[ECOSISTEMI] – Recensione di Daniela Pericone

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Gianluca D’Andrea

di Daniela Pericone

[ECOSISTEMI]
di Gianluca D’Andrea

ecosistemiSi muove come una esplorazione di mondi ininterrotta, un legame di continuo rescisso e riannodato tra il dentro e il fuori, tra paesaggi interiori e habitat esterni la scrittura poetica di Gianluca D’Andrea riunita nel libro [Ecosistemi] (L’Arcolaio, 2013). Una scrittura che inarca arditezze semantiche e foniche a scardinare codici di linguaggi e tradizioni acquisite, aprire longitudini di significati e illuminazioni impreviste (“oggi invento la mia lingua / su scarpate fossili / slanci di pietra”). Con tale intendimento la parola di D’Andrea, consapevole della propria forza, della dirompenza del verso che non riconosce costrizioni, si spinge a considerare, per apparente paradosso, anche la libertà come un limite da superare (“stronco le libertà che mi s’impongono”, Al centro [Evosistemi]).

La partitura del libro, con un impianto quasi architettonico delle sezioni, dei testi suddivisi all’interno, e persino dei titoli, racchiusi sovente in parentesi quadre, è concepita come un labirintico entrare, uscire e rientrare dai temi ricorrenti, dai moduli espressivi, da luoghi (Ecosistemi) e tempi (Evosistemi) scanditi dall’idea che ha motivato l’intero corpus poetico. Se ne avverte la tensione originaria scaturita dapprima dall’osservazione e poi dal contemperamento dei contrasti, tale da poter attribuire al libro una temperie circolare di disfacimento e rinascita. Sovvengono per analogia di atmosfere certe aperture simbolico-realistiche di Roberto Sanesi:

Come osservando la città in fiamme, la polis,
con qualche fiero animale di traverso
fra un avvento possibile e il gancio che lo strazia
pendulo nell’attesa di un’assoluzione, mi chiedo
che direzione ha preso questa idea
del ritorno

là dove D’Andrea sembra accoglierne il lascito:

Bave animali invertono i suoni
percussioni invasive
il mondo è un altro ordine
evirare la possanza dei monti
una figura somma, delinquere minerali.

In ogni caso, qualunque sia la tonalità linguistica di volta in volta adoperata per esprimere la visione di siffatti mondi, ciò che l’autore intende attraversare, e dunque superare mediante lo strumento conoscitivo del linguaggio, è l’intrinseca contraddizione di un ambiente, di un ecosistema appunto, brulicante di umori, lordure, violenze e nel contempo di occasioni d’amore, comprensione, legami da salvare e da cui farsi salvare: “Cerca nell’altro il compenso / alla mancanza di forza, / la tua fantasia se pura / libera ogni mondo” (Favola – I).

Un aspetto non secondario traluce peraltro da queste pagine, ossia l’amore per la Parola, il gusto del gioco linguistico, che non è mai fine a sé stesso né vuoto artificio narcisistico, ma è sostanza stessa del dire poetico, come nell’esito felice della poesia Il mento dell’isola, dove il poeta gioca a capovolgere il senso e la prospettiva del titolo accostandovi, qualche verso più in là, il sintagma “isolo la mente”, in una sorta di chiasmo dell’immagine, che svela l’arguzia e l’inclinazione dell’autore a catturare nuovi sensi attraverso la combinazione sapiente e intuitiva di termini e funzioni. Slancio combinatorio che si prolunga fino al testo successivo intitolato Isolamenti. A confermare questa impressione ecco i versi che si porgono come un’ulteriore dichiarazione di poetica: “La mia lingua diroccata e costrutta / è i vicoli della mia capitale, / città capitale della mia lingua” ([Religio] Preghiera). Con la medesima attitudine e un chiaro rimando al poeta fingitore di Pessoa, D’Andrea definisce il poeta un “falsario / impiegato della sua finzione / che ama scuotere il nulla / incidendolo” (Una tecnica con gli strumenti).

Un altro carattere che connota la cifra stilistica della poesia di D’Andrea è la frequente dicotomia tonale ed espressiva di taluni componimenti, nei quali il nucleo iniziale esordisce sviluppando ambientazioni ed elementi di esasperata tensione, cui corrispondono scelte lessicali di accezione negativa spinte allo stremo, quasi al limite della tollerabilità, per poi sfociare negli ultimi versi in una inattesa apertura di senso, una diluizione di toni e significati che allenta il respiro, riproducendo così quell’alternanza di contrazione-distensione, sistole-diastole che è il ritmo stesso della vita:

E nonostante l’immane sdegno
ancora amarla questa vita
e non cedere al disgusto
ma adagio senza fughe
lottare per il nido
violenza su violenza
([Come una croce amare la rovina]).

Forse è qui che si può rintracciare il nodo più profondo della poesia di D’Andrea, il luogo in cui intende condurre sé stesso e il lettore, un fiume carsico di forze che mantengono vivo lo “splendore che riluce dove oscuro è” (Imbrattamento), là dove non cedere significa “sapere / […] che mai / uscirai dall’amore in questo mondo” (Interrompere e tradire [Ecosistemi]in me).

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