Vincenzo Nibali

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Vincenzo Nibali (foto Famiglia Nibali)

Vincenzo Nibali

A Messina

Sarà il vento o i monti alle spalle
la striscia sottile di costa
e la pelle salina, crosta
di terra fatta d’incroci.

Peloro, mostro di Annibale,
per cui nulla è veramente maestoso
ma comune come la gioia sentita,
il senso di libertà presunto,
la sintonia del corpo umano
col supporto della locomozione.

Quel giorno, già dopo Barcellona,
lo Stretto divenne coagulo,
gli incroci e l’aria si restrinsero
votandoti alla Toscana,
la storia banale di un uomo
che aneli e ambisca a se stesso,
trasfigurandosi come la nostra lingua,
per l’attrazione impressa in ogni relazione.

Calcide e Peloponneso deformati
dal viaggio, appianati nell’accoglienza;
luce e temperatura possono forgiare
anomalie, pelorie, i mostri
che tutti sappiamo di essere.
Ma come indirizzarci? riempire
la strada, orientarla a un traguardo.
Meta non c’è oltre il limite di ogni tappa.

Più che aspro, lo squalo è deciso,
si muove e limita la sua necessità.
Quindi ancora il confine, il controllo
delle asperità è la frequenza di un traguardo,
il battito che si adatta al desiderio.
Il mostro peloro valica altri passi,
si trasfigura nel controllo, Hautacam,
stazione invernale, in cui un giovedì di luglio,
Pirene è infilzata da un Eracle in tutina attillata,
dal mostro Annibale che valica i tempi.
Le due ruote e le due gambe,
l’energia scatenata e gestita
su terra e pietra e asfalto,
esemplari di un tragitto che andrà sempre percorso.

Gianluca D’Andrea
(Inedito, Luglio 2014)

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