
rotto per la luce del giorno, del non preciso
amore che mostra
la solitudine dei rami. Chiudo gli occhi.
Voglio sporcare il giorno di tutti i sogni.

(p. 35)

Forse è il magistero di Rebora a farsi più pressante nella riflessione poetica di Di Dio, la volontà di insieme che traspare dai versi e l’umiltà “procacciata” sin dal titolo della raccolta investono il desiderio di comunicazione (le parole comprensibili e “umiliate” di matrice lombarda) del barbaglio di una comune appartenenza: il niente che ci pertiene è la potenza di dirlo, appiattiti sì sul luogo comune della nominazione che non riesce a rinnovarsi ma ri-scopre le cose – pochi testi, ma significativi, vertono sui tempi verbali del passato e dell’imperfetto e portano all’emersione i grandi temi del ritorno e del ricordo:

Non era neve. Non era bianco.
Non aveva
ricordo di te. Se non
quel cielo sempre indietro.
L’Italia le case le montagne; le domeniche
spianate a furia di preghiere
i mattoni la tivù
le chiese. La spalla non aveva
che un foro, un buco. Un passo
un grado più in là, nel deserto
dell’Afghanistan un dio senza peso
non aveva
ricordo per te. Di te cosa tiene
il mio paese. Non era neve.
Non era bianco. Quel sapore dell’altro
uomo che hai
sulla bocca.

(p. 38)

La prospettiva di un futuro che sia espiazione nell’ammonimento dell’annientamento avvenuto da sempre

Quel che ammonirono i libri santi.
Quel che scrissero i poeti. Le epigrafi.
I ruderi. Le pietre le caverne
scavate con le mani in gloria
del sangue di bufali, di elefanti. Tutto questo
essere stati non basta
bisogna ripetere tutto, capitolare.
Bisogna pagare.

(p. 41)

è in realtà la speranza che «mentre monarca/ l’ombra divora» (Ci sono ore di ordine; stagioni, p. 46) un percorso continui. Ripetizione più che linearità, le chiuse sereniane («Ho cercato tanto un tempo del tempo/ per dire qui», p. 46) ribadiscono l’ossessione per i giorni e i tempi. Dalla monotonia, dal niente urbano e post-umano, l’infimo inizio di una fuoriuscita, sgorga quantomeno il dubbio che comunque questa, e non un’altra, vita sia desiderabile.

Gianluca D’Andrea


Di seguito una riflessione sul testo più rappresentativo dell’intera raccolta, apparsa su Cronache Maceratesi nel marzo dello scorso anno.

Spazio Inediti: Tommaso Di Dio

Sotto il deserto
Sterile nel tempo,
Procede fresco e lento
Un fiume immenso.

C. Rebora

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.


È un piccolo percorso di risalita, un’ascesa laica all’innocenza, la prima parte di questa composizione. I primi nove versi (dei 20 complessivi), infatti, tentano la costruzione di un quadro che si presenta come l’avveramento del sentire nella sorpresa dell’esserci: «Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente/ l’erba, ogni singolo/ mattone che all’alba prende/ luce e presenza». La presenza di oggetti poco definiti, che lasciano spazio alla rivelazione di un senso che non si spinge oltre – non lo vuole – quei minimi contatti di realtà. Una realtà illuminata per un attimo (la rivelazione) che poi si appresta a ridiscendere «scura» accompagnata dall’«aria fredda […]/ nella metropolitana». Catabasi del segno che, impastandosi di vita, prova a riformulare una visione per accostamenti e aderenze nei confronti del reale, e suscita symbŏla, idee diverse dai meri dati sensibili. Non è lo slancio ma la volontà umile, bassa (ricordiamo che il poeta è lombardo), a cercare e ad aspirare all’immersione nell’esistere: «[…] E lei è lì; prega/ storta e disancorata. Sempre lei/ balla cade offende» la vita in deficit, la vita fragile da amare nonostante il male, il «niente che non l’abbandona».
L’aspetto edificante, la religiosità laica che ha una tradizione importantissima proprio in Lombardia – si guardi alle origini della nostra letteratura, a Bonvesin de la Riva per esempio – è presente in questo testo semplice, accessibile ma non per questo ingenuo. Abbiamo fatto riferimento a una costruzione per tappe: la prima, “ascensionale”, vive in un tempo di sospensione, tra il percorso concreto e l’immagine mentale della salita, fino a una fugace apertura metafisica («[…] la porta che si apre e sei/ cielo di sguardi»). L’atmosfera è tenue e non è sbilanciata neanche nella fase discendente (dal verso 10 in poi), anzi dopo una breve parentesi – le metafore “oscure” dei vv. 12 e 13, «la catena regale degli abbrac-ci… ecc.» – torna a concretarsi nella figurazione della «vita reale», in una contrapposizione col niente dell’ultimo verso, che ristabilisce la scelta dopo l’attraversamento. Il viaggio del soggetto, che si dispone a una maggiore aderenza ai ”segnali” della vita, è, quindi, la semplice constatazione di esserne parte e di amarne la fragilità, perché è sempre incombente l’esposizione al nulla, alla fine.

Gianluca D’Andrea
(Marzo 2014)


Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore di Favole, Transeuropa 2009, con prefazione di Mario Benedetti. Ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori 2009. Una scelta di suoi testi è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore 2012. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte, per la cui compagnia teatrale scrive testi. Partecipa agli incontri di poesia Fuochi sull’acqua. Recentemente è stato segnalato come il poeta tra i 20 e i 40 anni più votato da pordenonelegge. È fra i redattori della rifondata rivista Atelier.

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