Spazio Inediti (3): Andrea De Alberti – di Gianluca D’Andrea

de alberti
Andrea De Alberti

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (3): Andrea De Alberti

La ricerca del padre: leggendo Camus prestatomi da Tomás

Poteva ancora tornare diviso in due tasche
il primo uomo sostenuto da un mondo innocente,
in una prova d’ambientazione fatta di silenzi,
sofferti abbracci alla più triste
consolazione di un’inconsolabile pronuncia.
Poteva tornare in primo piano in questi anniversari
trascorsi in un paragone vuoto,
in un’immobile presenza.
Poteva tornare prima della mia ricerca,
perché quando si è figli è sempre la prima
parola quella che conta.


Il tema della scissione, la divisibilità dell’individuo nella trama delle relazioni che gli eventi imponderabili dell’esistenza amplificano, turbolenze nelle nostre certezze, assenza che implica il dovere di un ritorno al ricordo. Il verbo servile, ripetuto in anafora per tre volte all’interno del testo (che per questo sembra suddiviso in tre strofe, in tre momenti che amplificano le referenze semantiche del desiderio), sogna la probabilità, anzi esprime la necessità di quel tornare che non può più avvenire, ma, il desiderio inesausto di una mancanza che riecheggia la colpa, porta in primo piano l’oggetto di questo stesso desiderare: il dialogo nella trasmissione. Nel ciclo delle generazioni, l’alternanza tra l’essere figlio e padre si consapevolizza proprio nel possibile dialogo tra il padre e il figlio che diventa padre, quando il padre è assente, s’insinua la nostalgia. La parola, allora, deve ricostruire un percorso senza guide, deve partire da un’«ambientazione fatta di silenzi» per cui il nuntium, la notizia e il suo messaggero, deve inconsolabilmente porsi davanti, ricreare la presenza e pro-nunciare. Si legge, tra le righe di questo componimento, la ricerca di un contatto che si espande, dall’individualità necessitante del soggetto, alla communitas, in un tragitto di responsabilità che riguarda la nominazione, l’utilità del dono condivisibile della parola, ma anche del suo peso: «il primo uomo» si perpetua nella filiazione della «prima parola», il che implica una riflessione sulla “religiosità” del verbum senza per forza innervare una rappresentazione del distacco, del trascendente. L’espoliazione dei residui retorici, la chiarezza del dettato, non fanno che evidenziare la tensione al dialogo, il tentativo di recupero di un discorso che l’esistenza sembrava aver spezzato. Il continuo richiamo a un inizio, a un’insorgenza esasperata («primo uomo», «mondo innocente», «pronuncia», «primo piano», «presenza», «prima/parola», si noti, inoltre, in tutto il testo, la pregnanza degli enjambements che evidenziano i nuclei chiave della nostalgia e della rinascita, separando i sostantivi dai propri attributi), rende più intenso il sentimento d’appartenenza, anche del lettore, a un destino che ancora si rivela nelle potenzialità comuni delle nostre esperienze.

(Gennaio 2014)


Andrea De Alberti è nato nel 1974 a Pavia, dove vive e opera. Suoi testi sono presenti nell’Ottavo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea, a cura di Franco Buffoni, e in Nuovi poeti italiani, a cura di Paolo Zublena (fascicolo monografico di «Nuova Corrente», LII, 135, 2005). Ha pubblicato nel 2007 la raccolta Solo buone notizie per Interlinea, nel 2010 Basta che io non ci sia per Manni.

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