BIG EYES

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Una scena dal film BIG EYES

di Francesco Torre

BIG EYES

Regia di Tim Burton. Con Amy Adams (Margaret), Christoph Waltz (Walter), Terence Stamp (Canaday), Jason Schwartzman (Ruben).
Usa 2014, 106’.

Distribuzione: Lucky Red.

“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Ottanta anni dopo la pubblicazione del geniale saggio sulle trasformazioni che nuove tecnologie, totalitarismi e società dei consumi impongono ai sistemi di produzione e fruizione dell’arte contemporanea, Tim Burton mette in scena la vita della pittrice Margaret Keane dimostrando in immagini la consistenza di molti dei postulati teorizzati da Walter Benjamin: l’ormai inutile contrapposizione tra falso e autentico; la perdita dell’aura; la sostituzione dello spettatore con il pubblico, della fruizione con il consumo; il problema della paternità artistica (vedi alla voce diritti d’autore) e l’anonimato come unica salvezza per la salvaguardia della dignità ontologica dell’opera d’arte.
L’analisi è approfondita, meditata e anche avvincente nel modo con cui penetra all’interno delle strutture narrative imposte dalla fiction. La vicenda privata e pubblica della Keane e dei suoi ritratti – caratterizzati dalla presenza di occhi «grandi come frittelle» – si presenta al regista come un paradigma teorico e una fonte inesauribile e proteiforme di spunti estetici, sociali e linguistici. E se la metafora non riesce a celare del tutto il proprio contenuto morale (la possibilità di un riscatto per l’arte – cinema compreso – corrotta dalla società dei consumi), l’onestà intellettuale dell’autore è massima nell’evitare con coraggio l’apologia d’artista (anzi, si insinua più di un dubbio sul valore assoluto dell’opera della Keane) e nel desiderio/esigenza di ricondurre ogni riflessione estetica ai propri classici elementi di poetica.

Non è difficile, così, leggere il personaggio di Margaret Keane – pittrice vissuta in un’epoca in cui «le donne non vendono» – come l’ennesimo di un’infinita galleria di “diversi”, socialmente disallineati, destinati alla marginalità e allo sfogo creativo nei misteriosi territori dell’inconscio. E cosa rappresenta invece Walter Keane – bugiardo seriale che ha costruito un impero degno della Factory di Warhol attorno ai quadri dipinti dalla moglie, ma vendendoli come fossero suoi – se non quell’insidiosa, ambivalente figura di mentor/opponent cui l’autore ha dedicato quasi con atto di sottomissione uno dei capitoli più sofisticati e intimi della propria carriera d’artista, ovvero Big Fish?

Formalmente eccepibile (sia per la cornice che dà vita alla narrazione esterna, la cui voce non sembra mai avere caratteristiche di urgenza, sia per la meccanicità di scene e dialoghi che strizzano l’occhio alla commedia brillante, soprattutto nella prima parte), Big Eyes risalta per autenticità degli intenti, per coerenza stilistica, per raffinatezza d’indagine psicologica. Pregi, questi, che al film derivano grazie al mimetismo interpretativo di Amy Adams, che rende possibili continui passaggi di tono e sfumature e altrimenti ridicole fughe nei territori dell’animazione digitale. L’intera sequenza nel tribunale hawaiano, costruita come un processo al concetto stesso di falsità, è poi da antologia.

La citazione: “L’arte è personale”.

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