Spazio Inediti (5): Diego Conticello – di Gianluca D’Andrea

conticello
Diego Conticello (Foto di Donatella D’Angelo ©, 2017)

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (5): Diego Conticello

In bilico su minimi vortici di silenzio

L. Piccolo

Cosmagonia

                                          a Lucio Piccolo

Se un’enorme massa,
una dell’infinita
gragnuola
trapassante le galassie,
sfondasse i fragili
veli sferici
ad un’ora, ad un tempo preciso,
avremmo un’altra Tunguska,
impensati megatoni
del tramonto.
Questione di traiettorie,
risucchi implosivi
per cui siamo
conigli abbagliati,
sagome inutili
inette a smuoversi.

Chimiche brillanti
attraversano le ere
proiettando particole, orologerie
cieche puntate nelle tenebre,
luci scottanti della fine

l’universo enfiato
in un punto
che tutto sugge,
il nero foro dei mondi,
ombra contratta,
nulla allo stato puro.

Oscureremo per troppa chiarità,
un collasso
per veemenza di stelle…

entropia
non è piacere
di belle metafore e brune
ma morte della luce,
fuga da grazia
materna,
totale penetrazione
del gelo.

In un grande strappo
il mietitore fosco
espanderà questa
illusione vitale
esternandola all’oscura potenza

sebbene
serbiamo il segno,
unica serie di curve
al limite del sensibile
nella sera del cosmo.


L’immagine iperbolica, resa possibile, già all’inizio del testo, dalla costruzione ipotetica del primo periodo, tradisce la potenzialità effettiva di un accadimento, anzi la ripetizione di un evento che già in un passato non lontanissimo si è realizzato (Tunguska, 1908).
La vertigine spalancata dalla possibilità della scomparsa possiede una valenza gnomica che si allarga alla fine del quadro, in quell’ultima strofa che ci consegna la sentenza (come nella migliore tradizione, quella greca, mediterranea delle origini), per cui l’unica resistenza, pur sempre effimera, è la conservazione del segno, la nostra preghiera d’amore a quel cosmo che sappiamo essere «nulla allo stato puro». I metalogismi, si sa, tentano nuovi significati, abbattono i limiti linguistici, creano nuovi realia, rinnovano una cultura attraverso lo spostamento continuo dei significati. Quando la “ricchezza” linguistica barocca s’incontra con l’effettività di accadimenti iperbolici, occorre constatare la verità del nuovo. Il testo di Conticello tenta questo, re-illumina una lingua di tradizione («gragnuola/ trapassante le galassie», «veli sferici», «l’universo enfiato», «un collasso/ per veemenza di stelle», «il mietitore fosco») con la ricchezza dell’aggettivazione ricercata, del barocco sfrontato e ironico ma che, nell’amarezza della chiusa, si fa sentenzioso, moraleggiante in senso positivo, perché investe il segno di un diverso ma eterno senso, quello della conservazione e della fugace trasmissione. Le scelte di questo componimento sembrano ribaltare certo understatement ormai di maniera, non si adagiano sul dato, ma lo provocano dall’interno, instaurano una lotta sottesa tra il segno vitale, ubertoso, e la secchezza del nulla imposto. Il poeta siciliano, così immerso nelle radici della cultura occidentale, sembra rimodulare un passaggio d’origine: dal niente primevo di un arcipelago di isole immerse nella solitudine dei mari si giunge al nulla solitario di un pianeta alla deriva entropica e senza punti d’orientamento (se non la necessità di reinventarli), perennemente in bilico nella sua esistenza. Il segno, allora, oggi come sempre, è l’unica risorsa, l’unica incisione che l’uomo può quasi miracolosamente opporre alla precarietà del vivere. Se il segno è ricco, la vita può mascherare la consapevolezza del nulla, rivestire di luce espansa il fondo nero da cui tutti proveniamo e verso cui ci dirigiamo. Alla «totale penetrazione/ del gelo» la poesia può opporre un’«unica serie di curve/ al limite del sensibile», la lotta sensuale di un esubero, uno spreco rituale, una redenzione nel sacrificio della lingua che è anche la sua finzione “teatrale”. Questo è il barocco, la “sicilianità”, che Conticello ci offre in questo testo.

(Febbraio 2014)


Diego Conticello nato a Catania nel 1984. Specializzato in Letteratura e filologia moderna all’università di Padova con una tesi sulla poesia contemporanea in Sicilia (La curva mediterranea. Caratteri della poesia contemporanea in Sicilia, con monografie su Lucio Piccolo, Bartolo Cattafi, Nino De Vita, Angelo Scandurra, Melo Freni e Lucio Zinna, relatore Silvio Ramat). Collabora con la rivista QuiLibri de La Vita Felice di Milano.
Sue poesie e articoli critici sono usciti su Incroci, Arenaria, Leggere Tutti, Centonove e blog come Poetarum Silva, alleo, Tellusfolio, Imperfetta ellisse, Paginatre ed altri. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo per la rivista annuale Fragmenta II da Pablo Lopez Carballo.
Ha scritto un volume di critica poetica per immagini su Lucio Piccolo (Lucio Piccolo. Poesia per immagini «Nel vento di Soave», Cittaperta edizioni 2009).
Nel 2010 è uscito il suo primo volume di poesia (Barocco amorale, LietoColle con prefazione di Silvio Ramat). 
Della sua poesia si sono occupati, tra gli altri: Giorgio Linguaglossa, Antonio Spagnuolo, Sebastiano Saglimbeni, Fabio Michieli, Maddalena Capalbi, Angelo Scandurra, Melo Freni, Lucio Zinna, Marzia Alunni e altri.

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