Stelvio Di Spigno – Testo e commento

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Stelvio Di Spigno

di Gianluca D’Andrea

Il premio del deserto

Non troviamo scritto che egli abbia mai
mormorato contro Dio, ma sopportava la fatica
rendendo grazie, per questo Dio lo prese con sé.

Detti dei Padri del deserto, Collezione anonima, 376

Delle pigre montagne lanciate a mormorazione
delle nubi e dei falchi contro la spettrale solitudine,
quelle che vanno da Mercogliano a Fossanova
hanno più da dire, più da parlare intorno al mondo
che in questa similitudine fabbrica stipiti e porte ingannatrici,
grandi messaggi di pietra e di grotte sul dosso dell’aurora:
la più grande vittoria è di chi sa stare in piedi
restare utile nella grande selva di tutti gli io
passati, futuri e venienti,
la tavola appena raccolta sotto il delirio
floreale della casa al mare, anzi sottomarina,
il tutto sparito sotto una coltre di anni abnegati,
i vestiti chiari, il roseo passaggio di venti e barche
sotto il porto turistico e il molo riservato
ai pochi che ancora non sanno cos’è stato
l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra,
la sua scomparsa per le mille feritoie del tempo.

(Tratta da Qualcosa di inabitato, di Stelvio di Spigno e Carla Saracino, EDB, Milano 2013).

Poesia di luoghi e tempi assoluti, una resistenza migrante, un pellegrinaggio estetico in movimenti oscillatori: si passa dalle «pigre montagne […] che vanno da Mercogliano a Fossanova» (itinerario spirituale, ricordiamo le presenze religiose significative del Santuario di Montevergine e dell’Abbazia di Fossanova) alla più prosaica, si fa per dire, «tavola appena raccolta sotto il delirio / floreale della casa al mare, anzi sottomarina». Sì, perché il movimento del testo ci illustra il mutamento continuo sotteso a una poetica della trasfigurazione. Una fuoriuscita dal solco (il delirio) delle apparenze, l’accensione che in un attimo ricrea il mondo per poi scomparire «per le mille feritoie del tempo», con uno slittamento metaforico che riconduce all’attesa, alla ripetizione solenne (che si ripete negli anni, diventando celebrazione) di un gesto, quello poetico, sempre rinascente dalla clausura fortificante del tempo. Proprio il tempo sembra assumere una valenza escatologica che, innescandosi nella memoria del soggetto, riapre alla resistenza di un senso che va oltre la «grande selva di tutti gli io / passati, futuri e venienti», funzionando come il dispositivo di un’attesa, di una speranza a venire, che riqualifichi l’utilità dell’esistenza. Il procedimento è complicato dalla fiducia sviante nei luoghi della memoria, moralmente implicati nel desiderio del soggetto che si ripercuote sul reale. Partendo proprio dal volo cognitivo della prima parte, raccogliendosi, nel finale, in referenze che rinviano alla ripetizione («l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra», che agisce nel senso di una ritualità imprescindibile, per cui il nome sottaciuto e velato sotto la metafora comune è la morte, innominabile perché si vuole liberare dalla retorica della fine, assimilandola alla vita di cui è più semplice – ma quanto rigoroso! – velamento), alla scomparsa e alla chiusura («le mille feritoie del tempo» che possiedono comunque uno spiraglio difensivo – la minima luce di una difesa che è speranza nell’assedio del tempo), la composizione afferma il suo compito, ci avverte sull’ineluttabilità del limite, ci ricorda che «il premio del deserto» è la dissoluzione (leopardianamente?), ma ci informa, allo stesso tempo, della speranza che non tutto è nullificato se si ha fede nel resistere nonostante, in quel sacrificio che consente anche in un unico istante di far penetrare la luce nella fortezza assediata.


Stelvio Di Spigno vive a Napoli, dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale, Gadda, Pavese, Zanzotto, Claudia Ruggeri e sulla post-avanguardia poetica italiana, insieme alla monografia Le Memorie della mia vita di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in “Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano”, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Calabria), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013).

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